Popera – Cima Undici

                                                                                             Trieste, 1 gennaio 2011

    Cima Popera 2964 m

Quella salita sì, e che ricordavo tanto bene anche se l’avevamo percorsa in discesa e nella nebbia; e sempre sperando che la neve sul ripido pendio sotto la Forcella Stallata fosse assestata; poi la salita sulla parete verticale soprastante che dovrebbe essere pulita dalla neve e così poter raggiungere la cengia che si sviluppa sotto l’Anticima, e per questa l’intaglio con la Principale. Restava la parte sconosciuta, ma per quanto letto sulla Berti non ci sarebbero grandi difficoltà.
Mi ero ben caricato d’entusiasmo in quel tratto di sentiero, e così lo raggiunsi o l’aspettai, e una volta insieme gli raccontai della meta che potevamo programmare per il prossimo inverno; e anche la certezza di riuscire perché io ricordavo bene la via trovata quella volta per scendere dalla Montagna.
L’amico Rinaldo si fidava di me, e così nell’ultima parte della discesa non parlammo d’altro. Così, cicola e ciacola, e che siamo appena all’inizio dell’inverno e le condizioni della neve sono ottime … e perché non tentarla già in questo?                                   Già,sembrava così facile; solo che una volta entrati nella vita giornaliera c’erano sempre degli imprevisti che non ci permettevano contemporaneamente la libertà nei due giorni del fine settimana necessari; e a forza di rimandare eravamo giunti ormai alla fine dell’inverno.
Inverno che con quelle condizioni di neve noi non l’avremmo più avuto, e finalmente sabato 18 marzo, a metà mattino, posteggiammo la macchina davanti alla Casa dei Preti o Frati.

Era proprio vero, un inverno così non l’avremmo mai trovato perché mancava la neve, e per l’arrivo di una perturbazione atlantica, prevista dal Colonnello di turno, anche l’aria era calda. Ci rendemmo conto che stavamo blefando, ma non ci andava di rinunciare; ormai che eravamo lì, anche perché non siamo venuti per gli altri, ci dicemmo; e via.
Non ci sono ricordi lungo il sentiero, e così fino alla fine del ripido tratto dopo aver superato la Val Bastioi e dove trovammo la neve.

Solo che il sentiero, la in alto, è anche un belvedere sulla Val Giralba Alta e da dove facevano mostra di se le Cime Pezzios, e proprio alla nostra altezza.Provai rimorso perché l’avevo dimenticate dopo la riuscita salita della Cima Nord con Roberto Priolo (racconto presente nel blog), e che la potevo ben vedere sull’altro versante in Val Giralba Alta.
La Cima Sud, e che è stata la prima che vidi e che osservai con il suo strato roccioso strapiombante a formare la Vetta; e che dopo tanti anni quella parete è ancora da salire.

La guardavo; lei non si era dimenticata di me, e la neve rimasta sulla parete m’indicava la possibilità e per dove, e che io fotografai di nuovo e prima che il Pilastro del Giralba la coprisse.
- Tullio andemo che la xe ancora longa.                                                                         Riprendemmo a salire, ma senza darci furia per goderci man mano lo scenario dell’Alta Val Stallata.

Siamo entrati nell’ombra e sentiamo freddo, ma il salto sotto il Cadin è ancora al sole e sulla parete scorre l’acqua.

Solo che quando ci trovammo la sotto trovammo anche il limite dell’ombra montante; e che cercammo di battere in velocità.

Eravamo troppo lenti per lei, anche con l’aiuto dei cavi, e l’ambra era già ben oltre tanto che l’acqua s’era ghiacciata e dovemmo prestare attenzione per non dover mettere i ramponi.

Invece la sopra trovammo la neve ancora molle che fece sbuffare l’amico che sprofondava oltre i ginocchi; ma per nostra fortuna il Bivacco Battaglion Cadore è vicino.

La dentro l’amico m’informò di non sentirsi tanto bene, e così e dopo la foto ricordo, chiudemmo la porta per trattenere il calore nell’interno, e alla luce delle candele preparammo le due brande per la notte, e ci concedemmo intanto un pisolino ristoratore.La cura fu miracolosa, e oltre a star bene aveva anche una gran fame.       Fame che con tutta probabilità deve essere stata la causa del suo malessere, tanto che una volta riempito lo stomaco gli tornò il buon umore che allontanò la possibile rinuncia della salita.
E poi mangiando, bevendo e cantando allegramente dormire si và, dormire si và.
Non fu proprio come recita una nostra canzone perché non portavamo mai alcolici, ma allegri sì e ben determinati.
Per quella Gita avevo portato io l’orologio perché ricordo che quella mattina e prima d’uscire dal Bivacco, non considerandolo necessario, l’infilai al caldo nella pila delle coperte; e via.

Il cielo era leggermente coperto e non c’era un alito di vento; le previsioni erano esatte e ci augurammo che il tempo tenesse almeno per la salita perché anche la neve era nostra alleata e procedevamo regolari.

Il Monte Popera intanto era diventato di fuoco risaltando nel cielo blu scuro, e noi eravamo giunti sul ripido nevaio sottostante la Forcella Stallata e che, come nelle speranze, era tutto coperto dalla valanga ben rassodata.

Non esultammo, e non pronunciai xe fata, anche perché eravamo appena all’inizio, ma un aiuto simile faceva ben sperare;

tanto che ci trovammo in Forcella ancora pieni d’energia a studiare la parete verticale discesa in corda doppia, e che già quella volta l’avevo giudicata difficile; e prendemmo nei sacchi la corda e la feraza compresa.

Tirava aria in Forcella che gelava le mani, e Rinaldo superò quella parete e si portò poi sopra un risalto al sole a far terrazzino.

Poi con difficoltà decrescenti e per il piano inclinato ci portammo sotto i grandi gendarmi dell’anticima;

e da dove iniziammo la traversata lungo la cengia e a seguire i salti rocciosi da dove vedemmo l’intaglio tra le due Cime, e raggiuntolo finalmente vedemmo la parte sconosciuta della Cima che sul momento sembrava anche difficile.

Sarà stata l’impressione del momento; invece dall’intaglio montammo facilmente sulla cresta, e così fino in Vetta: 19 marzo 1983.                                                                     Faceva caldo e le nuvole coprivano e scoprivano le Montagne intorno.

La Cima Bagni in quel momento era la meno intanfanada ed era anche illuminata da un pallido sole tanto che c’illuse che potevamo allungare la sosta; anche questa si coprì e vedemmo anche la leggera precipitazione nevosa.

Ci augurammo allora che il maltempo arrivasse più tardi possibile, e iniziammo veloci la discesa seguendo il nostro tracciato. Sul tratto verticale liberammo il vecchio chiodo dal ghiaccio per la calata in doppia … ed entrammo in Bivacco.
Niente sosta; solo il tempo per mettere nei sacchi quello che non serviva per la salita perché avevamo già la mattina messo tutto in ordine, e via veloci per scendere la parete ferrata prima del possibile stratempo che incalzava correndoci dietro.
Una volta alla base della parete o anche più sotto, qualcuno chiese di sapere l’ora per regolarsi.
Solo allora mi ricordai che l’orologio è nel Bivacco infilato al caldo nella pila delle coperte; e non restò che buttala in rider.                                                                              Più sotto iniziò a cadere una pioggerellina che ci accompagnò fino al posteggio.

L’Alta Val d’Ambata d’inverno

Trieste, 1 dicembre 2010

La voce che sentì e che m’invitava a dedicarmi ad altre Montagne nell’ultima parte della discesa dalla Croda di Ligonto, e che io non volevo accettare, ben presto la ho ritenuta più un invito a portare a termine la salita invernale delle altre Montagne che si affacciano sulla Val d’Ambata; tanto che nell’inverno successivo e precisamente il giorno 7 gennaio 1982, con Rinaldo Sturm, e dopo aver pernottato al Bivacco C. Gera, siamo saliti sulla Croda di Tacco.Racconto presente nel blog.
Ormai noi due eravamo di casa in quella Valle e al Bivacco, e aspettavamo proprio l’inverno per tentare una sortita, condizioni di neve permettendo; così …

                                              Cima Grande di Padola 2623 m

Neanche che noi due avessimo fatto i sortilegi; sì perché anche all’inizio dell’inverno di quest’anno le condizioni della neve erano ottime dopo che si erano succedute delle normali precipitazioni nevose in autunno.                                                                        L’impegno ormai era fisso, e bastava una telefonata per il sabato che andasse bene a tutti due.

Così anche la meta, che dopo la riuscita salita sulla Croda di Tacco, non poteva che essere questa, e non solo perché il tratto iniziale è in comune, ma anche perché avevamo da subito scartata la salita della Croda da Campo che poteva essere troppo pericolosa per quel versante così poco esposto al sole e dove la neve dovrebbe mantenersi inconsistente per tutto l’inverno.

La giornata era meravigliosa, e poi con quella neve tanto da non lasciar ricordi di fatica e intoppi;

e così fino e oltre l’attendamento Darmstaedter dove decidemmo d’affrontare la strettoia al posto della risalita del dosso consigliabile d’inverno.

Così e dopo i primi passi dubbiosi nell’aspettare di sprofondare nella neve da un momento all’altro, constatato invece che la neve teneva esultammo felici: – Xe fata!

Così, passo dopo passo, entrammo nella strettoia in uno spettacolo alpino di luce e colori e passando poi tra i macigni senza impegno: indimenticabili quei momenti.

La dentro anche ricordammo le nostre ansie e fatiche dei precedenti tentativi; c’è lo siamo proprio meritato, concludemmo.

La neve anche più avanti teneva il nostro peso e così seguimmo a lungo il livellato fondovalle.Una volta entrati nell’ombra rimontammo il dosso alla ricerca del sole, e lassù vedemmo anche il Bivacco.

Per quanto progredissimo lentamente in tanto spettacolo, lo raggiungemmo che il sole era ancora alto, tanto che stendemmo le maglie ad asciugare.

Con il primo crepuscolo entrammo nel Bivacco lasciando la porta aperta perché il calore nel suo interno restava non essendo un alito di vento.

Dopo la solita spartana cenetta, scattammo alcune diapositive alla luce di più candele; ce ne portavamo sempre una buona riserva, anche perché la mia macchina fotografica non aveva il flash.
Buona notte, e sempre con una nuova candela accesa a farci compagnia.

                                                                    La salita

Alla prima luce dell’alba eravamo anche questa volta all’inizio della rampa d’attacco, tanto che non scattai nessuna foto; e così ho messo quella della salita alla Croda di Tacco riconoscibile per la presenza del cane.

Superata la rampa ed il successivo passaggio a destra, questa volta invece entrammo nel canalone perché volevamo raggiungere la Forcella di Padola per poi montare in cresta.

Solo che più avanti, la in alto, vedemmo la parete che la delimitata verticale, mentre alla nostra altezza c’erano campi di neve ripidi intervallati da corte pareti.

Ferma tutto; e decidemmo invece di salire per questi; e così aggirando di volta in volta l’ostacolo delle corte pareti fino su uno spiazzo quasi piano, e dove decidemmo di prendere una pausa.

Da lassù vedemmo le nostre orme nel canalone; poi solo dei tratti perché la sequenza dei salti di parete le copriva, tanto da sembrare d’aver superato una parete verticale con alla base l’Alto Cadin d’Ambata.

Riprendemmo la salita aggirando sempre corte pareti ma per brevi canali fino a che raggiungemmo la cresta in pieno sole.

Da lassù vedemmo anche la Cima, e che per arrivarci non c’era più nessun ostacolo perché la cresta arrotondata era solo di neve? Ci aspettavamo ben altro.

La in alto la solita scena che per la foto che lui alza la piccozza in segno di vittoria.
Dopo lo scatto lui completò la salita con gli ultimi passi … e
- Tullio, questa no xe la Cima; xe una più alta, e xe anche una cresta afilada per rivarghe.

Sì; e una volta raggiuntolo quasi di corsa la vidi; e sul momento mi sembrò anche impegnativo sia il percorso per la cresta che la parete finale; tanto da avvertire del timore.Discendemmo facilmente, e solo per montare sulla cresta prestammo attenzione nel superare l’intaglio alla saldatura; poi tutto il resto fu facile, e poi su quella neve.

Solo ancora un poco d’attenzione sulla parete finale, e ci fermammo sul punto più alto dell’affilata cresta della Cima: 12 gennaio 1983.

Solo che per sostare dovevamo fare una piazzola; e per battere la neve anche liberarci dalla corda di 55 metri per non averla tra i piedi. Poi nuovamente legarci e sistemare il materiale, tanto che decidemmo d’iniziare la discesa dopo le foto di rito; e via.               Nella discesa dall’anticima e lungo il percorso della cresta e ben dopo l’intaglio di saldatura, avevo osservato che calandoci per un corto canale potevamo scendere per neve evitando così di rifare il nostro percorso di salita.
Ci siamo; cicola e ciacola, e Rinaldo accettò quella possibilità.

Iniziammo la ripida discesa con il batticuore e in sicurezza con tiri di mezza corda, e dove su quella neve ben presto i timori finirono dandoci la speranza che tutta la discesa fosse così.

Più sotto la neve si fa ripida: - Qua soto devi esser un salto de parede!                             Ferma tutto, e iniziammo traversare verso valle. Solo che quel lato della montagna volge verso Ovest, e trovammo la neve molle che si apriva al nostro passaggio.
Così Rinaldo andò a far terrazzino presso un mezzo pilastro pulito dalla neve dove riuscì a mettere un chiodo. Lo raggiunsi con cautela, e continuai a scendere in traversata assecondando l’inclinazione della parete, e chiesi anche tutta la corda per raggiungere il fondo del canalone che vedevo subito sotto; e scese anche lui per darmi corda.
La dentro trovai neve compatta, e vidi lo sbocco vicino e oltre, in basso, l’Alto Cadin d’Ambata.
Rinaldo, xe fata!  Fu proprio così; e una volta fuori in quello spettacolo arrestammo la nostra corsa.

Avevamo tempo, e così decidemmo di scendere lentamente sottostanti la parete il più a lungo possibile
.Non mi ricordo se per la discesa dal Bivacco rifacemmo la nostra pista o preferimmo stare sul dosso per goderci l’ultimo sole di quella grande giornata.

Ricordo invece che con l’arrivo del primo crepuscolo e mentre noi man mano scendevamo nel bosco, perdemmo la nostra euforica loquacità e ben presto anche non ci parlammo più; e proseguimmo ognuno con i suoi pensieri.
I miei che le stagioni delle invernali che mi legavano ai Monti della Val d’Ambata erano finite; e adesso?
Così ricordavo la voce sentita alla fine dell’impresa alla Croda di Ligonto …
La discesa senza forzare è lunga, e questo malinconico rivangare nei i ricordi intanto era finito perché senza accorgermi già cercavo mentalmente altre possibilità, e sui Monti intorno; e all’appello, la Cima Popera mi ricordò che mi ero impegnato di raggiungere la sua Vetta mancata per il brutto tempo nel luglio del 1964; ma questa è un’altra storia presente, e nel blog.

Ultimo Ligonto

Trieste, 1 novembre 2010

                                Croda di Ligonto – Monte Rosa 2786 m

Una decina di giorni dopo la salita del Monte Sernio che mi aveva garantito l’ottima qualità della neve, non persi l’occasione, e arrivammo a meta mattino ad Auronzo.
Solo che non era il solito sabato perché questa volta, e anche in previsione dell’annunciato arrivo di una perturbazione, avevo anticipato il tentativo prendendo due giorni di ferie.
La strada continuava ben pulita dal ghiaccio, così decidemmo di proseguire e andar posteggiare la mia  Fiat 127 al deposito vini del Vecellio ai Prati Orsolina. Trovammo invece ghiacciata la sua strada, e ricordando quella volta che ero slittato con la mia 500, rinunciammo ad avventurarci per non rischiare di rovinare anche questa volta la Gita.
- E se la postegiasimo la de Armando?   Detto e fatto; solo che gli scuri erano ancora chiusi, e allora lo chiamammo perché volevamo prima il suo permesso.

Una volta aperti i serramenti e vedendoci, sorpreso esclamò: – Ah, siete voi.  Poi si scusò perché era ancora a letto, aveva il piumino blu sulle spalle, e che non stava bene e che fa molto freddo in quei giorni nella Valle.
Noi gli chiedemmo solo il permesso di posteggiare l’auto perché vogliamo tentare la Croda.
Non se l’aspettava; alzò lo sguardo osservandola perché è proprio la in alto e di fronte. Io in quel momento guardavo proprio la sua faccia enigmatica; e anche se lui cercò di dominarli, vi fu una lieve contrazione dei muscoli, e ci chiese solo quanti giorni staremo via, e che noi rispondemmo due.
Ci salutò, e scusandosi s’affrettò a chiudere la finestra perché faceva freddo.  Il nostro programma della Gita prevedeva il pernottamento nella Val di Dentro, e per questo avevamo con noi la tendina a mezzo cilindro di un amico di Rinaldo.

Lungo il sentiero, tra una ciacola e l’altra, io anche rivedevo tutte le possibilità per entrarvi evitando dopo la strettoia della Val d’Ambata.

Eravamo ancora distanti ed il sole illuminava tutta la parte alta della Valle; e dove sopra i Pascoli dell’Ambata, e subito sopra il bosco, il dosso coperto di mughi risaltava nel candore della coltre nevosa.

   Non cantai ancora vittoria, e non lo dissi a Rinaldo perché lo volevo prima raggiungere per sincerarmene, e poi insieme decidere di entrare nella mugheta.

  Fu proprio così, e senza raggiungere l’attendamento Darmstaedter entrammo e seguimmo i corridoi innevati tra i mughi.

Più sopra anche puliti dalla neve dove trovammo tracce di passaggio di camosci su una corta parete.

  I mughi erano più fitti, e ricordando quanto visto negli altri tentativi, poggiammo a sinistra per entrare nel canale che la delimita dalla verticale parete del Torrione; e lo trovammo pulito dalla neve e per un buon tratto tanto che ci consentì anche di prendere fiato.                                                                                                                                      Improvviso s’era alzato il vento, e sempre più forte che ben presto riempì lo spazio di pulviscolo di neve.
Noi intanto eravamo entrati nel solco della Val di Dentro ben innevato, e dove procedevamo con fatica; e più avanti vedemmo che anche sulla Croda c’era la tempesta di vento perché il pulviscolo di neve, ad intermittenza, nascondeva la sua Cima.

 Valutammo allora che fosse più conveniente fermarci e trovare un posto dove mettere la tendina. Sulla nostra destra una parete fa da bordo alla Valle, e ci potammo la sotto anche per essere al riparo del vento.

 La stendemmo sulla neve appiattita con gli scarponi tenendo stretti con le mani i legacci di un solo lato per prova, e la forza del vento la sollevò verso il cielo. Noi eravamo già dentro mezzi appisolati nonostante i rumori della tendina scossa dai colpi di vento quando notammo un improvviso il silenzio?

Aprimmo subito un tratto dell’entrata e guardammo fuori.                                               Vedemmo la Croda da Campo, proprio di fronte, con i colori freddi del tramonto esaltati dalla nitidezza dell’aria non più contaminata dal pulviscolo di neve a ricordarci che siamo in inverno; buona notte.
Non eravamo ciarlieri quella sera anche perché l’attesa non invogliava al dialogo, e ci abbandonammo al sonno.
Attesa che per me è stata lunga perché mi sono state sufficienti cinque/sei ore di riposo; ed inoltre, anche se io non volevo, ero sempre con il pensiero sulla salita. Faremo così, faremo colà, e sempre il timore per la traversata che causò la rinuncia a proseguire nel secondo tentativo; e saranno state tante di quelle volte “che non vedevo l’ora” di alzarmi per finirla.
Lunga è stata l’attesa, ma quando Rinaldo, che non ha problemi per dormire, iniziò a girarsi nel sacco, non persi l’occasione per parlare, e poco dopo decidemmo d’andare.

 Gli scarponi che stavano con noi nei sacchi erano sgelati e così non perdemmo tempo a calzarli, e una volta fuori prendemmo solo il tempo per sistemare quello che restava nella tendina, fissare già i ramponi ai piedi e ancora la foto ricordo; e via nella neve inconsistente del solco ripido della Valle; un passo avanti e due indietro cercando invano a destra e a sinistra neve un poco più consistente; e forse anche accendemmo le lampadine tascabili. Niente, e ben presto eravamo bianchi di neve.

  Il solco tende a poggiare e la neve prendere corpo; e quando uscimmo dal solco il sole dell’aurora illumina le montagne che racchiudono l’Alta Val di Dentro che così tutta innevata mi sembrava tanto più ampia.

 Sul falsopiano la neve ancora gelata facilitava il nostro procedere, e noi andammo anche ben oltre il punto dove s’inizia la salita per raggiungere la piccola Sella della via comune.

Iniziammo la salita; e aprivo sempre io la pista perché Rinaldo sprofondava troppo nella neve, e faceva tanta fatica che deviò per conto suo nella speranza … che non c’era.  Non ne poteva più, e allora io mi portai verso a destra dove mi sembrava che la neve fosse migliore.
Era vero perché quella parte è esposta al sole più tempo nella giornata, e pertanto con in freddo della notte si compatta; questo è stato il nostro convincimento.

La salimmo fin sotto la parete che stava per essere raggiunta dal sole; solo che il bordo era poco spesso e noi dovevamo rientrare a sinistra perdendo quota.
- E se … Si; tirammo fuori la corda per continuare in sicurezza per il pericolo del cedimento dell’orlo del pendio, e arrivammo sulla piccola Sella.

Eravamo stanchi, tanto che rinunciammo a slegarci e continuammo in cordata consentendo a turno di prendere fiato.

In quel tratto toccava a Rinaldo; e mentre sfilavo la corda io anche osservavo il pendio d’attraversare, e che nel secondo tentativo non affrontammo.
Non che quella mattina lo vedessimo sicuro, ma eravamo solo più determinati.

 Io speravo ancora di trovare una possibile variante e così guardai nuovamente anche quello che stava sopra. C’era l’invito della conosciuta corta parete arretrata, non in linea, che continua l’isolata che sovrasta proprio il pendio del traverso.
Solo che quella mattina presentava le sue cenge innevate, e dove sulla più marcata, noi due siamo passati in discesa dalla Cima Darmstaedter; e non scartammo certo quella possibilità portandoci la sotto.

 - Te va ti o vado mi; e senza difficoltà raggiunsi Rinaldo proprio sulla cengia con tetto conosciuta, e deve ci concedemmo una sana pausa per godercela.
Proprio ci voleva questa variante perché oltre ad evitare il traverso sulla mezza costa, il mio “cruzio” per tanto tempo, evita anche la salita d’uno dei due canaloni della via normale.

Così traversammo la marcata traccia della cengia che gira lo spigolo, dove gli vedemmo sotto di noi colmi di neve; e noi felici della scelta che ci ha risparmiato il più lungo giro e sicuramente tanta fatica.

Riprendemmo la salita tenendoci il più possibile vicino alla parete, anche tenendoci sugli appigli finche la neve teneva.

 Poi dovemmo passare nel canalone singolo che gli continua.

Per sicurezza e per non sprecare energie facevamo mezze lunghezze di corda alternandoci; non così nell’ultimo tratto dove Rinaldo sprofondava fino ai fianchi.

 Tutto altro sulle rocce gradinate per portarci sotto la parete finale, ed entrammo nel diedro pulito dalla neve e ghiaccio. Rinaldo era salito qualche metro che sentimmo arrivare il frastuono che credemmo dovuto al passaggio di un aereo a reazione.
Non lo vedemmo, ma arrivo invece una forte raffica di vento che si schiantò su quelle pareti come le volesse demolire. Solo pochi secondi e arrivò un’altra con la stessa forza e un’altra ancora. Per nostra fortuna non fummo colpiti perché al riparo nel diedro.

Una pausa, e seguirono delle altre in diminuzione di forza tanto che Rinaldo finì la salita del diedro.

 

Una volta raggiuntolo, noi subito c’imbacuccammo per difenderci dal vento freddo, e raggiungemmo la Cima: 22 gennaio 1981.   Dopo la fraterna stretta di mani solo silenzio; e non un alito di vento?
Mestizia, e io che speravo di sentire cantare gli angeli come Julius Kugy in Vetta al suo Montasio. Forse il vento impetuoso …
Erano trascorse da vari minuti le ore quindici e non volevamo perdere tempo.
Così restammo legati e senza toglierci i sacchi tanto che non mettemmo niente nello stomaco.  Rinaldo voleva già scendere. Io allora gli chiesi alcuni minuti perché mi stavo domandando se il mio entusiasmo per la Croda continuerà dopo la sua salita invernale.
- Tullio, andemo xe tardi.                                                                                                Scendemmo veloci sulle nostre orme; il diedro in sicurezza perché con i ramponi calzati, e veloci tutta la restante discesa del canalone principale e anche quello interno che prendemmo alla biforcazione, perché evitammo la parete della variante che avrebbe richiesto la corda con perdita di tempo.

 Siamo presto fuori dal canalone, e la Croda da Campo, nostra alleata, rifletteva ancora la luce del sole per aiutarci sulla mezza costa.
Eravamo sempre legati; e con cautela e fidandoci della neve compattata dal gelo traversammo il pendio e arrivammo al sicuro sotto la parete all’ultima luce del crepuscolo.

 L’amico riprese a scendere mentre io ero intento a guardare lo spettacolo dei Monti di fronte in controluce oramai fine crepuscolo.
Improvvisa sentì una voce che mi diceva di guardarlo bene perché é l’ultima volta; e che é giusto che io fermassi il mio entusiasmo per la Croda per dedicarlo alle altre Montagne; e io che ribattei no e più volte.
- Tullio, andemo xe tardi.
Dalla piccola Sella usammo ancora la corda perché il primo tratto era molto ripido.
Solo che sulla superficie trovammo uno strato di frammenti di ghiaccio caduti dall’alto, e che ci seguivano nella discesa con un melodioso fruscio andando a riempire le profonde orme appena lasciate.
Ormai la corda non serviva più, e una volta liberi, ognuno scelse la sua discesa e al chiarore della neve giungemmo alla tendina.
Tardi per tardi anche ci ristorammo perché in tutto il giorno non abbiamo messo niente nello stomaco per non perdere tempo; e anche la tenda richiese cura per infilarla nel suo sacco.
Riprendemmo a scendere, e presto vedemmo la macchia scura della mugheta.
- Orpo, e adeso? Solo al pensiero d’entrarvi provai sofferenza.  Lavoro di meningi anche  stanchi.
- Niente, noi seguimo la nostra pista e continuemo a scender per el canal soto i mughi cercando de adoperar le lampadine el meno posibile.
Fu proprio così, e anche quella volta la fortuna volle aiutare gli audaci.  Finita la neve finì anche la pista, e allora noi seguimmo la linea del canalone coperto da detriti ben attaccati al suolo dal ghiaccio che ci permettevano di scendere sicuri.
S’è fatto più stretto, e ben presto anche rasente alla parete del Torrione, e subito dopo anche che, forse, che abbiamo trovato la possibilità di evitare la discesa per lo sconosciuto canalone.
Vedemmo, intuimmo che dove il canalone aumenta la pendenza, al contrario, sulla parete del Torrione c’è un gradino d’erosione che, sembra, va per conto suo.
Sicuramente accendemmo anche la lampadina per veder meglio, e non rifiutammo quell’occasione anche se coperto di ghiaccio.
Noi eravamo sempre con i ramponi calzati; e via. Il gradino perde quota ma è sempre più alto del canalone; man mano si fa più ampio e con tratti erbosi che frenavano il nostro procedere per la paura di perdere il percorso giusto, e così e dopo qualche titubanza anche perché s’allontana dal canalone, e arrivammo allo sbocco del conosciuto che dai pendii ghiaiosi sottostanti la Croda scende delimitando il Torrione: stentavamo a credere, e con tanta facilità.

Restava ancora da superare l’ultima barriera di mughi a guardia, e come la prima volta in salita, toccò a me il compito di trovare il passaggio.
Allora per avere le mani libere infilai la mia piccozza nel sacco alla meno/peggio e affrontai l’ultima battaglia. Uscimmo vittoriosi; e quando allungai il braccio per riprenderla, la mano … trovò il vuoto.
Impensabile a cercarla, e mi consolai presto: la Croda l’ha voluta tenere per ricordo.
La breve salita sulla larga cengia per incrociare le nostre orme sembrava interminabile tanto che credevamo di essere passati oltre; invece erano là per indicarci la nostra discesa.
Discesa che deve essere stata tranquilla perché il ricordo ritorna che siamo sotto la finestra illuminata della casetta d’Armando; e che lo chiamammo.
Il copione è stato lo stesso, solo che era in camicia pesante; stava bene!
- Ah, siete voi. Poi m’informò che aveva chiamato (telefonato) mia moglie chiedendo nostre notizie.
Certo, lei era sicura che saremmo passati a salutarlo, e che lui la ha assicurata che saremmo discesi domani.
Stava già per chiudere la finestra e farci i saluti quando si bloccò un attimo; noi due eravamo la sotto ben illuminati dalla sua luce, e noi avevamo ancora i ramponi calzati coperti di ghiaccio.
Il suo cuore deve aver avuto un sussulto, e subito c’invitò a salire a bere qualcosa di caldo; la moglie Gabriella intanto aveva messo degli stracci sotto la tavola.  In tanti anni che ci conoscevamo era la prima volta ospite dentro casa sua.
Così anche potemmo subito telefonare a casa per tranquillizzare le nostre famiglie prima di goderci la sua ospitalità.  In quel momento stavano guardando la televisione e così iniziammo da quella e dei suoi programmi.
M’informai poi non vedendola, se la figlia fosse riuscita ad ottenere la licenza di maestro di sci che lui ci teneva. Inevitabilmente parlammo delle sue montagne e quello che noi avevamo fatto; e finimmo con la caccia che lui ci teneva di più, e che mi fece fare la figura “de mona” perché non sapevo che trofeo sono le corna del camoscio che lui aveva abbattuto e che noi avevamo trovato i resti nella discesa dal Colle di Ligonto nel primo tentativo invernale; e chiudemmo con una bella e sana risata.
Avevamo così trascorso al caldo e in allegra compagnia un’oretta; e i ramponi s’erano liberati dal ghiaccio.
Grazie Armando e signora Gabriella, alla prossima volta.  Lui aspettò ancora alla finestra che c’illuminava che fossimo pronti; poi chiuse anche gli scuri.
Arrivammo a Trieste intorno alle ore due.

Alpi Carniche

                                                                                 Trieste, 1 ottobre 2010

Nella angusta Sede della XXX Ottobre in via D. Rossetti 15, tutti i Libretti, Riviste e Pubblicazioni che arrivavano gratis, necessariamente restavano ammucchiate sopra un armadietto permettendo così a noi Grezi di leggerle e prenderne visione nelle sere che ci trovavamo in Sede.
Erano ancora poche le Sezioni del C.A.I. che si facevano conoscere con queste, ma a noi consentivano d’essere aggiornati sulla loro attività in Montagna che era l’unica cosa che c’interessava.   Spesse o sottili che fossero, la composizione grafica ricalcava quella della Rivista Mensile, e per lo più riportavano nella terza facciata, in alto a destra, il pensiero espresso sull’Alpinismo da alpinisti o personaggi conosciuti per alti motivi.  Un giorno dei primi mesi dell’anno 1958, di sera in Sede, uno di noi ebbe la pensata che dopo la lettura di questi corsivi, di discuterne il messaggio.
Cerca, e ricerca, fra tanto cartaceo il risultato era stato che avevamo nelle mani oltre una mezza dozzina di queste pubblicazioni.
Ci sistemammo allora intorno al tavolo grande, e ognuno con la pubblicazione; poi a rotazione le leggemmo: osa, osa sempre e sarai simile a un dio; l’uomo più forte del mondo e quello che sta solo; Alpinismo, la gloria dell’inutile; dove mai troveremo il Paradiso se in terra non lo troviamo; e altri che non ricordo.  Seguì la discussione senza prese di posizione tranne che per la definizione dell’Alpinismo; tanto che andammo a concluderla all’osteria e dove la maggioranza che lo pratica come un simbolo di pura libertà, con uno indeciso e uno contrario, concordava l’Alpinismo: la gloria dell’inutile.

                                              Monte Sernio 2187 m

Dopo le scarse precipitazioni nevose d’autunno, seguì un periodo di bel tempo stabile e che continuava ancora all’inizio di gennaio, e senza segni di cedimento, e non ricordo se avevo già stabilito con Rinaldo Sturm la data per il tentativo alla Croda di Ligonto che era fisso ad ogni inverno.
Quella sera, era il martedì, giorno che ci trovavamo in Sede, sia noi Grezi e quelli del Gruppo Rocciatori; così tra i tanti presenti alcuni parlavano anche delle condizioni della neve sui monti; e perché non sfruttare l’occasione per tentare la salita del Monte Sernio? Alcuni accettarono di tentare la salita per la fine settimana: Eleonora e Omero Manfreda, Bruno Toscan e Edy De March.
Così anche stabilimmo di partire il dopopranzo e con la capiente “familiare” del disponibile Bruno, e andar a pernottare all’incustodito Rifugio Creta Grauzaria 1250 m.Rifugio che era stato costruito recentemente per offrire una base d’appoggio sia per il Monte Sernio e per la Creta omonima.

 Non come in quel mese di febbraio dei primi anni del 1960 che i grezi Chersi Tullio e Stagni Mauro, mentre la cittadinanza si preparava a festeggiare la fine del Carnevale, loro due seguivano la pista trovata appena battuta in direzione del piccolo e semi distrutto ricovero per pastori al Foran da la Gialjne per il pernottamento. Fortuna o il caso volle che erano stati preceduti da una squadra d’alpini (cinque o sei) che per esercitazione avevano la stessa meta: il Monte Sernio.
Così, anche se sacrificati dallo spazio, in sana compagnia la notte la superarono allegramente.L’unione fa la forza anche se a battere la pista furono sempre gli altri alternandosi per esercitazione, e arrivarono, tra i rimbombi delle valanghe tutto intorno, in Vetta.
Quante volte ci saremmo raccontati questa gita; e che dovevo esserci anch’io solo se avessi avuto il coraggio di chiedere due giorni di ferie per andare in Montagna d’inverno; impensabile, ero stato assunto da poco tempo e non volli rischiare.

La salita

Tutto in ventiquattro ore

    Arrivammo al posteggio che il sole era prossimo al tramonto, e pertanto e quando trovammo la neve spessa, la pista battuta era ben gelata, tanto che raggiungemmo senza impegno il Rifugio dove non c’era nessuno.
Occupammo subito il sottotetto adibito a dormitorio con letti e materassi.
Non ricordo se c’erano anche le coperte che a noi non servivano perché avevamo il nostro insostituibile sacco piuma.
Filtrava da qualche parte il primo chiarore, e qualcuno s’alzò.

  La neve non era battuta, ma era ben visibile l’affossamento dove c’è il sentiero e alternandoci prendemmo subito un buon passo.

   Così anche sul tratto ripido per raggiungere l’insellatura del Foran da la Gjaline, e da dove vedemmo lo spettacolo della nostra meta.

 Una pausa per prendere fiato, e via a mezza costa per rado bosco su neve inconsistente per arrivare alla Forca Nuvièrnulis m 1732 m da dove inizia la salita per il Monte.

  Il primo tratto, alternandoci, lo facemmo veloci.

     Non così sotto la Forca, e dove ci demmo più volte il cambio.  Lassù c’era il sole che coloriva l’altro versante della montagna, e che lo vedemmo ben salibile.

 Solo che l’iniziammo perdendo quota.

   Per recuperarla poi sull’altro ripido versante.

  Sotto la cresta ancora più ripido, con rocce affioranti e in linea con il canalone; e per sicurezza usammo la corda.
Raggiuntala con cautela restava ancora e solo la calotta finale che il vento aveva ben spazzato dalla neve: 11 gennaio 1981.

 Le giornate di sole in quel periodo dell’anno sono le più corte.

  Necessariamente, e a malincuore con quella giornata, la sosta ne fu condizionata.

 Peccato, perché arrivammo alla macchina che il sole era prossimo al tramonto.