Tre Storie d’Alpinismo diverse

Trieste, 1 ottobre 2014

 La storia di una Guida (libretto)

Aspettavo di scrivere questa storia; e lo tenevo sulla scrivania aspettando un motivo che giustificasse il mio intervento.
L’avevo ricuperato per il Natale quando sono sceso in cantina a prendere tutto il necessario per fare il Presepio ed abbellire l’albero.
Neanche farlo apposta, e passate le festività, l’occasione m’è arrivata con l’ultimo numero delle Alpi Venete: autunno-inverno ’07-’08, e dopo aver letto l’articolo sui Centenari delle prime Guide e Pubblicazioni che hanno accompagnato la Storia dell’Alpinismo Dolomitico e non solo.

lg01 libretto - Copia

Certo che il detto articolo tratta dei temi ben più importanti e che non riguardano la mia Guida, ma di questo mi sono reso conto solo dopo l’ansiosa lettura; ma prima avevo sperato di trovare un cenno per conoscere un poco della storia della trovatella; poi riguardandola sconsolato questa mi ha chiesto: e mi?
Niente! E’ chi dovrebbe festeggiare il tuo anniversario se in tutto il libretto, e compresa anche la cartina geografica allegata, non c’è la data della tua nascita.
Sarà certamente stata, ma quel foglio nel tempo è svanito ancor prima di conoscerti; e poi sei una Guida settoriale senza pretese; e forse non saranno stati in molti ad acquistarti anche perché quando sei nata costavi 10 Lire.
Per farti contenta e riparare il torto che ti ho fatto, intanto io scrivo la nostra storia, poi la completeranno gli altri; così io lo spero.

Non ricordo l’anno esatto; e calcolo che sarà stato nel 1950 o ‘51 che da ospite delle suore canossiane, ero già trasferito sotto l’Assistenza comunale.
In quella stagione la Direzione dell’Istituto s’era accorta che tra i vari giornalini e libri per ragazzi e giornali sportivi, giravano anche quelli per solo adulti; e così stabilirono che tutta la carta stampata doveva prima essere vista e sottoscritta dal Segretario.
Pertanto e dopo le visite dei famigliari che s’alternavano ogni seconda Domenica, si dovevano consegnare tutte le pubblicazioni ricevute al proprio assistente che le passava poi alla segreteria; e che dopo alcuni giorni lui provvedeva alla restituzione.
Così, in un tardo pomeriggio, in stanza e dopo le ore di studio, iniziò a mostrare e nominare una alla volta le citate pubblicazioni che il proprietario s’affrettava a ritirare. Improvvisamente l’assistente modificò l’annoiato tono della voce perché sorpreso dalla pubblicazione che stava per consegnare.
Non ricordo come la presentò, ma sì che tutti fummo sorpresi nel sentirla. Era un esile libretto, una Guida; una guida di Monti dal nome a noi sconosciuto: il Gruppo del Catinaccio?
Finita la distribuzione, io ed altri ragazzi incuriositi andammo a vedere la novità; e lui che ce la mostrava e si lamentava tutto contrariato; e non capiva perché i suoi genitori o parenti, che invece di qualche giornalino o rivista sportiva, gli avevano portato quel libretto insulso del quale non sapeva cosa farne tanto era insignificante per lui.
Questo non per me che avevo già avuto la fortuna di conoscere le Montagne; e che subito desiderai di farlo mio, e così dopo alcuni giorni la barattai con solo dei giornalini e dolciumi anche perché ero l’unico interessato.
Quante volte me la sono letta anche se non capivo nulla. Riguardavo i disegni con i tracciati leggendo le relazioni e mi proponevo un giorno di salire quelle Montagne per le vie non difficili; non osavo all’idea di quelle difficili. Così il Libretto era diventato una compagnia inseparabile che mi ha seguito indenne in tutti gli spostamenti da sezione a sezione; negli anni d’apprendistato al lavoro; cambiamenti d’Istituzione e d’alloggi.
Intanto facevo parte del Gruppo dei Grezi de Val Rosandra, e aspettavo che la mia Sezione XXX Ottobre CAI Trieste, programmasse una gita nel Gruppo del Catinaccio per andarlo finalmente a conoscere. La mise in programma per il 19/20 agosto 1961: Gita Sociale a Vigo di Fassa per la salita al Catinaccio d’Antermoia.
Era l’occasione tanto attesa; ma per motivi che non ricordo riuscì ad iscrivermi all’ultimo momento tanto che mi fu anche difficile trovare qualche amico libero d’impegni per fare cordata.

lg02 mule de gita

Nel G.M.A, Gruppo Modesti Alpinisti, però c’era sempre qualcuno che sperava e aspettava paziente; e quella volta c’era Lazzar Leopoldo, Poldo per gli amici.
Con poche parole ci mettemmo d’accordo e accettando la mia proposta di salire la Punta Emma, per la via Piaz, che avevo programmato intanto per conoscere quelle Montagne.
Il viaggio con il solito camion attrezzato fu lungo e noioso, ed arrivammo a Vigo di Fassa ben oltre le ore 21, ed era già buio.
Tutti i gitanti frettolosamente si sparsero per le vie alla ricerca di un posto per dormire e anche s’era possibile, per cenare. Per noi due, a curto de Lire, queste debolezze non influivano e così, e dopo aver cenato con i soliti panini, andammo per il paese alla ricerca di un locale aperto per bere qualche picoleza per digerirli. Poi non ci restò altro che ritornare al camion e sdraiarci sul fondo del cassone.
Alla mattina consultazione dell’allegata cartina per fare il punto.
Mi ricordo che guardandola restammo interdetti tanto lontano era la nostra Meta. L’unica soluzione sarebbe stata la seggiovia come in programma per i gitanti, e che noi non prendemmo neanche in considerazione per il costo.
osì ricordo che fu una lunga tirata per strade asfaltate, bianche, mulattiere e sentieri mentre dall’altro versante della Valle vedevamo salire luccicanti automobili.
Solo ancora la brevissima sosta al Rifugio Vaiolet per ristorarci con un bicchiere di vino; e che con la Guida confrontiamo quello che riporta con la parete della Punta Emma che ci sta di fronte.
Poi la salita troppo breve ed in Vetta con l’incombente parete del Catinaccio che nasconde e ridimensiona tutto: 20.8.1961.
La ricerca del chiodo di calata che non abbiamo trovato, e scendemmo in cordata, e la discesa per un facile canalone.
Così delle tante Montagne disegnate sulla Guida, e che ho aspettato per tanti anni di vedere dal vivo, non ho portato nessun ricordo; e non sono più tornato.
Un giorno, per bisogno di spazio, ti ho portato in cantina assieme ad altre vecchie Guide ormai sostituite dalle nuove.
pero che in quella compagnia non vi sarete annoiate tante sono le cose che vi sarete raccontate.
Tu sei stata la più fortunata perché, come usavo fare in quelli anni, fra le tue pagine avevo inserito stelle alpine; e che non ricordavo.
Ora le tengo tra le dita; e chissà su quale montagna le avrò raccolte?
Certo, il tempo non è stato galantuomo e noi due portiamo i suoi segni; ma non ti ho mai sostituito con un’altra; d’adesso il tuo posto è tra le mie Guide che profumano ancora di stampa; e dove ti troverai in ottima compagnia.

Il Monte Palon 1458 m nelle PreAlpi Giulie

lg03 il Plauris

Una leggenda racconta che mentre il Dio Creatore era intento a dare l’ultimo ritocco alla lunga dorsale del Monte Plauris (1958 m), che a valle del Passo Maleet scende fino alla Valle del Fella, sentì una lacrimevole implorazione proveniente da una modesta e poco appariscente montagna.

Signore, fammi un dono perché anche io possa un giorno essere ammirata come le mie vicine che svettano festanti verso il cielo.

Il Creatore l’ascoltò paziente, e poi donò anche a lei un segno della Sua creatività proprio sull’ultima parete prima della Cima, e terminò la sua opera senza sentire d’altre piagnucolose lamentele.
Così da quel giorno la modesta elevazione iniziò ad aspettare che l’uomo che intanto era apparso sulla Terra si accorgesse di lei e per questo ostentava con superbia il Dono del Creatore: quella splendida cengia a volta lassù, quale potente invito a percorrerla.
Purtroppo i primi uomini avevano tanto da fare che nemmeno se n’accorsero, anche perché le altre elevazioni rocciose della dorsale non offrivano nulla per le loro quotidiane necessità.

lg04 Cjucis la Cima

Solo in seguito che l’uomo per il controllo dei villaggi, pascoli e la caccia iniziò a salire le Montagne che servivano allo scopo; e così chiamarono Plauris la più alta, e Cjucis (si pronuncia Chiucis) quella slanciata e isolata che domina la Valle.
Non offrendo niente per il loro bisogno continuavano a non degnare di uno sguardo lei.
Così, e dopo tanto attendere presa dalla disperazione, lei iniziò a piangere fintanto che erbe e bassi arbusti favoriti dal bagnato iniziarono a coprire i suoi fianchi.

Solo allora gli uomini si accorsero di lei e iniziarono a frequentare, ma solo per la caccia e la legna, e la chiamarono in modo spregiativo Palon.
Era già un miglioramento, e per un periodo fu anche contenta; e restò nell’attesa.
Solo che nessuno mai tentava di raggiungere la Cima nonostante lei continuasse ad ostentare quel dono del Divino.
Così nuovamente disperò e riprese a piangere; ben presto una folta vegetazione la coprì fin quasi sulla Cima, e così a nascondere per sempre all’uomo il Dono di Dio.
Solo i camosci che a Dio a volte sono più riconoscenti continuarono indisturbati a salire il Palon del Cjucis, ringraziandolo ogni volta di quel Dono (almeno così io credo).

In quelli anni di scarso innevamento invernale mi recavo spesso nelle Prealpi Giulie, e con più frequenza nel Gruppo del Plauris, contando sul servizio ferroviario con partenza da Trieste alle ore 5.55 e arrivo alla Stazione di Carnia per le ore 8 e con partenza alle 18 e arrivo a Trieste alle 20 e così ….

lg05 Monte Palon

Il Monte Palon del Cjucis 1458 m

Così una Domenica dal sentiero per il Monte Cjucis rimontai la vaga traccia nell’erba già presa in considerazione, e che rimonta il ripido fianco boscoso di una propaggine del Monte Palon, e fino sulla cresta erbosa retrostante il testone roccioso incombente sul Ricovero Elio Franz m 1008.
Poi questa si sperde sul ripido fianco boscoso del monte, e così anche la traccia. Niente; e iniziai a salirlo a vista un poco per de qua e un poco per de la cercando la neve ed evitando i tratti ripidi rocciosi.
In alto il bosco si fa rado, ma iniziano i mughi. Allora traversai la sotto fino a vedere una depressione sulla neve; e mi convinsi che fosse il passaggio della traccia, e l’affrontai. Dalla padella nelle braci; era tutto pieno di rami di mugo.
La fatica fatta fu ricompensata perché avevo raggiunto la quota sottostante la desiderata Cima.
Solo che la giornata era grigia e di scarsa visibilità; e tanto da non distinguere quello che c’era di fronte per affrontarlo tra neve, roccia e mughi.

lg06 dove se pasa

Ero ormai rassegnato alla rinuncia quando sul manto inclinato di neve che copriva i mughi notai, forse sì forse no, le tracce di passaggio di camoscio?
Una volta raggiuntolo con fatica sia in discesa e in salita, e accertato che il camoscio era passato la sopra, non mi restò che seguirle; per le mani i rami sporgenti dalla neve ed i piedi immersi nella neve più spessa; e via.
Solo che procedendo lo spessore della neve diminuì, e continuare solo sulla ripida mugheta non era proprio il caso.
La fermata non voluta fu l’occasione per cercare tra i mughi soprastanti qualche possibilità; e proprio sulla breve parete in parte coperta da questi c’è una crepa che man mano si slargava promettente. Sì; e la raggiunsi lottando con i mughi che la nascondevano ormai larga per forzare il passaggio.
Solo che anche questo era ostruito da ramaglia varia e pungente. Così, e con santa pazienza ramo dopo ramo liberai il passaggio giusto per infilarmi con mezzo busto almeno per guardare; sì; per quel che vidi la oltre mormorai spontaneamente: questo è un dono di Dio.
Una cengia erbosa con neve e ghiaccio scorrere lungo la parete protetta nel suo sviluppo da uno strapiombo?

lg07 el dono de Dio

Così forzai il passaggio, e la oltre mi fermai ad osservarla ancora incredulo e timoroso. Poi iniziai a percorrerla con attenzione per il ghiaccio; gira il versante sperdendosi nel vuoto. – Orpo!

lg08 Ogrisi T

Due passi indietro e c’è la parete dello spigolo poggiata e lavorata a gradinata, e a seguire la cresta e la Cima: 26 febbraio 1992.

lg09 quota 1484 m

Verso Est e la quota 1486 m

lg10 Gr. Plauris

Versante Nord-Nord-Ovest del Monte Plauris 1900 m

lg11 C. dei Larici

Versante Nord della Cima dei Larici 1700 m

lg12 Monte Cjucis

Monte Cjucis 1315 m

lg13 Moggio Udinese

Moggio Udinese

Nella discesa rifeci lo stesso percorso

lg14 Monte Palon

Tornai la seconda volta sulla Cima con l’amico Valerio Coslovich; e non il viaggio in treno, ma con la sua macchina.

lg15 Monti Cjucis-Palon

Quel giorno la Montagna non aveva neve, e prendemmo presto quota e così fino sull’anticima conosciuta.
Senza la neve sui mughi scartai il passaggio per l’intaglio, e così scendemmo alla base della parete aprendoci il passaggio nella vegetazione.
A difenderla c’è una corta parete di roccia compatta e liscia alla base, e ormai poggiata e levigata dal tempo.

lg16 Valerio

Niente; l’attaccammo con attenzione e montammo sulla spaziosa cengia erbosa: il Dono di Dio.

lg17 Tullio

Le foto per ricordo con il suo sviluppo; e che la seguimmo fino che si esaurisce sullo spigolo del Monte.

lg18 Coslovich-Ogrisi

Poco prima scalammo la stretta parete gradinata che porta sulla cresta erbosa, e a seguire in Cima: 10 dicembre 1994.

Necessariamente in quel mese sosta breve, ma senza darci furia perché non dobbiamo prendere il treno delle ore 18 di quella bella giornata.
Proprio ci voleva perché ritornati alla base della parete, notai che la traccia dei camosci passa lo sotto, e la seguì per vedere dove porta. Questa contorna la parete per poi scendere per ripido ghiaione nel canalone del Passo Maleet m 1643?
Perso per perso tanto valeva provarci; e l’amico fu anche d’accordo; e via veloci prendendo le varianti a nostro favore, e in particolare sui tratti ripidi del ghiaione e tendendo a destra scendendo perché più sotto una cengia di sfasciumi alla base di pareti verticali, e alta sopra il canalone c’invitava a raggiungerla. Sì; e una volta raggiunta la vedemmo continuare a lungo perdendo quota e senza ostacoli, e sempre più alta del canalone.

lg19 Monte Palon tracciato discsa

Così la scendemmo lentamente beneficiando del sole di fronte, e fino a trovare conveniente a continuare nel canalone senza passare per il Ricovero e fino alla strada bianca che incrocia: meritava.

Una breve Storia d’alpinismo

lg20 per ricordarse

Era inevitabile che nelle nostre scorribande sulle Montagne, ed in primis quelle di Forni di Sopra, o nelle soste transitando nel suo paese natale, non ricordassimo l’improvvisa morte del giovine Juri Coradazzi, e da me appena conosciuto il giorno della sua salita sulla Cima Piccola della Scala nelle Alpi Giulie di Riobianco.

lg21 Torre senza nome

Così un giorno, cicola e ciacola domandai a Sem il suo parere ed il consenso di dedicargli la Torre innominata da noi salita il 30 giugno 1993.
Certamente che era d’accordo, anche se non se l’aspettava; è lasciava a me carta bianca.

lg22 relazione

Sì perché altre al consenso del suo papa Armando Coradazzi, dovevo anche verificare se la relazione riportata sulle Alpi Venete riguardasse proprio quella Torre non essendo allegata la fotografia.
Non mi fu difficile avere il consenso dal suo papà che saluterò a Forni di Sopra di ritorno dai miei vagabondaggi in quelle stagioni rivolti sui Monti Tor, la Cresta e Monte Miaron sopra il Passo Falzarego.
Più difficile mi fu incontrare il forestale Mario Cedolin, e tanto d’affidare a Sem l’incarico d’organizzare quell’incontro contando che lui trascorreva l’estate in zona.

lg23 veduta

Il sabato pomeriggio e come d’accordo per telefono, posteggiai la macchina da lui, e andammo con la sua al posteggio per il rifugio Giaf.
Così nel breve viaggio m’informò su quello che era riuscito ad organizzare: noi due dormiremo in Rifugio, mentre il Cedolin con il Coradazzi che ha voluto unirsi, ci raggiungeranno la mattina presto per andare insieme a ripetere la nostra salita per la verifica.
La mattina, e a breve distanza di tempo arrivarono; solo che il Cedolin c’informò che non può mantenere l’impegno per tutta la giornata, ma ci accompagnerà lassù fino all’attacco della Torre per confermare se è quella salita da lui; e via in allegra compagnia fino in vista della Torre che la confermò; e che è più che d’accordo che quella Torre porti il nome di Juri Coradazzi.
Restò ancora la sotto con noi il tempo di metterci in cordata, e che Sem finisca la sigaretta e iniziasse la salita.

lg24 Torre Jure Coradazzi

Così noi tre in cordata portammo a termine la salita e la discesa che non mi ha lasciato ricordi.
Quel giorno però avevo documentato la nostra salita e discesa, e che ci tenevo.
Solo che la pellicola andò persa in qualche laboratorio di sviluppo; e amen.
Una volta a Trieste scrissi subito a Camillo Berti che avevo già informato della nostra iniziativa.
La conferma per il nome proposto di Juri Coradazzi a quella Torre, mi arrivò con la rivista Le Alpi Venete autunno – inverno 1998 – 1999. Grazie.