Ritorni avventurosi e di sorprese sulle Vette Nere

Trieste, 1 dicembre 2013

Un giorno cercai di compilare mentalmente i nostri percorsi fatti da sotto la bancata erbosa sia per la riuscita salita alla Cima Sud delle Vette Nere che quello del ritorno per poi compilare, se del caso, una relazione più precisa; e mi trovai in difficoltà ad essere esauriente. Ciò mi angustiava perché una relazione della salita dall’approccio incerto per raggiungere il canalone non mi piaceva proprio a far pubblicare. Così non mi restava che ritornare, e magari con un compagno disposto anche a tentare la salita della faglia/canale che divide la Montagna in due parti ben distinte: Nord e Sud, e che all’amico Daniele non interessava. Sì, due piccioni con una fava; ma con chi?

VN01 panoramica

Primo tentativo 

Un incontro imprevisto, e seguito da un’alleanza a formare la cordata avvenuta nell’estate dell’estate del 2004, con l’amico Marco Arnez per la riuscita salita al Monte Ursic, ci consentì d’incontrarci un giorno, come accordi presi, nella seconda settimana di settembre in Val Pesarina, e subito dopo il ponte sul Torrente Degano. Andò proprio così, e dal posteggio del paese di Pesaris continuammo con la sua perché nel bagagliaio tiene tutto il materiale d’arrampicata; e via. Posteggiammo sulla piazzola a lato della strada dove inizia la bianca forestale per il   Passo Siera, e dove Marco scaricò tutta la ferraza per poi distribuirla nei sacchi. Al che io l’anticipai scegliendo di portare la corda che lui teneva ben protetta e avvolta in un telo plasticato. Solo che per curiosità volli provare ad alzare il suo sacco; e difatti il peso mi sembrò eccessivo per la nostra impresa. Così anche per il peso della corda lo informai. Confuso e imbarazzato si scusò perché era sicuro che nel bagagliaio ci fosse quella adoperata l’altra volta, e non la statica di 70 m per palestra; e non mi restò che a butarla in rider.

Stava appena nel mio sacco con il materiale, e tanto da temere che gli spallacci non tenessero; e lo stesso anche quello dell’amico che aveva tutta la feraza, nonostante che l’avessi informato che bastava qualche protezione e una serie di chiodi. Non era la giornata giusta; e ben presto, e con quel carico così pesante, solo l’impegno per la nuova salita mi spronò ad avanzare, ma lentamente; e lo stesso vale anche per Marco che stoicamente faceva finta di niente. Al Passo prendemmo fiato e a lungo prima di passare nel canale che sembrava non terminare mai, e dove l’amico con quel carico faceva fatica a procedere. Più avanti m’ascoltò; è una volta nella piccola radura lasciò parte della feraza calcolando che farà il primo di cordata. Così procedemmo veloci tra i mughi senza i rami infestanti e a seguire fino alla cengia sottostante il pilastro. La sotto perdemmo solo il tempo per illustrargli quanto fatto su quella parete; e via per la cengia in salita e a seguire per la bancata fino allo slargo; e dove ci rendemmo conto che lo stesso avevamo impiegato troppo tempo. Niente; anche se con meno entusiasmo scendemmo la parete conosciuta. Traversammo lo stretto pianoro erboso fino a trovar conveniente calarci per il canale fatto in salita, con la speranza d‘incrociare i rami spezzati per seguirgli. Solo che non gli trovammo; mentre lo stesso provammo a seguire vaghe tracce di passaggio di camosci. Uscimmo così dal canale, e su un candido pianoro detritico dove convergono e scaricano anche altri canali? La possibile rinuncia fu così rimandata, e lo traversammo puntando sull’altra ripida sponda infestata dai mughi un passaggio detritico che s’incuneava, e che celavano una cengia ghiaiosa erbosa sotto la parete, e che ci diede speranza e conforto.

Ci concedemmo allora una piccola sosta dove anche decidemmo di continuare per andar a veder dove porta; ma senza i sacchi. Poco dopo era sbarrata da alcune corte balze rocciose erbose con radi mughi dove seguimmo tracce di camosci. Più avanti ripide ed i mughi infestanti. Marco rinunciava; io proseguirò perché i mughi nascondevano la traccia. Nel seguirla pensavo di essere il primo uomo a calpestarla esaltandomi. – Tuntintun scorsi sotto il gradone di roccia, coricata e coperta in parte da foglie decomposte … una bomba! No, deve essere? Allora la raccolsi delicatamente pulendola dallo sporco. Passato il primo stupore subentrò delusione e mestizia perché tra le mani tenevo una borraccia dall’alluminio a coste verticali. Subito per la testa mi passarono una serie d’interrogativi circa la sua presenza interrotti dall’arrivo di Marco che non mostro meraviglia, ma decise invece di fermarsi a riposare. Io invece di continuare, e posatala sull’erba passai il gradone seguendo la traccia sul terreno erboso, e fino sotto il caratteristico lato esterno della parete a volta che sembra proteggere il passaggio tra grandi massi nel qui largo canalone nell’ombra scura. Così, e una volta nel mezzo osservai di fronte l’ultimo salto del canalone delimitato ai lati da pareti levigate che così nell’ombra sembravano insuperabili. Certo, ma non persi altro tempo per sincerarmene anche perché il mio morale era a terra; e via. Così tornai con il pensiero al ritrovamento della boraccia; concludendo che a lasciarla lì saranno stati alpinisti o cacciatori che certamente non saranno riusciti a raggiungere il canalone superiore; e a noi riuscito scendendo dall’altro versante. Così giustificato l’incontro con la boraccia, tornai dall’amico raccontandogli quanto visto, trovano e concluso; e mi presi una meritata sosta.

Cicola e ciacola raccolsi la boraccia per far bottino. Niente; perché la solita vocina mi richiamò che fa parte della Storia di questi Monti, e deve restare lì. Orpo; allora infilai un ramo di mugo nel moschettone d’aggancio arrugginito e appena poggiata alla parete. La salutammo promettendole che saremo tornati; e con il nostro carico appesantito dalla sconfitta rifacemmo a ritroso il conosciuto e lungo percorso.    La mia stagione esplorativa era finita; finito non era invece il mio rivivere l’attività fatta e o da terminare; ed in primis di trovare un percorso meno faticoso per arrivare allo sbocco del canalone sopradescritto. Lavoro di meningi; e un giorno ricorsi nuovamente alla Carta Topografica Tabacco!  Sì, lo trovai, e anche subito perché sulla Carta la struttura delle Vette Nere è ben riportata, e così anche il canale che scorre lungo la parete Sud Est e a seguire il percorso dell’acqua che s’origina dallo slargo detritico e fino ad incrociare il sentiero Passo Siera e Rifugio F.lli De Gasperi anche se non era il massimo perché vedevo in quel punto anche possibili difficoltà. Così, riguardai con più attenzione e … – Xe fata! Sì, perché prima del canale e tratteggiato, e appena visibile sulla mia Carta vissuta, un rivolo o canalino. Solo che dovrò aspettare l’estate prossima per sincerarmene. Certo aspetterò, e con santa pazienza.

Secondo tentativo

Mancavano circa due settimane all’inizio dell’estate 2006, ed in tutti quei mesi passati, da solo o con l’amico Daniele non avevo fatto una sola gita. Ritornò proprio in quei giorni il bel tempo; era l’occasione per telefonargli se del caso avesse voglia di andare a provare il nuovo approccio per entrare nel nostro canalone di salita alla Cima Sud. Fulmini e saette; poi e indeciso, anche perché s’aspettava d’iniziare la stagione con qualcosa d’altro. Allora lo relazionai che sia dalle fotografie, e segnato sulla Carta Tabacco, c’è in versante Sud Est delle Vette Nere una possibilità per raggiungere il nostro canalone. Era indeciso, poi accettò perché l’avevo assicurato che faremo solo un giretto esplorativo, e non condizionato da altre Mete.

VN02 tabella

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Così, in quella bella mattina posteggiata la macchina nella piazzola iniziammo a salire la strada forestale, e dove per Daniele si presentò subito l’occasione di mettere in lavoro la nuova macchina digitale per riprendere sulla tabella segnaletica una grossa e minacciosa vespa che faceva per nostra fortuna solo la guardia al nido.

VN04 panoramica

VN05 Cima S

VN06 Cima N

Così scappato il pericolo, ridendo e scherzando con quell’auspicio, arrivammo al Passo Siera 1592 m. 

VN07 Veduta Vettde Nere

Sì, dal Passo Siera noi seguiremo in direzione Sud il sentiero attrezzato Corbellini, che non conoscevamo, e che porta al Rifugio De Gasperi 1767 m. Noi invece passato il tratto facilitato, dovremmo prestare attenzione ad individuare il rivolo ghiaioso riportato sulla Carta Tabacco; e via.

VN08 sent. Corbellini

VN09 prino tratto attrezzato

VN10 fine attrezzature

Alla pari della strada forestale, anche il sentiero in quella stagione era stato oggetto di migliorie.

VN11 particolari

VN12 idem

VN13 idem

In particolare per renderlo più sicuro nel traverso della parete scanalata, e con abbondante e fresca segnaletica che faceva concorrenza alla fioritura primaverile.

VN14 inizio salita

Ancora un centinaio di metri guardinghi, e prestando attenzione sul tratto del pendio a monte, celato tra la mugheta c’era un rivolo ghiaioso che a prima vista sembrava promettere bene. Sì, e no; ma era troppo evidente perché non fosse già stato salito, e a noi due non restò che andare a verificare anche perché più avanti di quello riportato sulla Tabacco. Una prima traccia la trovammo quando passati due tratti del canale ancora innevati, tra il pietrame di una recente piccola frana c’erano resti di stoffa rossa e di uno zaino? Pausa e le solite domande in questi casi: di chi, come, e perché; alpinisti o cacciatori? Allora ne strappai un lembo e lo misi sotto una grossa pietra come segnale. Più avanti il canale volge a destra sperdendosi sulla parete inclinata e lavorata dall’acqua; e dove più avanti questa poggia e diventa cengia detritica con il bordo esterno orlato di mughi e dove più avanti …  - Orpo. Sì, perché ricordavo d’essere già passato con Marco Arnez; e informai subito l’amico che fino a quel punto non era tanto convinto sul percorso. Proprio ci voleva, e anche per il morale. Non mi ero sbagliato; perché fatto il passaggio tra i mughi e balze di roccia ad attenderci c’era la boraccia ancora appesa al ramo del mugo; e che dimenticai di fotografarla. Così, e ormai convinto che non si passa dal canalone, provammo sulla bassa parete a fianco dell’altra caratterizzata dalla volta per poi scendere nel canalone e oltre le pareti levigate. Provammo sì; ma senza entusiasmo desistemmo; tanto lo scopo della Gita era stato realizzato.

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Così, cicola e ciacola, scenderemo senza furia per lo stesso percorso. Certo non eravamo stanchi, ma anche se lo fossimo stati avremmo lo stesso valutato il nuovo percorso lineare e sicuro, convinti che non è quello tratteggiato riportato sulla Carta Tabacco, e al contrario dell’altro per la bancata lungo e faticoso; tanto noi torneremo, e pertanto la giornata non persa!

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