Sull’altro versante delle Vette Nere

Trieste, 1 ottobre 2013

Alla pari che per l’uscita della nuova Guida del Buscaini sulle Alpi Giulie, io, e come credo per tutti gli Alpinisti, e in particolare quelli della Regione Friuli – Venezia Giulia, accolsi ben volentieri nella stagione 1988, a distanza di circa dieci anni, la tanta attesa Guida sulle Alpi Carniche. Solo che il nostro Territorio Alpino Regionale è alquanto vasto e complesso, e quella era il I VOLUME. – Orpo. Così per sapere e vedere le novità sulle Vette Nere, allungai l’attesa di circa altri sette anni per II Volume uscito nel 1995.

vr01 Guida A C Proprio ci voleva perché nel suo Capitolo sono venuto anche a sapere che ci sono due Cime ben distinte: Nord e Sud; e che ci sono anche delle belle pareti sul versante Sud- Est a me ancora sconosciuto. Certo, quella notizia era come rivolta a me, mi dissi; ma ci saranno anche altri che stavano aspettavano mi sono detto, e così rimandai la loro esplorazione.   Intanto nella primavera del 2002, l’amico Armando Galvani mi propose, per far gambe, la salita al Creton di Tul 2287 m (Siera – Creta Forata). L’accettai volentieri perché é proprio di fronte al versante Settentrionale delle Vette Nere; e così dall’alto potrò documentarmi e scattare qualche foto, perché non si sa mai, conclusi.

vr02 Galvani - Ogrisi vr03 Veduta Vettde Nere Niente d’eccezionale alla prima vista: solo una lunga dorsale in crescendo da Nord a Sud frazionata in due settori ben delimitati; e anche da questo versante con basse pareti verticali con alla base tracce di cenge che le delimitano dall’impenetrabile mugheta. Un giorno a casa, con le fotografie in mano e cercando sulla Carta Topografica Tabacco una possibilità d’avvicinamento, notai ben riportato quello individuato sulla fotografia: il canale che continua lo slargo ghiaioso sotto Cima Nord sbocca a poche centinaia di metri dal Passo Siera. – Orpo; e come sempre non mi restò che de andar veder.

Il tentativo

Così, in una bella ma fredda giornata di metà autunno dello stesso anno, e con l’amico Daniele Sandri, posteggiammo la macchina quella volta nella Val Peserina, e dove inizia la strada a fondo naturale per il Passo Siera.

vr04 veduta pareti vr05 Cima S vr06 Cima N Quel giorno eravamo tanto intenti e interessati ad osservare e commentare le pareti della nostra Meta, da non avvertire la salita monotona, e così fino al Passo m 1592.

vr07 set 2002 prima volta Per quanto avevamo osservato lungo la salita, e per quello che vedemmo dal Passo, non ci restava che attenersi a quanto osservato sulla fotografia fatta dal Monte Tul; solo che prima dovevamo trovare lo sbocco del canale sul sentiero come riportato sulla Tabacco per poi cercare di raggiungere la bancata di cenge che traversa tutta la parete.

vr08b panoramica Seguimmo allora speranzosi il sentiero a mazza costa che va ad accordarsi con il conosciuto che da Sappada porta al Passo dell’Arco. In leggera discesa e poi a mezza costa ben presto l’individuammo anche se celato dalla vegetazione. Sì, uno stretto canalino chiuso e ingombro di massi di media grandezza?   Alt; e ferma tutto. Forse che sì, forse che no, e saremmo anche andati avanti ancora un tratto. Tornati sui nostri passi e controllando verso valle capimmo la traccia tra l’erba, e più sotto sul ripido ghiaioso sempre più marcato.

vr09 inizio salita vr10 nel canale prima volta Avuta così la certezza, lo imboccammo battagliando subito con i rami della bassa vegetazione e prestando attenzione a dove mettere i piedi sui massi levigati.

vr11a particolari

vr12 per ricordo Il versante diventa ripido, e il canale sempre più marcato tra basse pareti, e più avanti anche fondo, e dove ci sono delle caratteristiche ostruzioni che non sono facili da superare.

vr13 nel canale - Sandri Daniele vr14 tira drito Tullio Ogrisi Poi poggia gradatamente e il procedere e tranquillo e così fino sotto un dosso erboso dove gira a destra immergendosi nella caotica vegetazione: piccolo colpo al cuore. – Orpo, e adeso? A sinistra del dosso il ripido pendio erboso va restringendosi verso una macchia d’alberi; e c’invitava a salirlo. Non avevamo niente da perdere ormai, e trovammo anche una traccia di camosci che ci facilitò la salita, e così fino alla piccola radura erbosa circondata d’alberi vista dal basso; e verso monte a due passi l’inizio della mugheta.- Sì, e adeso?  Certo, eravamo in una bella e romantica radura; solo che noi dovevamo proseguire, e in salita.

vr15 panoramica

Così, guarda de la e guarda de qua, tra i mughi individuiamo un percorso di camosci ormai intransitabile per i rami infestanti; e che noi con santa pazienza gli levammo rendendolo appena transitabile, e fino ad uscire su una piccola depressione erbosa sottostante le pareti del pilastro divisorio e del triangolo ghiaioso osservato sulla fotografia. Prendemmo solo il tempo per una piccola sosta per fare il punto della situazione, e per il ripido pendio erboso e poi ghiaioso raggiungemmo l’inizio delle cenge che poi formano la bancata che ci faciliterà gli approcci: – Xe fata!  Solo che la larga fenditura camino soprastante ci catturò, e anche se noi eravamo venuti per tentare la Punta Sud, non rifiutammo la possibilità di salirla, e così anche continuare verso la sconosciuta Punta Nord. Superato un primo tratto e un secondo non facile, la fessura passa a camino verticale dalle pareti lisce. Noi avevamo portato solo la corda e così iniziammo a scendere.  Solo un tratto perché vedemmo la possibilità di traversare lungo la parete; e così la traversammo con la speranza di trovare la possibilità per salirla. Ci provammo, e in vari punti, ma sempre nel tratto finale la roccia e verticale e liscia, e così fino ad un rientramento gradinato coperto da detriti. Lo salimmo quasi di corsa, e anche per un tratto non facile chiuso dalla parete liscia; niente.

Una volta alla base ci demmo furia con la speranza di salire la Punta Sud; e allora via veloci verso la bancata anche se in salita. La percorremmo veloci perché per un tratto e facile e fino ad uno slargo formato da uno spacco della parete incombente a diedro. Bastò un poco d’attenzione ed eravamo dall’altra parte, e dove la bancata ormai cengia, continua restringendosi sperdendosi a tratti sulla parete. Così tornammo sullo slargo del colatoio a fare il punto anche perché avevamo ancora speranza di farcela.  Più oltre, la in alto e di fronte osservammo il canalone scopo del nostro tentativo che origina da un’ampia Forcella; poi scende rasente la parete fino ad essere nascosto da una bolgia di piccoli campanili e torrioni che caratterizzano anche il bordo esterno del canalone, e la sotto lo sbocco a formare uno slargo ghiaioso.  Sì; quello dovrebbe essere il percorso più facile per la Cima Sud da questo versante, e come osservato all’arrivo dal Passo Siera; ed il detto canalone è anche ben riportato anche sulla Carta Tabacco.

Allora veloci raggiungemmo l’altro slargo da dove avevamo giudicato possibile scendere sul sottostante ripiano erboso margine del ghiaione incastonato nella mugheta; un bell’invito. Domandai a Daniele l’ora. – Xe tardi ormai. Tutto questo via, vai mi aveva fatto perdere la cognizione del tempo; però c’è n’era ancora per la meritata sosta, e finalmente. Nel ritorno per lo stesso percorso non ci demmo furia; ed è stata anche l’occasione per migliorare il passaggio tra i mughi levando altri rami infestanti perché noi torneremo: promesso. In questo primo racconto gran parte delle fotografie pubblicate sono state scattate successivamente.

La salita alla Cima Sud 2188 m

vr16 panoramica Così all’inizio della stagione 2003, per il nostro itinerario raggiungemmo lo slargo della cengia dove avevamo visto la possibilità di scendere; e via. Scendemmo per i brevi e stretti ripiani erbosi con tracce di camoscio tra corte balze di parete aiutandoci con i rami dei mughi, e così fino sul ripiano erboso sottostante; e dove dall’euforia della riuscita discesa, sullo slancio ci buttammo giù veloci per il candido ghiaione incastonato nella mugheta. Ferma tutto perché nel programma era previsto che dovevamo tenerci sotto la parete. – Orpo, e adeso?Per non tornare indietro noi preferimmo, soffrendo, di traversarlo in obliquo cercando le zone meno fitte e assecondando la conformazione del terreno fino a trovare un canale che più avanti e nascosto da un dosso che prometteva, e che lo rimontammo fino a vedere l’inutilità. Fatto il punto della situazione, quella volta preferimmo traversare in leggera discesa lungo la parete poggiata del dosso aiutandoci anche con i rami dei radi mughi verso il nostro canale; e fortuna volle arrivammo proprio nel fondo quasi increduli, e ben avanti!

Il successo ci galvanizzò, e riprendemmo rimontandolo veloci. Solo che presto è stretto e chiuso tra pareti con il fondo coperto da masi arrotondati di media grandezza, e proseguendo anche qualche facile passaggio fino sotto la base della parete che di lato si slancia a campanile; sì, proprio quello alto e slanciato. Questa fa da diga trattenendo tutto quello che cade e frana la oltre. Non era proprio un bel posto per fermarsi. Sulla parte esterna c’è una corta parete a gradoni che immette in uno slargo detritico sospeso e chiuso tra corte pareti verticali; l’unica possibilità per proseguire; e non fu facile il passaggio. Poi lo contornammo sotto la parete di lato dove il fondo è più compatto, e quando diventò ripido restringendosi a canale, passammo dall’altra parte, e per una stretta gradinata arrivammo sul bordo.

- Orpo. Sì, perché c’è un ripido e stretto pendio erboso? Dilemma; e così invece di traversarlo e continuare per roccia rotta e sfasciumi, lo rimontammo sul bordo solido e roccioso; e tornò la voglia di continuare. Alcune decine di metri e fino sotto una serie di torrioni dove trovammo un canalino che si origina da uno stretto intaglio per passare. La oltre ci tenemmo sotto la parete, e poi per sfasciumi montammo su un rilievo ancora in parte compatto tra due canalini franosi che ci consentì di raggiungere il bordo sicuro del canalone principale, e per questo fino sotto l’incombente torrione innominato. Poco prima scendemmo nel canalone portandoci sotto lo spigolo dove sulle pareti dei buoni appigli ci aiutarono a raggirarlo; e con un’ultima tirata sul ripido ghiaione arrivammo sulla vasta Forcella divisoria. Un giretto per guardare intorno, e poi rivolti verso la breve parete decidemmo il percorso finale.  A guardia della parete c’è un piccolo e tozzo torrione che sfida chi volesse proseguire. Solo che non si è accorto che il tempo ha lavorato le sue corte pareti rendendolo vulnerabile; e la oltre montammo su una stretta cengia che ci portò sotto un corto canalino diedro insidioso, e a seguire sull’altra traccia di cengia in salita che si esaurisce sulla parete compatta ma inclinata che rimontammo sul punto più alto dell’affilata Cresta: 24 giugno 2003 – Sandri Daniele e Ogrisi Tullio.

vr17 Sandri d-Ogrisi T

Già pregustavamo una lunga sosta perché la salita è stata tirata; invece i brontolii dei tuoni ancora lontani ci consigliarono non più di mezz’ora; e via.

vr18 Val Pesarina vr19 Cadin Vette Nere vr20 no coment Rischiando avevamo calcolato giusto perché il temporale ci colpì quando eravamo nel tratto della nostra entrata nel canale, e dove decidemmo la sosta anche per fare il punto. Poi fortuna volle che fosse un temporale secco o scarso di pioggia, tanto che bastò il riparo di uno strapiombo poco pronunciato. Così la sotto valutammo di non continuare a scendere per il canale a noi sconosciuto, ma di seguire invece sulla parete le sicure tracce dei rami spezzati dei mughi. Il temporale intanto era passato, e sulla calda roccia la pioggia già evaporava. Le seguimmo; ma solo un tratto perché vedemmo conveniente continuare dritti, e così fino ad incrociare un canale ingombro di massi che prometteva bene perché puntava la nostra parete; e ci tornò il sorriso perché ormai stanchi.  Uscimmo da questo per seguire una traccia di camosci sul bordo erboso che ci portò sul ripiano e sottostante la parete scesa la mattina. Solo che intanto s’era fatto scuro per l’arrivo di dense nuvole, e aveva ripreso a piovere. Allora l’amico mi propose di continuare per il ripiano per evitargli quella salita.

La fortuna aiutò gli audaci; e così continuammo per il ripiano sconosciuto che man mano diventa un’esile cengia, poi a seguire una traccia con erba folta e più avanti ancora dei tratti su piccoli mughi col vuoto sottostante, e sempre nell’oscurità e sotto la pioggerellina. Riprende a formarsi la cengia che va allargandosi e, sorpresa, ci trovammo sull’altra percorsa la mattina, e su terreno conosciuto. Intanto le nuvole s’erano alzate aprendosi, e tornò la luce a rincuorarci e darci forza morale. Grazie, proprio ci voleva. Così scendemmo veloci per il nostro sentiero, e dove rallentammo solo nel canale anche perché troppo bagnato; e nel punto della breve pausa mattutina c’era la mia macchina fotografica ben asciutta appesa sotto lo strapiombo che temevo di aver persa lungo la salita. Questo contribuì ad aumentare il nostro morale; e ridendo e scherzando sotto un altro temporale arrivammo al Passo Siera.

vr21 tracciato vr22 piantina