Ricordando Giovanni Angelini

Trieste, 1 giugno 2013

Può essere avvenuto nell’autunno del 1963 o 1964, ma fu veramente una bella pensata quella di mettere a sorteggio fra tutti i partecipanti delle Gite Estive di quell’anno parte delle Riviste, Libretti e Pubblicazioni che si erano accumulate occupando spazio prezioso nell’angusta segreteria della Sede della XXX Ottobre C.A.I. Trieste. Così, e nel corso della festicciola di Chiusura Gite Estive, fu anche estratto il mio nome e consegnatomi “il Premio” abbinato: “Salite in Moiazza” di Giovanni Angelini.
Rimasi un po’ deluso perché nel libretto, già letto in Sede, ricordo, non trovai interesse a salire quei Monti a me sconosciuti anche se avevo accompagnato le Gite Sociali sul Sassolungo di Cibiana il 24 giugno 1962 e al Sasso di Bosconero il 4 giugno 1964; e mentre gli Scoiattoli di Cortina erano impegnati sulla Rocchetta Alta.
Forse quell’incontro, ma di sicuro gli articoli di Giovanni Angelini corredati da grandi fotografie regolarmente pubblicati in quelli anni sulle Alpi Venete che mi sospinsero ad andargli conoscere.

Un giorno, tanto per occupare del tempo, lo sfogliai e così un’altra volta e sempre con più frequenza tanto da tenerlo a portata di mano. Mi riconoscevo in lui, anche se le circostanze erano diverse, quando, ancora fanciullo, racconta delle sue Gite Domenicali con la famiglia, e che non riuscivano a portare a termine per la perdita di tempo nelle fermate fatte per salutare i vari parenti ché abitavano lungo la strada della Valle.Imparai ben presto a conoscere quelle Montagne e collocare le vie di salita sulle fotografie senza i tracciati ma solo le relazioni; e tra queste Montagne quella che di più mi attrasse fu la III Torre del Camp per la via del Pilastro ovest di Gino Pisoni, Giovanni Angelini e Sandro Conci.
Intanto, e nell’attesa che la “XXX Ottobre” mi programmasse una Gita da quelle parti, provvidi a ridurre anche il formato del libretto per portarlo nel  sacco.Finalmente nel 1966 programmò due gite nell’Agordino, e mi affidò la Gita di giugno per la salita al Monte Tamer 2547 m. Per essere già in quota, e d’accordo con i gitanti, pernottammo nella grande Malga subito sopra il Passo Duran con la comodità d’avere almeno la luce al neon.

Peccato che la neve troppo ripida sulla gran cengia ci ostacolò la salita alla Cima.
L’altra più l’attesa, il 3 e 4 settembre al Rifugio Vazzoler, per una meta che non ricordo anche perché a noi interessava solo il pernottamento. Così quella mattina del 4 settembre 1966, con gli amici Hrovatin Sergio e Grego Sergio, dal Rifugio Vazzoler con una lunga traversata raggiungiamo le Risine e la base della parete. Confrontiamo quello che vediamo con la fotografia, leggiamo la relazione e attacchiamo. La qualità della roccia e le difficoltà giuste per le nostre capacità rallegrano la salita; solo che in tre il tempo passa veloce e siamo in ritardo sull’orario programmato, pertanto la sosta in Cima alla Terza Torre del Camp 2310 m, è brevissima. Scendiamo veloci per corte pareti con macchie di mughi in un canale che si esaurisce nel piano, e senza altre difficoltà raggiungiamo la Forcella del Camp ed in picchiata le Risine. Informo gli amici che ho letto sul libretto che da lì è possibile scendere in Val Corpassa per evitare la lunga traversata. Da quel punto gli sembra impossibile che la sotto ci sia, ma accettano di correre il rischio. Per un attimo mi giro a riguardarmi oltre che la parete salita, anche quella che la sovrasta; e giù veloci dove all’entrata della forra troviamo una vaga traccia che ci guida fuori il dedalo e sulla strada bianca dove più sotto incontriamo i gitanti in ansia per noi, ma anche seccati per il ritardo della partenza. L’ultima occhiata che detti dalle Risine era stata anche sulla parete a lato di quella salita, e caratterizzata a metà da un ampio tratto a placca. Così, e una volta a casa un giorno sul libretto lessi il nome: parete Ovest del Campanile dei Zoldani, e la relazione dei primi salitori da Est; Giovanni Angelini, Antonio Rostagni e Franco Vienna; quindi quella parete era ancora da salire; non mi restava anche per questa che aspettare il giorno.

L’anno dopo invece la Sezione programmò una sola Gita nei giorni 11 e 12 Giugno 1967 sullo sconosciuto Castello del Moschesin; e con pernottamento nel paese d’Agordo. La sua salita c’impegnò alquanto in quella grande giornata per trovare sulla frastagliata cresta la Cima del Castello del Moschesin: 2499 m. Ricordo sempre con commozione che mentre scendevamo a piedi verso Agordo perché la corriera non poteva fermarsi per attenderci, un anziano alpinista, in una delle tante fermate fatte per rimirarlo nei colori di un indimenticabile tramonto mormorò per sé pensando di non essere sentito: pecà no gaverve conosù prima.

Dopo poco più di due mesi e come avevamo programmato in Sede con Guido Canciani e Luciano Marega, Heydy e io arrivammo per la prima volta al Rifugio B. Carestiato nel Gruppo delle Moiazze, e per restarci quattro o cinque giorni; i compagni per tentare l’attesa salita della parete arriveranno in seguito. Noi siamo arrivati invece con le corriere di linea, loro sono automuniti, così ritorneremo insieme a Trieste.

Intanto, e nell’attesa che arrivino i due amici, noi consigliati dal gestore perché appena installata la ferrata, forse Costantini, raggiungemmo il 21 agosto la Cima del Sass Duran? Lo credo; solo che nessuno al Nuovo Rifugio in data al 22 e 23 settembre 2007, ricorda esserci stata.

 

Il giorno dopo interrompemmo la salita alle Masenade sugli Scalet per la fatica del giorno prima.

Intanto erano arrivati due amici e compagni di salita, e certamente prendemmo un giorno di riposo perché si soggiornava bene al rifugio gestito da marito, moglie in dolce attesa e con figlioletta. Avevano anche un cane di mezza taglia dal pelo bianco che ci faceva sempre compagnia sperando in qualche buon boccone: lo avevano chiamato Mosca. In quei giorni passavano pochi alpinisti nonostante il mese ed il bel tempo, e così eravamo gli unici che pernottavano. Un giorno arrivarono i fratelli Bonetti con dei compagni; avevano appena portato a termine la salita di una delle tante strutture rocciose ben visibili dal Rifugio, più tardi c’indicarono quella e altre fatte precedentemente.   La mattina del giorno 24, io e i due amici raggiungiamo la conosciuta Forcella del Camp. Scendendo cerco la nostra parete che i due non hanno mai visto, e per scattare qualche foto; ma questa è nascosta dalle Torri del Camp, e man mano che scendiamo non cambia niente; anzi peggiora perché il cantone è ancora nell’oscurità e dove invece risalta il tratto a placca che riflette il colore del cielo. Arriviamo la sotto; una stretta al cuore. – Orpo! Sì, perché ero convinto che la parete è strutturata come quella a fianco e già salita; invece su questa la roccia è liscia con rare tracce di stratificazione e la in alto la “placconata” che ci spegne ogni velleità. Già che ci siamo decidiamo di tentare la salita per avere la coscienza a posto. Attacchiamo in un canalino sul lato sinistro che scende da un camino per aggirare la prima parte di parete. Troviamo inaspettata una stretta cengia con ramaglie di mugo e tratti a volta che ci porta fino e altre uno spigolo arrotondato. In quel momento, per quello che vediamo sopra, se uno di noi avesse detto rinunciamo sarebbe stata una liberazione. Niente; e così prepariamo il terrazzino con un paio di chiodi.                                                            – Tien ben che vado; ed inizio la salita in un incavo della parete che si restringe a diedro poi quasi traccia. Devo chiodare e più volte ed anche per gli amici, e la scorta dei 4/5 chiodi finisce, e così anche la nostra farsa.

ga07 Rocchetta Alta

Nell’anno 1968 sentii probabilmente il richiamo del Bosconero perché il 14 luglio, con l’amico Canciani Guido, e per i camini della via Angelini & C. della parete Ovest raggiungemmo la Cima della Rocchetta Alta del Bosconero 2400 m.

Il 28 agosto con l’amico Galvani Armando invece raggiungemmo la Cima del Sasso di Bosconero 2468 m, lungo l’antispigolo Nord/Ovest; via Pretto & C.

In settembre ancora una Gita in zona con un gruppetto d’amici al Bivacco Grisetti.
La salita alla Cima delle Sasse 2878 m, non ci riuscì per le difficoltà non superabili da tutti.    Nel corso dell’anno 1969 riuscivo ad accordarmi per alcune salite su altre montagne con Priolo Roberto che conoscevo già da anni incontrandolo in Sede, Gite Sociali e in Val Rosandra. Salite che contribuirono a farci conoscere le nostre capacità tanto da proporli la possibilità di farne delle nuove. Così il giorno 21 giugno 1970, dal Rifugio Carestiato, ci portiamo alla base della parete del Campanile dei Zoldani. L’amico, che l’aveva vista solo parzialmente nella fotografia, vorrebbe l’attacco diretto.
Lo consiglio che la parete è tutta per noi e che possiamo scegliere di salirla con un itinerario diretto sfruttando i punti di minor difficoltà; e d’accordo raggiungiamo il terrazzino. Il tempo di mettermi in sicurezza e già supera il primo tratto saltando dei chiodi che avevo messo e attacca la traccia a diedro. Poi ricordo di una sosta su terrazzino caratterizzato da una pietra bianca a forma di vassoio; che si commentava sulle difficoltà superate nel tiro di corda, e così e poi dopo ogni lunghezza complimentandoci.

L’elegante passaggio per superare lo strapiombo che dal basso sembra come la testa di un grosso chiodo a sostegno della placconata; e poi su questa la nostra esultanza nel vedere sulla liscia corazza delle conche che ci avrebbero facilitato la salita e concesso un posto di sosta, come poi è stato. La scelta del mio primo di ficcarsi in un camino/colatoio invece di traversare a sinistra sulla parete gradinata e i tiri di corda faticosi in questo; il sollievo che provai quando passati in parete, io potei stare in terrazzino eretto. La ripresa del camino qui con roccia friabile, ed il passaggio a destra in parete su rocce più facili ed il terrazzino presso un pilastrino finalmente seduto al sole; e che sentivo e apprezzavo il suo calore che mi dava energia e caricava quasi io fossi una pila esaurita; e rilassato che guardavo il tratto di parete gradinata sottostante prima del vuoto. Il “vien” del compagno che mi riporta alla realtà, e la ripresa a salire con fatica le non facili roccette finali ancora incredulo fino sulla Cima 2398 m.

Della Cima c’è quello che vedo nella foto scattatami dall’amico: solo che avvolgo la corda.  La discesa facile che non ha lasciato ricordo. Tempo dopo mi arrivò una lettera con due fotografie allegate?  Chi ci scriveva era Piero Sommavilla, e ci faceva i complimenti per la salita che anche loro volevano affrontare, ma non avevano osato pensando di trovare troppe difficoltà; e come tracciato sulle foto allegate, sono saliti per una parete a lato della nostra: Piero Sommavilla e Renato Mosena, 28 giugno 1970.    Ci chiedeva cortesemente di restituirgli una foto con il tracciato e la nostra relazione. Si augurava d’incontrarci quanto prima; e tanti saluti.

Finalmente potevo vedere tutto il versante del Gruppo preso da una posizione ideale e nell’ora giusta, e dove la nostra parete risalta nella sua interezza; nella mia foto la parte superiore era limitata perché scattata dalla base della parete; così ero stato indeciso se tracciare il colatoio e parete a lato, come poi ho fatto, o il camino/colatoio verticale interno.

 

 Il 26 e 27 giugno 1971; Gita al Bivacco/Casera Bosconero con l’amico Giorgio Ercolani, e salita alla Rocchetta Alta 2440 m per la via Angelini e compagni sullo spigolo Est.
Nel dicembre 1974, un gruppetto di giovani rocciatori oltre che amici: Buzzi Gianni, Celli Franco, Petronio Mauro, Priolo Roberto e Zeper Nereo, e che vogliono salire in prima invernale la Rocchetta Alta per la via Navasa e C., parete Nord, chiede collaborazione al Gruppo Rocciatori perché lascino delle bandierine sulla via normale per facilitarli nella discesa nel caso di cambio del tempo e/o dell’oscurità. Stimano di rimanere in parete dai 3 o 4 giorni per poi festeggiare la Notte di Natale a casa propria. Siamo disponibili in tre: Crepaz Bruno, Benes Adriano ed il sottoscritto.

Il 21 dicembre c’è ancora il sole quando imbocchiamo il sentiero; è ben battuto e si va sicuri senza ramponi.

 

Alla vista della parete lanciamo il nostro hoo-plop per avvisargli che arriviamo. Non gli scorgiamo, ma sentiamo, anche se lontane, le grida di gioia. Prima del tramonto siamo al Bivacco/Casera dove non siamo soli. Sistemiamo il carico e gli zaini e andiamo sotto la parete a comunicare con loro.

 Stanno tutti bene, le difficoltà sono ben superabili, hanno trovato un posto comodo per il bivacco e non manca l’allegria, e si sente.. Ancora qualche battuta spiritosa, gli auguri di buona notte, e via veloci al Bivacco prima che faccia scuro.

A farci compagnia sono due alpinisti venuti lì per tentare la stessa impresa e che, purtroppo, hanno trovato i nostri amici già in parete.  Si vede che sono rimasti male ma non rinunciano al dialogo e così si passa il tempo. Fa freddo; loro hanno anche portato una piccola stufa a gas con bomboletta per i bivacchi in parete, e la vogliono provare.   Non è la giornata giusta perché anche questa non s’accende anche se provano e più volte; così si decide che é meglio chiudere quella giornata andando in cuccetta, e buona notte.

Ad avvisarci che il sole sorge ci pensa il Civetta che lentamente s’incendia, ma ben presto la mole della Rocchetta copre la sua visione; e la sotto dall’alto non ci giunge nessuna voce ed evitiamo di chiamarli. La pendenza aumenta, ma il passo è sempre regolare sulla neve ghiacciata.

 

Con un lungo traverso entriamo nel canalone per Forcella Rocchetta Alta dove iniziamo a sprofondare nella neve e a procedere con fatica.

  

Non c’erano ancora i bastoncini, così adoperiamo i rami più grossi raccolti per segnalare la discesa essendo scarsa la quantità di bandierine confezionate con il bastoncino.

 

La Forcella, sulle pareti e fin dove giunge il calore del sole il ghiaccio la fa da padrone.

Così anche sulla corta parete d’attacco, l’unica difficoltà della salita, che impegna Bruno a lungo.

 

Subito sopra procediamo regolari per campi nevosi, poi ancora qualche scalino di roccia e siamo sulla facile cresta ed in Vetta: 22 Dicembre 1974.

  La sosta lassù è stata necessariamente breve perché dobbiamo ancora segnalare la discesa per gli amici.

     Seguiamo veloci a ritroso la nostra traccia fino a dove il campo di neve più s’allunga verso Est; e lo percorriamo sprofondando nella neve per varie lunghezze di corda conficcando bandierine e pezzi di rami.

Ormai tutto intorno a noi si colora di rosso, e così Bruno decide che basta. Il tempo di percorrere la lunga e faticosa traversata, poi più spediti in discesa che non c’evita d’essere sorpresi dall’oscurità proprio sopra la corta parete d’attacco. Accendiamo le lampadine per trovare i chiodi per la calata che sono già coperti di ghiaccio.

-Finalmente; xe fata!
Con calma gli scrostiamo ….. e siamo sotto la parete a chiamare agli amici.
Vediamo i lumicini delle lampadine che s’accendono; sono molto alti sulla parete. Gl’informiamo dettagliatamente dove, dalla cresta, inizia il percorso che abbiamo segnalato. Dalle urla di contentezza che ci giungono siamo certi che hanno capito. Intoniamo un coro natalizio e ci auguriamo il Buon Natale mentre le luci spariscono sotto la tendina. Fa freddo lassù. Riprendiamo il camino al chiaro di luna salutandoli con i nostri ripetuti hoo-plop.

La vigilia del Natale saranno già a casa loro.