Sulle Vette Nere

Trieste, 1 aprile 2013

La scalai il 19 luglio 1984 con l’amico Rinaldo Sturm; e dalla Cima fotografai la struttura rocciosa dalle corte pareti che chiude ad Est il Cadin delle Vette Nere. La osservai a lungo durante la salita supponendo che forse quella parete era ancora da salire.

Una Storia d’Alpinismo qualunque

Si, perché anche le campane piccole suonano a mezzogiorno, ma “ghe vol sentirle”.

 A casa scartabellai la vecchia Guida “Alpi Carniche” del Castiglioni, e così venni a sapere solo che si chiamano Vette Nere 2181 m.

 Così, e anche per non correre il rischio di rimandarla nel tempo, alla prima uscita di quella stagione, e una volta d’accordo, la mettemmo in programma; e neanche farlo apposta proprio il primo giorno d’estate.

 Sì, ed era una giornata calda, e le nuvole di vapore intanfanavano già i Monti più alti, mentre la nostra spiccava pulita, e dove nel Cadin delle Vette Nere, e vista la parete, concordammo con Armando e Rosanna di tentare la salita la in alto dove sopra il gran tetto a strapiombo c’è una fascia di parete poggiata che lo delimita con l’altra sopra verticale; e puntammo decisi in quella direzione. Le circa quattro ore per raggiungerla valsero ben la pena perché proprio in quel punto trovammo la corta la parete d’accesso poggiata, friabile e immersa ancora nella neve.
Legata la corda in vita salì con cautela la parete che ben presto si appiattisce; ma solo un paio di metri, poi si fa spiovente, compatta e liscia. Alt, e ferma tutto; e decisi di mettere un chiodo per continuare il traverso. Non fu facile trovare dove conficcarlo, ma quel tanto che bastò per farmi continuare, e dove più avanti termina delimitata anche da uno stretto corto camino che si apre ad imbuto sotto strapiombi. Brutto da vedere ma facile da salire; e stando solo attento in uscita a non dare capocciate fino a trovare posto sul ghiaione inclinato sospeso per far terrazzino.

  Una volta riuniti mettemmo il materiale nei sacchi, e riprendendo la salita tenendoci presso la parete per sfruttare gli appigli per le mani nel primo tratto più esposto.

 Poi tutto diventò facile, e puntammo un rientramento della parete, e dove, sorpresa, c’è lo sbocco di un canale camino.

 Certo, non conoscendolo l’imboccammo timorosi, poi la dentro trovammo le pareti ricche d’appigli solidi, e sempre più sicuri uscimmo sull’esile cresta e a seguire il punto più alto: 21 giugno 1986 – Rosanna e Armando Cossutta e Tullio Ogrisi.   

 Il versante settentrionale del Creston dell’Arco e la Cima Alta di Riobianco.

 In discesa facemmo lo stesso itinerario, e la difficile traversata con la corda; così su quella parete è rimasto il nostro chiodo.

  Solo che quel giorno la sotto avevo visto anche possibile salirla sulla parete davanti leggermente poggiata; certo, ma non per noi tre.

 Così una volta a casa informai subito l’amico Rinaldo di quanto fatto e visto; e poi d’andare a tentare quella parete per la fine settimana, e che nelle nostre scorribande sul Creston dell’Arco avevamo già parlato per possibile Meta.

 La risposta fu che noi tre, sì perché avevamo invitato anche l’amico Armando, la sotto e nasi all’aria, la stavamo guardando.

 La giornata era anche identica, solo che le nuvole di vapore erano più corpose.

 Così Rinaldo attaccò quella che sembrava una facile parete, dove invece trovò tutte le asperità e appigli lisci e levigati, e fino sotto l’altra verticale dove c’era un gradino per lo stacco di una parte della prima.

 Giusto per fare terrazzino.

 Subito sopra quella poggiata si stacca dall’altra formando un canale.

 Un corto passaggio atletico; e poi Rinaldo lo seguì solo un tratto perché il suo fondo è mobile.

  Così lo raggiungemmo, e assieme fino ad una forcella tra sfasciumi dove s’origina tra i due versanti.

 Non era proprio un bel posto; e così anche per dove continuare strapiombante e franoso.

 Di lato ostentava la sua parete rosso giallo un corto pilastro a guardia della Forcella, e ben guardandolo non era proprio il babau del primo momento; e non solo, perché una volta sopra c’era possibilità di traversare a destra verso una parete lavorata a gradoni.

 Rinaldo non ci pensò due volte; controllò il materiale in vita e lo superò con la sicurezza del solo chiodo che riuscì a mettere.

  Una volta riuniti, e sulla parete a gradoni lui scaricò la tensione accumulata con passaggi atletici, e a seguire l’ultimo tratto facile in cresta.

 Noi due non lo imitammo, e preferimmo procedere tranquilli e anche guardandoci intorno.

 Una volta riuniti mi slegai dalla corda e corsi avanti per fotografare gli amici che procedevano lungo l’arrotondata cresta.

  Arrivato in Cima l’amico Armando subito contraccambiò.

 Quel giorno non raggiungemmo la Cima Sud dell’altra volta, ma ci fermammo su questa perché con la certezza che il nome “Vette Nere” riportato sulla Guida, si riferisse solo a questa Montagna, tanto da non considerare l’altra più bassa che si dilunga a Nord.

 Così su questa, più ospitale, costruimmo l’ometto; e la sosta della Cima.

Vette Nere: Cima Nord; 28 giugno 1986 – Rinaldo Sturm, Armando Cossutta e Tullio Ogrisi.

  Per la discesa percorremmo la facile cresta opposta e dove lo spettacolo era assicurato.

 Così anche la Cima di Riobianco che era ormai nei nostri programmi.

 Abbandonammo poi la cresta per scendere sul pianoro inclinato detritico, e sottostanti la parete l’entrata friabile del camino che scendemmo assicurati in cordata.

 Così anche l’ultima corta parete friabile.