Tra il Montanel e la Cima Sacceido

                                                                                           Trieste, 1 febbraio 2013

Quante volte si fotografano montagne anche perché le condizioni di luce ed il momento esaltano la loro bellezza e poi, dopo che le hai guardate anche più volte, ma non ti hanno parlato, restano nel loro raccoglitore.

Questo preambolo è perché un giorno dell’inizio del terzo millennio, mentre guardavo una diapositiva scattata anni prima dal Bivacco Vaccari al sorgere del sole, m’accorsi che c’è un’altra parete ben delimitata inserita nella lunga cresta tra il Montanel e la Cima di Sacceido?                                                                                                          Solo che dominai l’entusiasmo di tentarla subito, ma solo dopo la salita del Monte Agudo e del Montanel.

Solo la Quota 2394 m

Cosi, mantenuto l’impegno con le salite del Monte Agudo e del Montanel, ero di nuovo a studiare a tavolino il materiale fotografico della sua parete perché volevo raggiungerla per un possibile percorso in gran parte già visto sul campo; e che é ben visibile sulla fotografia scattata dall’amico Cossutta dal Monte Cridola.
Sì, perché per la cengia che scorre sotto la parete finale della detta, c’era la possibilità per arrivare sopra l’intaglio con la Cima Sacceido, e per i facili gradoni raggiungere la Quota.                                                                                                                                           Certo, restava l’incognita da e per dove raggiungere la cengia dalla parete del Montanel, anche se le possibilità non mancano; e quella che più mi stava convincendo era proprio iniziando dalla spalla verde raggiunta nella mia salita al Montanel, e dove bastava traversare in quota il pendio verde, e dal canale raggiunto riprendere la cengia detritica che traversa il baratro imbutiforme che c’è tra le due Cime; altrimenti la stessa possibilità valeva anche per le altre erbose che delimitano alcuni salti di parete soprastanti.
Per non andare da solo chiesi all’amico Marco la sua compagnia. Sì, era disponibile e anche interessato; peccato poi che non sia trovato il tempo nella stagione; e anche meteo. Solo che non m’andava d’attendere la prossima stagione estiva per vedere e o risolvere l’incognita. Niente, andrò da solo anche perché c’è sempre la mia via per uscire e tentare poi la Quota per cresta; e la discesa intravista dovrebbe essere anche facile. Così la programmai per due giorni, e considerando anche le giornate ormai corte, il pernottamento nella discesa al Ricovero Montanel perché per il Bivacco servivano le chiavi.
Solo che quella mattina al posteggio del Bar Pineta chiuso c’era gran folla maschile in oziosa attesa, e che vestita con abiti quasi d’alpinista e alcuni di foggia particolare; e lo spazio davanti riempito d’automobili di tutte le marche e particolari, tanto che c’era giusto lo spazio per la mia Fiat 600 vicino al fabbricato.
Così uscì dall’abitacolo un poco imbarazzato, e osservandoli mi sembrò che attendessero qualcuno o qualcosa; come una corriera, e magari per andare in gita pensai.
Mi sistemai sul sedile per sostituire le scarpe con gli scarponi, e per non perdere tempo, con riguardo, bevevo a sorsi il cappuccino ben caldo dal termos.
In quel momento io ero con la testa china, e allacciato il secondo scarpone l’alzai istintivamente? La folla era sparita e gli ultimi stavano entrando nel locale; il Bar Pineta era stato finalmente aperto!
Scarpinavo da più minuti sulla strada bianca che sentì arrivare una macchina; e così mi misi a lato per agevolare il sorpasso. Sì, era una Fiat Panda 4×4 verde della Forestale perché la strada e vietata al transito di privati. Sorpassandomi anche guardai chi era nell’interno, ma senza riuscirci tanto erano stipati. S’erano fermati; erano tre o quattro, mentre stavano levavano fuori i fucili.
-Orpo!  Non erano forestali, ma cacciatori; e tra questi un’esile signorina con occhiali che giudicai inadatta per la caccia d’altura. Solo che fui subito smentito vedendola maneggiare con facilità il fucile. I soliti convenevoli saluti, e via.

All’uscita dal bosco desiderai subito vedere la parete con la cengia sottostante, e stretta al cuore, questa era già nell’ombra, e dove si evidenziavano tracce di neve.
- Orpo. Certo, avevo provato timore perché non tenni conto della stagione avanzata.
Solo che fu breve perché c’era sempre la mia via per uscire, ed era al sole; e per questo tentativo avevo anche deciso di seguire per un breve tratto il fondo del canalone, e poi rimontare il suo bordo alla prima occasione.

Così scesi, e traversai il fondo della Valle puntandolo. Non m’accorsi subito, ma per il freddo della notte tutto il canalone era ghiacciato, e le grosse pietre tenevano come i gradini tanto che continuai per un lungo tratto, e l’abbandonai subito dopo passata la barriera dei mughi.

Arrivò anche il sole a farmi compagnia lungo la Lavina, e io che mi beavo della luce e dei colori; e più avanti anche rispondevo ai richiami di un camoscio che non distinguevo nei mughi che coprono l’imponente costone soprastante che si dilunga dalla Quota.
Poi improvviso lo sparo di fucile che mi fece sobbalzare tanto era stato forte, e che mi girai subito per vedere se c’era qualcuno subito dietro; niente.

Distratto dai pensieri sulla caccia passai oltre il monolito, e prima di traversare le ghiaie sottostanti la costola coperta di mughi, valutai di rimontarla a destra dove é meno ripida, e con la speranza di trovare una possibile traccia.

L’inizio fu promettente, poi un poco per de qua e un poco pel de la, mi trovai sotto la conosciuta parete? Non mi restò che superarla, e a seguire fare la lotta con i mughi seguendo i rami spezzati, e per il dosso entrare nel canale detritico.

La parete era nell’ombra; e nel canale chiuso e impegnativo anche scura, tanto che rallentò la salita perché i punti di riferimento della prima volta non erano subito evidenti, e così fino allo slargo detritico con più luce.

Invece il superamento della successiva parete incombente non ha lasciato ricordi; ma sì della lussureggiante cengia in salita raggiunta; e da dove guardai la Valle oltre il vuoto tenebroso riconoscendo sulla lavina anche il macigno triangolare.

Solo una pausa, e ripresi a salire incontro ai nuovi scenari che non mancai di fotografare.

Poi traversai a sinistra e fotografai la parete che dovrei traversare: il passaggio chiave. Non era il massimo; sì, ero ancora in basso per giudicare mi consolai.

Poi con quel pensiero, e poggiando a destra, raggiunsi il rilievo erboso al sole per fare il punto della situazione. Niente; tento la traversata per la prima linea di cenge studiata a tavolino; e se non passo, proverò per i salti di parete soprastanti intervallati da cenge; e tanto sicuro da non fare una grinza.

Sì, il detto canale è raggiungibile solo per ripidi verdi; e che lo raggiunsi conteggiando il costone percorso nella mia salita al Montanel per il verde prato sospeso, e fino e oltre la sua linea nell’ombra.
– Orpo! Sì, perché non era il massimo traversare sull’erba ghiacciata, ma la possibilità poi di continuare mi dette lo sprone a proseguire.  Al termine del pendio erboso superai il canalino che lo delimita, e dove inizia la cengia larga non più di un metro e in quel punto coperta da piccolo detrito; e via.  Solo pochi passi perché più avanti non ci sono cenge, ma lunghi e ripidi accumuli d’infido ghiaino spiovente sottostante pareti sgretolate e interrotte da tetri canali che sembrano chiudere il passaggio, e nell’ombra fredda e scura, e dove non c’erano possibili tracce di passaggio dei camosci. Stretta al cuore, e così abbandonai quel luogo freddo e inospitale senza rimorso seguendo l’erba calpestata; e più avanti trovata la possibilità, e senza raggiungere il rilievo erboso, rimontai il filo del costone conosciuto liberandomi dalla tensione accumulata.

Così tranquillizzato mi proposi di procedere lentamente documentando la vasta parete della Quota 2394 m, e che ci vollero più fotogrammi.

Solo che altre la cresta risaltava la Cima di Sacceido, e che era tutto un invito.

Più avanti, anche se nell’ombra scura, riconobbi le brevi pareti per dove ero passato, e con gioia raggiunsi la cresta piana al sole. La sosta al sole fu proprio rilassante, e tanto che la pigrizia mi tentò di rinunciare alla quota, e di tornare sul Montanel per fare meno fatica, e mancò poco che … Riuscì a reagire a quell’attimo di debolezza, guardai la Quota che mi attendeva invitante; e via.

Così seguì la mia discesa fino al detto incrocio tra i due rivoli ghiaiosi per poi seguire il ramo in direzione della Forcella Montanel. Tutto facile, poi tende a salire e dove un ometto m’avvisa che non sono il primo a passare, e ben delimitato e con abbondanza di piccolo detrito e fino sotto la breve parete della cresta? Dovrei tornare in dietro fino all’ometto e traversare la sotto. Preferì invece salirla e scendere per la cresta che diventa difficile.

Senza scendere alla base procedetti in arrampicata sottocresta, e fino a dover scendere sulle ghiaie nei pressi della Forcella Montanel, e dove non trovai nessun ometto. – Orpo?

Persi solo il tempo per qualche scatto, e iniziai a seguire delle cenge sull’altra parete in versante Cridola, poco più di una decina di metri … e c’è un’altra, e accolto da due ometti festanti; la Forcella Montanel m 2227. In questa, e con gli ometti a farmi compagnia, non rifiutai la sosta; e a concentrarmi perché la oltre iniziava la salita alla quota 2394 m.

La oltre poi continuai per le cenge che si fanno più strette, e non mi restò che montare in cresta anche se non fu facile; poi facilmente alla saldatura con il crinale del Monte; e decidendo la sotto di tenermi sul filo, e finalmente al sole.

Così all’inizio superai il breve salto evitabile; poi facile sul crinale meno definito e senza via obbligata e dove al termine volli superare l’ultimo salto, e facilmente raggiunsi la Cima dove c’erano i resti dell’ometto: 16 ottobre 2005.

Il sole ancora alto e il pernottamento che avevo calcolato al ricovero Montanel subito sotto; niente di meglio per rimanere a lungo lassù al calore del sole e in compagnia dei Monti intorno.

L’aria iniziò a muoversi facendosi fresca; era giunto il momento di pensare alla discesa, e che avevo già calcolato per il lato opposto appena salito.

La struttura della montagna è la stessa; solo che in discesa preferì i passaggi facili, e così un poco per de qua e un poco per de la, arrivai sopra la Forcella Sacceido.             – Orpo; e ferma tutto.  Sì perché c’è un salto verticale. Potrei scendere per le rocce facili in versante Cridola, ma erano innevate. Così traversai a destra fino ad incrociare stretti canali che rientrano a sinistra e fino nel canalone divisorio: – Xe fata. Dalla base della parete osservai che una parte della radura del Ricovero era già nell’ombra; allora non mi misi furia, e per ritardare il rientro e restare al sole percorsi in quota le tracce di camoscio sui ghiaioni fino e sottostanti Forcella Montanel che non è visibile.

Nella radura che poi raggiunsi per la prima volta, c’erano due costruzioni: il Bivacco nuovo che era un ottimo fabbricato in tavole di legno che passando accanto sentì il calore e il profumo di legno del sole accumulato, e che per entrare bisogna prendere le chiavi al paese di Domegge, e il Ricovero di legno grezzo sempre aperto. Quest’ultimo, m 3 x m 2,5 circa, invece era vissuto, ma sorpresa perché una volta aperta la porta sbilenca, c’era una seconda metà a vetrata? Una volta dentro fu tutto chiaro perché senza finestre. Sulle pareti d’angolo due letti a castello per due, e sui materassi poggiate coperte e cuscini con le federe a fiorellini. Sull’altra parete a lato solo la cassetta del Pronto Soccorso; e nessuna sedia e/o sgabello per sedersi! Per passare il tempo preparai una branda superiore; due coperte sul materasso e tre per me. Il cuscino dovetti sceglierlo perché alcuni erano umidi. Sì, c’erano alcuni buchi sul soffitto, e a confermarlo c’era il colore del cielo. C’erano altri tappati con carta e così anche sulle pareti. Seduto sul margine della branda bassa mentre mangiavo qualche boccone iniziai a sentire freddo, e senza riuscire a riposare la schiena per la posizione scomoda; un brutto momento. Dalla porta vetrata vidi il Bivacco ancora parzialmente al sole; un attimo, e mi sedetti sull’ultimo gradino d’accesso che mi permise d’appoggiare la schiena ancora sudata sulle tavole ancora calde; che benessere.
Il sole anche se basso riusciva ancora a filtrare tra i rami mezzi spogli dei larici color oro che contrastavano con il verde degli abeti; pace e silenzio.  Solo che arrivò l’ombra, e l’aria fredda invase la radura.

Così entrai nel Ricovero che era più freddo che all’esterno. Fermo e al riparo della porta vetrata assistetti avanti il variare dei colori del tramonto sulle Crode che contornano la radura; e quando che sbiadirono non mi restò altro d’infilarmi tra le coperte: buona notte. Non era una bella mattina con il Cadin del Montanel invaso da una leggera nebbia, e al contrario della notte illuminato a giorno dalla luna e il cielo sereno pieno di stelle.

Così rimandai la partenza per avere più chiarore considerando la possibilità di qualche scivolata sull’erba gelata dalla brina. Poi via pian pianino fino ad essere convinto che le suole tenessero, e intanto ero uscito dal Cadin dove non vidi il fondovalle coperto dalle nuvole, e con sopra due sagome appena rosate; i monti Antelao ed il Pelmo. Più avanti e al bivio del sentiero preferì quello per il Rifugio Cercenà che poi continua con la strada carrozzabile, e dove più avanti incrociai una Peugeo 206 metallizzata. Scese sorpreso un giovanotto; e circola e ciacola, m’informò che andava al Rifugio Padova ad aiutare suo cugino. Poi con il suo telefonino informai Heydi che era tutto ok. Tanti saluti e alla prossima volta.  Costeggiato il Lago proseguì per la strada in salita che porta al centro di Domegge sperando di trovare un passaggio per il Bar Pineta. Solo che non passava nessuno, e porte e finestre erano ben chiuse.
- Che mona! Sì; stretta al cuore perché la Stagione Turistica era finita e il paese era disabitato. Cammina e cammina, e incrociai invece una giovane signora che portava il suo cane a fare il giretto, e posteggiata un’unica auto; una Renault R5 rossa. Mi squadrò per alcuni secondi, poi s’offerse alla mia richiesta. Andammo prima in paese dove lei portò il cane già in età nella sua abitazione, e poi via verso il Bar Pineta finalmente aperto. Cicola e ciacola, lei non accettava nessun compenso, ma avrebbe ben gradito un buon caffè. Solo che lo trovammo chiuso!

Amen