Ritorno sulla vasta parete

Trieste, 1 gennaio 2013

La salita

L’amico Marco Arnez, con l’arrivo del mese di settembre, perché professore d’Istituti Statali, andò a vivere fuori Trieste, e la possibilità di fare cordata per questa salita era incerta anche se si era detto d’accordo di farla nella stagione; e anche perché limitata solo per la fine settimana.

Così e dopo aver riletto la relazione sulla Berti, e per quello che avevo osservato sull’ultima parete prima della discesa, ero ormai sicuro che la via deve passare per uno dei due stretti canali; e tanto che con il perdurare del bel tempo anche aumentò la voglia incontenibile d’andare a sincerarmi; e via. Uguale che nel mese di luglio, ma questa volta prima del tramonto, posteggiai la mia Fiat 600 nel medesimo posto della prima volta, anche perché il Bar Pineta sempre chiuso.
Il via vai dei padroni con i cani era già in atto, e tra questi c’era anche una giovane signora che vedendomi in tenuta d’alpinista mi venne incontro seguita da un cane pastore tedesco. Dopo esserci presentati il dialogo diventò facile perché lei non era nativa della Valle, ma di Monfalcone, una cittadina a circa trenta chilometri da Trieste. Poi, cicola e ciacola, che anche lei va su quei Monti con degli amici del luogo, ma non conosce la parete del Montanel; e poi mi raccontò che è anche salita sulla Cima Pitacco. Io stetti sulle mie senza menzionare quanto ho fatto sulla Montagna, ma le chiesi interessato per dove erano saliti. Delusione: proprio non se lo ricordava.
Ancora gli auguri per domani, e tanti saluti, anche se non sarà stato proprio così; e intanto era scesa l’oscurità anche perché le giornate s’erano accorciate.
La mattina, e mentre stavo preparandomi arrivò una macchina che si affiancò alla mia, e l’uomo che scese mi squadro da capo ai piedi, poi mormorò qualcosa ed entrò nel bosco ancora nell’oscurità della notte?
Ancora qualche minuto, ed io sulla strada bianca conosciuta.

Montanel 2461 m

  

Il cielo era sereno quella mattina, e cosi ripresi le Montagne con il primo sole.

Più avanti anche attesi alcuni minuti perché si arrossasse completamente la Cridola; niente.

Scendendo puntai le congerie a lato del canalone dell’Agudo per poi da queste passare sulla riva sinistra idrografica della Lavina del Montanel conosciuta. Solo che avrei dovuto traversare prima perché la sotto dovetti anche lottare con i mughi; ma uguale alla prima volta, raggiunta la pista dei camosci, dimenticai tutto.

Non dimenticai invece di fotografare il risalto coperto di mughi, anche se poi quella mattina sul ghiaione la sotto presi a destra la traccia di camosci con la speranza … che poi non c’à stata; e così, un poco per de qua e un poco per de la, mi trovai di fronte la conosciuta parete. Non poteva che essere così; perché un possibile facile passaggio sarà ormai nascosto dai mughi.
Superai con facilità la parete conosciuta; ma non così nei mughi anche se seguivo i rami spezzati nel primo tentativo, e una volta sul dosso fino veder conveniente scendere nello stretto canale esterno; e che lo rimontai solo un breve tratto perché c’è subito un salto di parete quasi panciuta, e con appigli minimi e roccia friabile: – Orpo!
Sì, perché nel caso più avanti non si passasse, la discesa per quella parete non sarebbe stata il massimo; e come promessomi mi ritirai. L’altro canale è subito lì vicino; solo che questo è più largo e per un buon tratto coperto di detriti che frenarono il mio slancio, e così fino al restringimento con il fondo a larga fessura. Piccola stretta al cuore; poi, e dopo averlo controllato, lo affrontai in bella spaccata con le pareti stratificate a gradini progredendo veloce, e fino ad un ripiano detritico. Ferma tutto per fare il punto della novità.  Il ripiano è racchiuso tra la parete principale e l’altra di lato esterna; più avanti prende quota stringendosi a canale chiuso fra queste pareti e dove mi sembrò che continuasse in salita? Un brutto momento perché fui tentato da quella possibilità; e tanto da preferirla a quella che continuava più sopra invitante sulla parete incombente.
Si fermano le auto, si fermano i tranvai, ma i grezi della XXX non si ferman mai.            Con quello spirito mi portai per dei gradoni alla base della fessura dove ripresi la salita qui più impegnativa. Ancora dell’attenzione alla fine per la roccia rotta, e montai su una cengia erbosa con mughi e altri arbusti … e in leggera salita?  Così la collegai con quanto osservato nella sosta dal ripiano detritico.

Guardai sotto e verso valle dove in tanto spettacolo vidi sulla lavina il macigno triangolare della sosta. Immerso com’ero nella fresca vegetazione e con davanti lo spettacolo dei Monti fui tentato di prolungare la sosta; e mi costò fatica per alzarmi e riprendere il passo sulla cengia.

Intanto la parete incombente si ritirava lasciando spazio ad un assolato pendio erboso cosparso di fiori, e che rimontai fino ad un marcato rilievo.

 

 

Il posto ideale per fare un giro di fotografie.

 

 Comprese quelle tanto attese.

Solo che dal rilievo raggiunto era impensabile per me tentare la salita diretta del Montanel. Poi scartai la salita alla Forcella Montanel perché bassa di quota, e considerai invece farla per i facili pendii, e per questi intanto raggiungere la cresta; e la poi deciderò.

Una volta la sotto, e per non far fatica la raggiunsi nel tratto pianeggiante del primo salto, e la cresta che continua incombente e difficile! Così approfittai della comodità offertami per fare il punto della situazione.
Dall’altro versante le corte pareti sottostanti erano tutte spaccate e traversate da stretti canali colmi di sfasciumi. Così studiai il passaggio per superare le prime e per i detti canali raggiungere uno spiazzo di sfasciumi tra queste.

Sentì d’iniziare la discesa, però prima la foto del versante salito. La discesa studiata fu valida, e lo spiazzo di sfasciumi alimentava un rivolo che puntava a valle; e via.

 Alt, e ferma tutto perché dopo una decina di metri incrocia uno orizzontale che passa tra due macigni sperdendosi sui ghiaioni sottostanti il versante sconosciuto del Montanel.
Non avrò esclamato xe fata, ma la traccia che più avanti continuava faceva ben sperare. Mi ricordo d’averla seguita anche per superare in salita sui massi uno o due canali, e cosi fino ad entrare in uno slargo di un vasto canalone, e dove sui tratti ripidi ricorsi alle mani. Più avanti senti il parlare di due uomini; e così lanciai un ooh-plop per cautelarmi in possibili cadute di sassi. La loro presenza mi portò via la calma perché mi passò per la testa che se automuniti, potrebbero darmi un passaggio per avvicinarmi al posteggio del Bar Pineta, tanto che accelerai il passo. Solo che non sentivo più le loro voci, e dovrei avergli già raggiunti? Il canale si restringe ripido e incrociai un fiammante segno bianco e rosso. Mistero fitto; ma ben presto raggiunsi la Croce della Cima: 3 settembre 2004.
Ero solo; così, rassegnato per la perdita del passibile passaggio la buttai in rider e deciso a prendermela comoda; e per la prima volta in quella giornata controllai l’ora.

Dai Tremila Dolomitici iniziarono a staccarsi lembi delle nuvole bianche di calore che s’erano formate puntando il Montanel; ed io che fantasticavo che s’erano accorti della mia presenza e le mandavano in segno di saluto.

 

 

 Così distaccato, tra un boccone e l’altro, anche ripresi tutte le Montagne intorno iniziando con il Gruppo dell’Antelao e a seguire gli altri.

 

 

Dall’altro versante la Cresta Carnica, e man mano la vicina Cresta del Miaron, il Cridola, e a chiudere la Croda di Mezzo.

Ora Cima Wolfang Herberg, nome dell’alpinista tedesco che per esplorarle e farle conoscere, ha trascorso sulle Dolomiti d’oltre Piave, le sue Ferie Estive per quaranta anni.

 

 

Prima di scendere ripresi il versante salito e la zona di Domegge, riconoscibile dai laghi, che dovevo raggiungere. Con la discesa segnalata almeno questa era risolta; e con un buon passo contando sulla segnaletica fiammante bianco rosso, e fino a non vederli più?
-Orpo?                                                                                                                                                 Sì, perché hanno abbandonato la discesa per il canalone; e i segni ora portano a destra, e dove c’erano i cavi per traversare l’incombente parete che traversai con alcuni sali e scendi. Così il mistero delle voci sentite e del mancato incontro fu risolto.
Restò ancora la discesa per cavi in un canale che si esaurisce sul vasto ghiaione; e subito sotto sul sentiero Bivacco – Casera Montanel.

 

Sullo slancio e non perdere tempo, proseguì oltre senza andare vederli, e così fino ad un bivio con le rispettive indicazioni: Domegge e Rifugio Cercenà. Mi ricordai allora d’aver letto che il Cercenà è sulla strada carrozzabile per il Rifugio Padova; e valutata la possibilità di trovare un passaggio per Domegge, e scesi per questo. Sì, la fortuna aiuta gli audaci perché gli davanti erano posteggiati un’autovettura e l’autocarro per il trasporto di bevande.
Su un tavolo all’aperto stavano ancora pranzando due copie che calcolai quelle dell’auto; e così entrai a chiedere informazioni al gestore.
- Sì, ma provi a chiedere il passaggio anche all’autista dell’autocarro.                             Giusto in tempo perché aveva già scaricato e caricato e stava andando via.
Solo che lui non era nativo di quella Valle, ma della Valle Aurina in Alto Adige, e che ho visitato più volte. Alla fine se l’avrebbe potuto mi portava fino al Bar Pineta.                      Invece scesi in una piazza a Domegge, davanti un Bar con la fermata delle corriere; tanti saluti e alla prossima. Proprio ci voleva perché al Rifugio Cercenà per la furia non riuscì neanche a finire il bicchiere d’acqua minerale. Li dentro centellinando il bollente cappuccino doppio anche osservai e ascoltai il discorrere di alcuni giovanotti mi ricordo l’argomento specifico che trattavano, ma sì che chiesi a loro se qualcuno fosse disponibile a portarmi al posteggio del Bar Pineta. Non solo, ma quello disponibile abitava subito dietro, e nel cortile c’era la sua macchina.
Sì, cicola e ciacola, anche lui andava sui Monti; in quel periodo di meno perché impegnato sul lavoro, e intanto eravamo arrivati. Solo che non voleva accettare nessun compenso; e alla fine accettò. Dal finestrino aperto mi saluto con sani. Lo sentivo de mulo quando frequentavo i Monti di Cortina. Controllai l’ora; erano circa del diciassette. Salutai il Montanel, infilai le chiavi ed accasi il motore: la grande giornata era terminata.