La parete Est del Montanel

Trieste, 1 dicembre 2012

  

L’impresa portata a termine sul Monte Agudo, e per quanto visto ed osservato in quella giornata sulla parete del Montanel che avevo sempre evitavo di guardare per non farmi coinvolgere nella sua salita, in quella giornata invece l’osservai interessato lungo l’approccio alla prima, e non persi tempo per organizzarmi per andare a salirla.
Solo che sulla Berti la relazione riportata dei primi salitori è condensata in otto righe, e leggendola e rileggendola mi era da subito proposto di pernottare da qualche parte anche perché, se una volta in Cima, restava il problema per tornare a prendere l’auto, tanto da dubitare di farcela nella stessa giornata. In seguito, anche perché la salita non presentava difficoltà, e per sveltirla decisi di andare da solo e pernottare all’inizio della Val Cridola; il programma non faceva una grinza; e via.

Il Tentativo

 

 Così il pomeriggio di una bella giornata di metà luglio senza darmi furia mi fermai per la sosta al Passo della Mauria. Trovai anche la gentile cognata del titolare, e così, cicola e ciacola, in un momento di debolezza domandai a loro se nel fabbricato c’era in qualche angolo per distendermi con il mio sacco per la notte; niente mi confermò il titolare!          Restai un poco smarrito anche perché quel punto non mi restava che di trovare dove passare la notte nella Val Cridola; e salito nella Fiat 600 non mi restò che scendere verso Lorenzago di Cadore. Solo che non avevo mai imboccato dall’inizio la strada bianca della Val Cridola, e andai ben oltre, e alle prime case non mi restò che fare la conversione e rifare la strada prestando più attenzione, e fino ad un piccolo slargo ghiaioso molto trascurato e racchiuso da alberi cresciuti per lì sbaglio e con a lato una costruzione metallica abbandonata; stretta al cuore.
- Orpo! Sì, perché a quella vista mi ricordai del baracchino adibito a bar che vedevo passando con le Gite Sociali.  Nessun cartello o altra indicazione; ma la strada bianca iniziava proprio da quello slargo; non era il massimo, e così posteggiata la mia Fiat 600 la seguì, qui in discesa intanto per andar a veder.
Già dall’inizio la valutai pericolosa per il fondo della macchina, e dove più avanti incontrai una signora che abitava in una casetta più sotto.
Cicola e ciacola, e per quel che m’informò capì che non era il caso di bivaccare da quelle parti, e tornato all’auto mi fermai subito sopra sullo slargo del Bar Pineta: chiuso.
Solo che oltre lo slargo riprende il pascolo trascurato dei Fienili Borbe sparso di varie costruzioni, e così non mi restò che andar controllare tutte.  Delusione; quelli in ordine erano tutti ben chiusi con il lucchetto, e alla vista degli altri il solo pensiero di dormire la dentro … da brividi.  Tornai al posteggio sconsolato e pensieroso, ma la vista della mia Fiat 600 bianca mi sembrò un ottimo riparo per una notte.
Così la posteggiai sulla strada bianca subito oltre lo spiazzo tra gli alberi e sotto la strada statale.
Solo che era ancora chiaro, e nell’attesa della sera passai il tempo andando su e giù per quel tratto di strada dopo aver indossato i vestiti per la gita.
Così ebbi modo di conoscere e scambiare qualche ciacola con più persone che una volta arrivate con l’auto, portavano lì il cane a fare il giretto.  Qualcuno incuriosito anche mi chiese dove andassi, e alle mie spiegazioni rimanevano sorpresi perché erano poco o niente informati sulle loro Montagne.
Solo un giovanotto che prima era andato a vedere passare i camosci nel soprastante bosco, e prima del tramonto, m’informò che il percorso nella parte iniziale sarà senz’altro invaso dai mughi perché in disuso, e pertanto non più tagliati; e mi augurò la buona notte. Intanto s’era fatto sera ed era anche terminato il via, vai di persone con il cane. Il segnale che era l’ora di andare a dormire.  Così portai i sedili anteriori avanti e abbassai i loro schienali; lo spazio retrostante mi assicurò che sarei sopravissuto. Poi mi sistemai sul sedile posteriore con le gambe appoggiate sugli schienali. Non era il massimo, ma riuscì a prendere sonno.  Mi svegliai la prima volta perché le gambe si erano stancate di stare in quella posizione innaturale, e volevano una più comoda. Provai a metterle un poco per de qua e un poco per de la; ma ormai il mio dormire era ridotto a piccoli pisolini perché le gambe insoddisfatte facevano i capricci, e tanto d’anticipare l’ora propostami per tentare l’impresa.
Ero già pronto; mi mancavano gli scarponi e di mettere nel sacco il sostentamento per la giornata, e conoscendo il percorso, senza darmi furia e la luce della lampadina, iniziai il tentativo.

 Il cielo quella mattina era nascosto da bassa nuvolaglia che anche nascondeva le Cime dei Monti, e solo più avanti e al sorgere del sole mi apparvero indistinte; e così fino a trovarmi di fronte senza vederli.

 La luce riflessa del giorno illuminava i ghiaioni basali, e così per quel che vidi non seguì il fondo semivuoto del canalone che divide la Lavina in due parti, ma la riva destra idrografica più invitante e illuminata. Più avanti un macigno piramidale mi consiglio di fermarmi la sotto a sostare; e così, tra un boccone e l’altro, potei fare il punto della situazione favorito dalla maggior luce e posizione.

 

Sì, forse mi conveniva portarmi sulla riva opposta del ghiaione, ma quelle alte pareti franose del canalone erano troppo pericolose, e poi più avanti il ghiaione che stavo percorrendo era chiuso da una parete e traversando su questa forse sarei riuscito …

 

 Poi non andò così perché avvicinandomi alla parete la vidi tutta in rovina. Alt, e ferma tutto; sì, mi conveniva tornare indietro e cercare una possibilità per scendere nel canalone per poi rimontare l’altra sponda.

Solo che anche la parete sottostante aveva le stesse difficoltà; e non mi restò che scendere stando sul bordo ben oltre il macigno piramidale fino a vedere un misero rilievo a rampa che affrontai col batticuore. – Xe fata!
Solo che scesi ancora un buon tratto nel canalone per trovare un misero rilievo a rampa che affrontai col batticuore.

 La sopra trovai il ghiaione alquanto livellato e senza ostacoli che continuava dritto alla base della parete; e dopo averlo risalito un tratto, anche la certezza che fosse la giornata giusta perché sul margine esterno del compattato ghiaione con tratti erbosi e delimitato da basse pareti, c’era una marcata pista di camosci che seguì a lungo tranquillo e dimenticando anche le traversie appena passate, e così fino sotto i primi pendii di roccia.

 

Piccola pausa; e anche decisi per dove iniziare la salita per quello che vidi di fronte.

 

Sì, perché procedendo avevo notato che da corpo del Montanel si dilunga una costola coperta dai mughi e delimitata dal profondo spacco divisorio con la Quota 2394 m e sull’altro lato da un largo canale ghiaioso.

 Poi con il permesso di un caratteristico monolito a guardia mi portai la sotto.
Non trovai difficoltà a salire sull’erba ripida con gradini rocciosi affioranti instabili, poi ancora un poco di slalom in salita tra le macchie di mughi fino sotto una corta, stretta e isolata verticale parete bianca delimitata a lato dal vuoto e protetta alle spalle e sull’altro fianco da una barriera di mughi impenetrabile.
- Orpo, e adeso? Sì, perché m’ero imposto di non affrontare difficoltà. Poi osservandola e provando qualche innalzamento non trovai il babau del primo momento, e così iniziò il dibattito interno vado o non vado, e iniziai a scendere sempre in lotta con il dilemma. Arrivai invece alla base della costola con già pattuito il compromesso; sì, potrò fare la parete, ma non affronterò più avanti altre difficoltà!
Così tornai la sotto a studiarmi il passaggio come nella nostra Palestra Naturale della Napoleonica.  Due innalzamenti, ed i rami dei mughi sporgenti accarezzavano il mio viso.  Così spezzai quei rami per passare la sopra strisciando, e abbandonata la parete, traversai per la mugheta fino al pendio spoglio; e dove sostai anche per fare il punto.
Il dosso raggiunto continua fino alla base della parete incombente e difficile già studiata sulle fotografie, e dove non ancora visibile c’è uno stretto camino che credevo essere quello della relazione, e tanto convinto da non considerare altre possibilità.
Tra il mio dosso, diviso da un invaso, alla stessa quota c’era un altro, e dove la sopra c’è il detto camino. Così traversai a mezza costa l’invaso erboso portandomi presso la parete con alla base una cengia ben marcata dal passaggio dei camosci, e dove più avanti c’è lo sbocco del camino.
L’inizio lo trovai facile, e anche se non distinguevo il proseguimento perché nel buio, continuai avanti per quella roccia sana e ricca d’appigli ormai convinto d’essere sulla via giusta, e così superai di slancio anche il restringimento e dove la sopra mi fermai perché c’era tanto buio da non fidarmi di proseguire alla cieca; inoltre il compromesso pattuito era sempre vigile a ricordarmelo. – Niente, torno indrio.
Solo pochi passi però perché sulla destra, e come notai prima in salita, uno spacco sulla parete stuzzicò la mia curiosità.

Vado e non vado; e così lo valicai trovandomi su una cengia erbosa un poco spiovente che si dilunga sulla parete interrompendo la sua verticalità, e con lo sfondo del Monte Agudo e del Tridente. Non ci pensai due volte, ed iniziai traversarla con lena e fino ad essere a corto d’ossigeno tanto da fermarmi anche se incoraggiato a proseguire dai richiami dei camosci.
Disteso sull’erba mi resi conto del mio innaturale comportamento, e mi dissi di darmi una calmata, di mettere qualcosa nello stomaco ed il punto della situazione. Sì, non avrei dovuto percorrere la cengia perché completamente in una parte del Monte non studiata a tavolino; e persi anche la voglia di continuare.
Tornato e scendendo nel camino notai sulla parete opposta un’altra possibile uscita non facile con il calpestio di camoscio. Mi stupì di non averla vista prima, e subito l’affrontai traversando con attenzione fino a trovarmi in piena parete in parte poggiata con le concavità riempite di detrito e qualche ciuffo d’erba. Non era il massimo, e le tracce di camoscio finite?

 

   Continuai a salirla poco convinto e fino a che trovai la parete verticale e povera d’appigli. Unica consolazione fu che di fianco e in alto mi sovrastava la parete della quota 2394 m, e che subito fotografai.

 Così appagato e con la coscienza a posto rinunciai tornando nell’ospitale e sicuro camino, e che non mancai di fotografarlo una volta sulla cengia basale.
Il sole era ancora alto; e così decisi per non perdere la giornata di seguire la cengia per vedere da quella parte di parete la possibile via di salita non trovata. Così continuai la sotto e fino al solco di un canale di sfasciumi che sale restringendosi a camino.
Forse che sì, forse che no, e proseguì altre e fino al dosso della corta parete che dall’atra parte limita un poco marcato invaso che subito sopra diventa canale. Più sì che no, e traversai anche questo, dove oltre c’era il vuoto.
Il dosso raggiunto scende lineare verso la corta parete; ma non fu facile raggiungerla così difesa dai mughi che la nascondevano; e solo per i rami spezzati la mattina riuscì raggiungerla.                                                                                                                                        Il tempo al cuore che riprendesse i battiti regolari; e scesi per i due innalzamenti ricordandomi gli appigli, e mi trovai la sotto: – Xe fata!