Chiusura di una piccola storia d’alpinismo

Trieste, 1 settembre 2012

Cresta senza nome: punta Nord

Certo che quelle giornate che trascorrevo nell’attesa della chiamata dell’amico Sem passavano lente, anche perché il bel tempo continuava, e non si sa mai.

 Così già smaniavo; e per non stare nell’ozio qualche mattina andai ad allenarmi nella nostra palestra naturale di roccia della Napoleonica; e poi anche programmai per il giorno sedici di tornare su quella cengia per conoscerla meglio.
Il giorno quindici arrivò invece la sua chiamata per raggiungerlo il giorno diciotto, e mentre io stavo proprio preparandomi per la Gita del giorno sedici!
Niente; e così in quella bella mattina lo stesso posteggiai la mia Fiat 600 al Passo della Mauria.Il solito cappuccino grande, e salutai il titolare del Bar che in tanti anni e soste fatte, mai mi ha chiesto dove e cosa andavo a fare. Solo qualche volta quando tornavo s’informava se avessi visto i camosci; ed io che l’accontentavo informandolo che più d’averli visti sentivo la loro presenza per la caduta e rotolio di sassi.
Solo che lassù tutto mi era ormai familiare, e tanto che non ho ricordi della salita e lungo la cengia, e così e fino sotto la parete coperta di mughi dove rinunciai di salire la prima volta per la roccia troppo rotta.Quella mattina invece la sotto l’avrei anche affrontata, ma ero di parola con l’amico Sem per il posdomani; aspetterò.
Così, e per non perdere la giornata, programmai invece di salire la ben conosciuta Punta Sud della Cresta del Miaron.Avevo tempo a disposizione; e così lungo la discesa mi fermai più volte a rimirare la cengia perché vista scendendo … proprio la merita.
Uscito dal canale della Forcella del Frate, e terminato il traverso sul ghiaione sotto e lungo la parete che cela la cengia, avevo iniziato a rimontare il pascolo che precede il canalone del passaggio dei camosci; e nel silenzio assoluto.
Prima che riprenda ripido e con corti affioramenti di roccia gradinata c’è uno stretto ripiano, e la mi fermai per fare il punto anche perché prima ero distratto dai miei pensieri.                                                                                                                                         Sorpresa: poco sopra, cinque o sei metri, fermi sul ripido c’erano una femmina di camoscio con il suo non tanto piccolo; e che mi stavano fissando?                                   Restai immobile, e a mia volta a fissarli. Non notai nessun movimento della femmina; ma all’improvviso il piccolo raggiunse il più vicino affioramento gradinato e dove su questo iniziò a fare tutta una serie di salti e piroette come un saltimbanco su quei minimi gradini. Lei sempre immobile invece mi fissava con un occhio e l’altro per seguire il piccolo; e di sicuro mi comportai anch’io così. All’improvviso il piccolo si prese una pausa fissandola. Lei allora mi guardò come se si aspettasse …
Io restai sempre immobile; ed il piccolo riprese il suo esercizio.Solo allora pensai che lei forse s’aspettava un mio cenno; e mi venne di alzare un poco la testa sempre fissandola.Fu proprio così; il piccolo interruppe l’esercizio e corse subito da lei, e continuarono a fissarmi immobili.
Allora iniziai a salire sempre guardandoli; e loro che si spostavano di lato giusto lo spazio che guadagnavo per tenere la distanza.
Ero sulla stessa linea, e mi fermai un momento a salutarli ben fissandoli perché mi ero impegnato poi a non voltarmi.Sarà stata una mia sensazione, ma il loro sguardo in quel momento era disteso e sereno.Ripresi a salire, e così anche loro a muoversi dai minimi rumori che sentivo alle mie spalle.
Così iniziai ad analizzare il loro comportamento chiedendomi il perché di questo.            Certo, nel Vallò dei Cadorini da me frequentato da anni ero ben conosciuto dai camosci che sentivo correre smovendo i detriti dei ghiaioni anche se non sempre gli vedevo; e poi i loro richiami, e che io rispondevo ben imitandoli. Sì, ed in particolare proprio dai camosci per il mio odore lasciato nelle scorribande lungo i loro percorsi sulle cenge. Così arrivai al passaggio dei camosci, per l’appunto, e per la cengia lo slargo di sfasciumi dove entrai nel canale conosciuto, e a seguire la friabile parete e la cresta fino alla Cima: 16 settembre 1997.

Prima di entrare nel canale controllai ancora lo spacco divisorio; e iniziai la discesa, e questa volta per il Vallò dei Cadorini calcolato che tra due giorni torno sulla cresta senza nome: e finalmente per raggiungere la Cima della punta Nord.

                                                             Il percorso fatto.

Quella mattina e una volta posteggiata la mia Fiat 600, presso il loro prefabbricato, il copione non fu lo stesso.Era successo che stavano preparandosi a tornare a Trieste, ed il loro prefabbricato di conseguenza era tutta sottosopra tanto che Fides non ci preparò il caffè, e sott’inteso l’invitto a cena.Così quella mattina ci ristorammo al Bar del Passo della Mauria sempre bene accolti dal titolare, e forse anche contento di vedermi in compagnia.

                               La nostra cresta dal pascolo cosparso di massi.

                                                   La discesa con il canale.

                                                         La foto ricordo.

                            Panoramica perché la sopra c’è tutto un altro mondo.

                                                  Le balze in sfasciume.

                                                       A destra o a sinistra.

                                         A sinistra il canale in parte erboso.

A destra e verso la cengia che Sem non conosceva; e che lo sorprese e incuriosì tanto che io rimasi di secondo.

                                              Panoramica con tutta la cengia.

                                        Solo che questa inizia più in basso.

 

                                                     Per continuare lineare.

                  Invece ad ogni giro di costone c’è sempre una sorpresa.

                                          Dove lo spettacolo è assicurato.

                                   Più avanti anche la scelta della traccia giusta.

                                   Da percorrerla prestando attenzione.

               Sì, perché presto la vedi salire verso l’ultimo costone coperto di mughi.

                     Sovrastata da strutture rocciose che formano la detta cresta.

                                                                 L’ultimo tratto.

                                                               Quanto fatto.

                                                      Immagini della cresta.

 Ancora il passaggio da me facilitato tra i mughi, e oltre indicai a Sem la meta da salire.

                                        La Cima Sud della Cresta del Miaron.

                                                    La cengia coperta d’erba.

Così traversata la cengia e salito il canalino erboso, andammo a sostare sui gradoni di roccia sana a guardarci la parete.
Sì, sopra il dosso coperto dai mughi c’è la parete con a destra un rientramento a diedro. Visto è deciso, e ci saremmo anche messi in assetto d’arrampicata per non farlo sul detrito instabile sottostante il dosso.

 Con attenzione Sem superò il tratto di parete dagli appigli instabili, e andò poi sotto l’altra a far terrazzino.
Con la corda per me fu facile, e persi solo del tempo per facilitare poi la discesa tra i mughi spezzando alcuni rami.

 

Sem continuò nel diedro dalla roccia friabile, e una volta sotto i mughi, invece di rimontarli, preferì traversare la sotto e fino a trovare il passaggio; e dove mi aspettò per raggiungere insieme la Cima: 18 settembre 1997.
Raccolte le pietre, e mentre lassù stavamo costruendo l’ometto, gli esposi che desideravo che tutta la cresta che dalla Forcella del Frate, e che si dilunga ben delimitata da due quote rilevanti, Sud e Nord, fino all’intaglio che la stacca dalla Cresta del Miaron portasse il nome Creston del Bruto.
Dopo un paio di no, seguite poi dalle sue battute spiritose sulla morte, acconsentì; e notai dall’espressione del viso che ci stava pensando sopra contento.

 

 

 

 

                                   Arrivò il momento di pensare alla discesa.

                        Per districare la corda di 55 m scesi per primo trascinandola.

Ancora un poco d’attenzione nel diedro … e Sem era già nel canalino erboso che immette sulla cengia coperta d’erba, e a seguire al costone coperto di mughi.

                                         Fermi commentammo la nostra salita.

Una volta oltre invece ad ammirare lo spettacolo della cengia in parte nascosta dai giuochi di luci e ombre del primo pomeriggio.