Alpi Giulie: Il Grande Nabois

Trieste, 1 luglio 2012

La Cengia dei Camosci

   Così lungo il sentiero ricordando quell’impresa arrivai al Rifugio Pellarini; e dove ebbi anche la sorpresa di trovare a gestirlo uno dei tanti giovani che vedevo in quelli anni frequentare le pareti della Val Rosandra, e con la sua ragazza.
Sì; avevano scelto quella vita per stare in montagna; e una volta finiti i lavori in cucina vennero al mio tavolo a rivivere i ricordi della Nostra Valle.
Lasciai il Rifugio al sorgere del sole per raggiungere l’inizio della Cresta Est e dove più sopra dovrebbe esserci un ometto che indica dove inizia, scendendo, il percorso della Cengia dei Camosci.
Solo che sentiero facendo, la solita vocina mi allarmò che il Giro per la Cengia non porta in Cima, e che sarebbe meglio salirla subito perché non si sa mai.
- Orpo; si farò proprio così, e in discesa per la Cresta fino all’ometo.

Così raggiunsi prima la Sella Nabois 1970 m e per il facile percorso di guerra la Croce sulla Cima del Grande Nabois.

Solo il tempo della pausa, e iniziai la discesa per lo stesso percorso fino a che sottostante una parete c’era una traccia in quota ideale per traversare verso la Cresta Est; e dove nella sua discesa l’unica mia preoccupazione era di trovare l’ometto, e così fino ai primi intagli?
Ferma tutto; e mi affacciai a guardare la parete sottostante, e che era ancora nell’ombra scura.                                                                                                                                                 Niente; gli intagli si aprivano in canali e la roccia sbrecciata infestata dai mughi; ero sceso troppo e così tornai sui miei passi fino a vedere la convenienza per dove scendere.                                                                                                                                Sbagliai lo stesso perché in quel primo tratto la parete è ancora ripida.                             Presto poggia a strette cenge e dove scendendo in traverso puntai una più evidente, e dove più avanti trovai anche un piccolo ometto.
Era la giornata giusta; e da quel punto non mi restò che proseguire tranquillo traversando in discesa seguendo le vaghe tracce da cengia a cengia fino al centro della parete incombente incisa da più canali percorsi dall’acqua.
La osservai attentamente cercando la cengia, e che non poteva che essere quella che stava davanti la in alto, e che inizia sulla parete esterna dell’ultimo canale; e chi sa e perché fui subito convinto, e tanto che non guardai se c’erano delle altre o altre possibilità.                                                                                                                                   Senza pensarci due volte lo risalì e mi portai la sotto, e dove, stretta al cuore, vidi ché l’unica possibilità per rimontarla era di superare quel che restava del suo inizio a gradino di qualche metro.
Non fu difficile il superamento, solo un poco di batticuore per la roccia sbrecciata sottostante per dove mettere i piedi.

Ero sulla cengia, e quella giusta perché la vedevo scorrere ben marcata lungo la parete e senza ostacoli; e su roccia ottima.

 

 

Proprio ci voleva per rinfrancarmi; e iniziai la traversata con entusiasmo.

Solo che in questo tratto trovai due o tre arrotondamenti levigati dove la sotto la cengia é quasi inesistente, e che gli traversai scendendo sulla parete e con le mani sull’esile cengia.

Oltre il costone la vidi continuare a lungo perdendo quota sottostante pareti inclinate e aggirando i vari costoni.

 

 

Non sempre così perché, sorpresa, dall’altra parte continua con alcuni sali scendi sotto una vasta e alta parete verticale.

 

  

Così anche lo sbocco levigato della profonda gola che la divide in due parti, e dove subito altre ben marcata e in salita continua sulla parete laterale di un pronunciato pilastro per aggirarlo.

Dall’altra parte tutto cambia, e non incombono più alte pareti verticali, tanto che mi fermai per la meritata sosta.

 

Così anche m’illusi che alla prossima svolta mi sarei trovato in linea con la Cresta Ovest.

 

Niente; invece la cengia si dilunga ancora tra basse pareti e contrafforti coperti di mughi.

Così fino al piccolo ghiaione sospeso tra i mughi alla base della Cresta, e dove una possibile traccia è coperta da questi.

 

 

 

Sostai solo il tempo per le fotografie; poi e così, altre che a cercarla, dovetti anche aprirmi il passaggio spezzando i rami, e in salita dove gira la Cresta sull’altro versante senza mughi dove riappare più sotto ben marcata che punta lineare e in leggera salita la Forcella Nabois.

 

 

Non ho ricordi di difficoltà, ma solo d’aver prestato attenzione nell’attraversare alcuni canali, e così fino alla rampa in discesa per la detta Forcella termine della lunga traversata.
-  E adeso?    Sì, perché le nuvole minacciose erano sparite, e il sole era ancora alto.
- Niente; tento la Cima.
La cengia sempre continua riducendosi e coprendosi di folta erba fino in un angolo di parete a diedro; e dove tra l’erba folta … c’è un piccolo ometto costruito con scaglie di roccia staccate sul posto, e che mi ringraziò per non averlo calpestato.
Solo che non m’informò se il suo costruttore proseguì oltre o tornò indietro; e stava a me ora risolvere l’enigma.
L’unica possibilità era d’affrontare la parete incombente; pochi metri perché poggia, e sempre così fino che incrociai il percorso segnalato; e per questo devotamente alla Croce in Cima: 28 luglio 1996.