Sem e Cresta senza nome

Trieste, 1 Maggio 2012

Nell’ultima settimana di giugno, ma non come nella prima perché è stato proprio l’amico Sem che m’invitò a fare cordata con lui, e questa volta per due salite contando nel ponte Festivo di San Pietro e Paolo.Era successo che lui si era accordato con un altro del Gruppo Rocciatori per fare le salite, e che a sua volta portava un amico, e per evitare di fare cordata in tre pensò subito a me.
Così il primo pomeriggio del 29 giugno in macchina di Sem raggiungemmo il punto della partenza dove trovammo l’amico Lenardon Radivoi Rado e Sanzin Igor, che non conoscevamo, con la sua macchina.
Per farla breve, e dopo i vari andemo con la mia, partimmo con due macchine per stare più comodi per il Passo di Gardena perché la prima Montagna in programma era il Sass da Ciampac 2672 m nel Gruppo del Puez.
Solo che nel tardo pomeriggio e prima d’arrivarci la macchina di Sem iniziò a perdere colpi, e tanto che ci fermammo alla prima officina lungo la strada.Niente; la macchina doveva stare là sperando che trovino nei due giorni il pezzo da cambiare.
Così ci trasferimmo con il materiale nell’altra macchina tanto capiente da avanzare ancora spazio.
Passo di Gardena al crepuscolo; posteggiamo la macchina vicino ad un albergo che metteva a disposizione degli alpinisti che pernottano una zona sobria, e dove ci sistemammo per due notti.Non vuoi mangiare le tue scorte; c’è la sala grande con il menù bocca desidera e la televisione come per tutti; e dove trascorremmo qualche oretta.

La mattina era poco chiara con le nuvole che minacciavano pioggia; ma noi andammo lo stesso con la speranza che il tempo migliorasse come davano le previsioni le radio locali; e in una momentanea schiarita oltre che illuderci, ci permise di vedere la nostra parete riconoscibile da uno strapiombo subito sopra l’inizio; e una volta la sotto senza una lamentela ci legammo, e via.Giusto il tempo per esserci la sotto che iniziò a piovere sul serio; e noi la ben riparati nell’attesa che smetta.
Io ero il pessimista del gruppo, ma come le radio locali avevano previsto, ben presto la pioggia diminuì d’intensità e tanto che qualcuno voleva già riprendere la salita.
Io mi opposi chiedendo di dare giusto il tempo alla parete d’asciugarsi un poco.
Intanto nell’attesa aumentò la luce, e con l’innalzamento delle nuvole anche vedemmo finalmente un vasto tratto della parete soprastante dove si svolge la salita che non è facile.                                                                                                                                               Così quando riprendemmo a salire tutto è stato a nostro favore; e più avanti compreso anche un pallido sole che io beneficiavo nelle soste sui terrazzini come ultimo di due cordate.Solo che una volta in cresta e così anche in Cima, tutti noi quattro lo apprezzammo e magari più caldo.

30 giugno 1996: Sass da Ciampac, parete Sud via Adang e compagni: Lenardon     Radivoi Rado e Sanzin Igor; Lusa Sergio Sem e Ogrisi Tullio.

Necessariamente più che una sosta lassù fu una pausa, anche se la discesa dal Ciampac è facile e pernottando al Passo; e dove una volta la sera nella sala grande preparammo il programma per il domani: la salita della II Torre del Sella.

Quella mattina in circa un’oretta, e con davanti il Gruppo Sassolungo in un cielo azzurro e senza la minima traccia di nuvolo, posteggiammo senza difficoltà al Passo Sella, e che a sentire gli altri e sempre tutto occupato.
Giusto il tempo per un giro d’orizzonte per vedere cosa c’è intorno e puntammo le Torri che finalmente ammirato naturali; e così anche per il Sassolungo che poi mi terrà compagnia per tutta la salita. Una traccia di sentiero ci portò quasi sotto la II Torre, e nell’ombra fredda perché dovevamo salire la via Zelger e compagni in parete NW, e non perdemmo certo tempo nei preparativi.
Per l’occasione delle due salite che non richiedono approcci lunghi per terreno sconnesso avevo calzato pedule leggere con le suole scolpite.
Solo che nel primo tiro di corda temetti di scivolare, e più volte, perché gli appigli per i piedi riflettevano l’azzurro del cielo; e questo perché io avevo letto da qualche parte che la roccia di quella Torre è grassa.
Ben presto quella minaccia non la ricordai più, ed entrai in sintonia con l’arrampicata anche perché ampi tratti di parete erano al sole.
Ricordo ancora l’impegno di Sem per superare uno strapiombo con sottostante un chiodo con cordino; e l’arrivo sull’esile Cima, e accolti dagli amici festanti: 31 giugno 1996.  IITorre del Sella, parete Nord Ovest via Zelger e compagni.

Necessariamente anche lassù la sosta fu breve perché dopo la non facile discesa, restava l’enigma della macchina.

Per raggiungere la località dell’officina decisero di scendere per un’altra Valle, e a metà pomeriggio posteggiammo davanti l’officina.Solo Sem entrò per accertarsi se la macchina era riparata, e se del caso anche per il pagamento.
Passarono alcuni minuti di speranza, e usci dall’officina con il titolare mentre un meccanico portò fuori la macchina: tutto era ok!
Così, e mentre trasferivamo il nostro materiale, cicola e ciacola, c’informò dei lavori fatti e della spesa equa pagata esibendo anche la regolare fattura dove ben si evidenziava: Auto Officina Crepaz.Il resto del viaggio non ha lasciato ricordi.
Premesso che nel mio quaderno delle salite fatte, passi che per alcune, riporto solo quelle che sono terminate in Cima, rivedendo per l’occasione del blog le pagine dei mesi luglio e agosto anno 1996, ho notato che queste sono scarse; e perché?

Così ricordai che nella settimana del sette luglio fui ospite dell’amica Mirella Dobner al centro G.A.M. di Milano in Val ferret – Val d’Aosta; e anche che nel lungo viaggio di ritorno in treno sentì forte il desiderio dei Monti Tor e delle Alpi Giulie; e così un giorno di quel mese …

Contrafforte Settentrionale – La cresta senza nome: quota Sud

      Sì perché dopo il tentativo alla quota Nord dell’agosto 1994 per la cresta, e quanto osservai nella successiva discesa, già calcolavo che non era più conveniente cercare il passaggio dallo sbocco del canale in parte erboso, ma dalle balze in sfasciume trovare la possibilità di montare a destra sulle cenge che caratterizzano la vasta parete Est, e per queste poi innalzarmi verso la quota più alta della detta cresta.
- Giusto, farò proprio così.

In quella bella mattina di luglio, e una volta contornato il Frate, seguì la traccia a mezza costa ed il canale conosciuto che lo seguì solo un breve tratto per poi passare sul bordo solido ed in parte erboso dove c’erano alcuni dei miei primi ometti che esclamarono sorpresi: – Ailo, te son tornà qua de novo!

Raggiunsi così balze di roccia in sfasciume salendole solo un tratto come propostomi, e da dove la volta precedente vidi il canale in parte coperto d’erba.

Così traversai a destra in leggera salita più che un poco per de qua, e arrivai sul bordo delle balze?  Si, sorpresa; perché dall’altro lato scendono invece a pendio in parte erboso su un’ampia cengia coperta da detriti di varie misure che  mi sembrava promettesse; e per scendere sotto la parete c’era anche un rivolo di ghiaione che mi facilitò la discesa.

La sotto subito controllai il sviluppo della cengia sulla vasta parete anche perché non era l’unica; così la osservai attentamente prendere quota con le altre che poi sparivano e apparivano aggirando i costoni che caratterizzano la parete; e così anche quella, l’unica, che termina su un dosso dell’ultimo costone coperto dai mughi; che sperai che sia proprio quela la in alto sull’ultimo coston.

Iniziai percorrerla; e già speravo di trovare la in alto anche la possibilità di continuare fino in Cima alla quota, anche perché mi sembrava che fosse la giornata giusta.

Così procedetti tranquillo perché facile e sicura, e tanto che prestai attenzione solo nei punti scabrosi per prendere la cengia giusta.

Più avanti si fa ampia e prende quota mentre le altre si disperdono in ghiaione, e così  ben definita al costone coperto dai mughi; e che limita i due versanti.

Spettacolo per spettacolo; ma sull’opposto versante la cengia continua a ripido pendio erboso nell’ombra più scura; piccola stretta al cuore.

Intanto gli occhi si erano adattati alla mezza luce e a rivederla poi non era più il babau del primo momento; solo un poco di timore per non scivolare sull’erba.

Tra l’erba e sotto i piedi sentivo la roccia frastagliata; e trovai sempre appoggi che mi davano sicurezza, e così fino sotto un corto canalino rivestito d’erba che lo salì con attenzione per arrivare sulla spalla rocciosa in linea con quella coperta di mughi e la parete finale della cima.                                                                                                       Stretta al cuore.                                                                                                                                                                                                            Sì, perché per attaccarla, c’è ancora da superare un avancorpo in parte coperto dai mughi dalla parete iniziale che lascia a  desiderare .
Ferma tutto; e decisi allora di trovare un posto comodo per la sosta ristoratrice e così anche decidere dove attaccarla.
Non avevo perso certo l’appetito, e una volta a posto non mi restò che de andar a veder. Scesi così per i gradoni che coprono alla vista gli sfasciumi precipiti alla base, e per questi con cautela giunsi la sotto. Studiato il passaggio, provai anche ad innalzarmi; ma quei gradini sono instabili, e se nel caso … non mi fermo certo la sotto; e tornai con cautela sui compatti gradoni promettendomi di tornare quanto prima con qualche amico.

 

Certo; e in discesa per la cengia trovata e appena percorsa anche ne godetti la sua bellezza da non farmi rimpiangere la meta mancata.
Tanto tornerò!