Cridola-Monti Tor

Trieste, 1 novembre 2011

Una volta a casa io rivivevo i due percorsi tracciati sia per la alita e così anche per la discesa, e appena ripetuti con l’amico Daniele che ormai io conoscendoli, siamo saliti e scesi senza tentennamenti. Solo che quello ripetuto nella discesa andrebbe anche bene per la salita.

Non sarà stato certo quel giorno, ma più avanti che inizia a pensare di tornare su
quella Cima, e per il Cadin e l’avancorpo indicatomi dai camosci, e così …

                                             Cima Eichinger 2312 m

Probabilmente all’inizio dell’estate ero deciso a far sul serio, e quella mattina con il cielo azzurro posteggiai la macchina al Passo della Mauria. Il solito copione con il cappuccino lungo e via.
Il percorso del sentiero ormai mi era familiare, e già dalle prime escursioni mi ero proposto di tenerlo agibile. Solo che mai avrei pensato quanta attenzione avrebbe richiesto il sentiero come in quella mattina d’inizio stagione, ed in primis per rendere superabile il canalino franoso che peggiorava d’anno in anno; e dove un giorno era stata fissata ad un chiodo anche uno spezzone di corda lasciata libera che lasciava a desiderare. Quante volte ero stato tentato di sostituirla; poi pensavo che volessero così per scoraggiare i meno preparati.
Così e subito sopra il canalino dove anche dovetti calcare la nuova traccia sul mobile detrito nella traversata del canalone per poi salire le cenge fai da te nei mughi e servite da cavi che dio me la mandi bona. Ancora e solo il tempo per scantonare la bassa parete e dimenticai tutto.

Sì, mi piaceva tenerlo in ordine, e così anche lungo la salita c’era sempre da spostare qualche pietra rotolata nel mezzo, o spezzare la parte invadente del ramo che mi arrivava dritto negli occhi o mi faceva lo sgambetto.


Il lavoro più oneroso però mi aspettava sempre alle congerie, ma mai come quella mattina per rimettere le pietre lungo la traccia che la neve aveva portato via, e per innalzare i nuovi ometti che mi avrebbe fatto comodo vederli nella discesa; e così fino all’enorme masso della meritata sosta

.
Poi la traversata verso la Forcella del Frate, e dove sul pendio sassoso cercavo delle pietre caratteristiche che m’indicavano, sì o no, dì essere già passato; e così fino al pascolo coperto da massi.
Osservai il ripido ghiaione sottostante la Torre Tullio D’Andrea.

Certo, non è più ripido di quello appena traversato, solo che é più stretto.

Deve essere proprio così; solo che lassù il detrito è minuto e facevo fatica, e così mi portai alla base della Torre che prometteva. La sotto trovai il detrito accumulato più grosso, e sprofondavo oltre la caviglia. Progredendo mi consolavo che in discesa su quella traccia avrei fatto meno fatica.

La detta parete si avvicina a quella della Cima Pitacco formando un corridoio, ed oltre c’è ancora uno slargo chiuso a semicerchio da varie strutture rocciose al sole e dove nel mezzo risalta l’avancorpo, mentre e solo la parete della Cima Eichinger era nell’ombra.
Per fortuna il fondo del corridoio è abbastanza compatto; e una volta la dentro mi sentì come il primo uomo sceso sulla Luna; e l’impatto deve essere stato anche violento perché mi dimenticai di fotografare quei momenti.
Quelle pubblicate sono successive.

 
Solo che anche in quei momenti io ero concentrato più sulla salita, e da subito fui catturato dall’avancorpo isolato e illuminato dal sole che si salda sulla cresta, e che avevo osservato lungo la discesa dalla Cima Pitacco; e dove su quel minuscolo palcoscenico anche assistetti il comportamento della femmina di camoscio con i suoi due piccoli; e indicandomi alla fine il passaggio.
Racconto presente nel blog.
 

- Sì, devo solo rivarghe la soto e salirlo. Solo che non puntai dritto in quella direzione perché volevo ben fotografarlo, e così m’inoltrai verso la parete della Cima Eichinger senza valutare il percorso, e che non è stato elementare, e da dove scattai l’unica fotografia con l’avancorpo.
Senza esserci sotto valutai friabile la parete al sole, e scelsi l’interna nell’ombra dalla roccia liscia e compatta; e prima che si verticalizzi, la sotto c’è un gradino a grondaia che la traversa; e che lo seguì fino sotto la finestra obliqua.


Sì, ero arrivato dove volevo, ma non per il percorso dei camosci. – Niente, lo farò in discesa; e per intanto andemo veder qua soto. Il qua sotto è una piccola sella erbosa, e con nel mezzo un ometto: un colpo al cuore. – Che mona! Sì perché restai male sul momento; poi mi ricordai subito che era il mio; e che quel giorno tutto era avvolto nella nuvolaglia da non veder niente, per l’appunto.
Racconto presente nel blog.
Così, e una volta dato a Cesare quel che é di Cesare, passando per la finestra e variando per l’itinerario percorso solo per la discesa sono ritornato all’ometto da me ricostruito; 18 luglio 2006.
Lo stesso vale anche per la discesa, e fino alla piccola sella con l’ometto, e dove e senza aver visto e controllato prima cos’è dall’altra parte, sicuro che la sotto c’è il passaggio dei camosci, continuai la discesa per il canale all’inizio poco ripido e coperto d’erba; meglio di così. Si fa ripido e sul fondo il detrito sostituisce l’erba, dove é anche delimitato da basse pareti per infilarsi in una galleria dal fondo liscio e nell’ultimo tratto anche più ripido … ed uscito mi trovai alla base dell’avancorpo, ma dall’altra parte ed ancora in alto. Sogno o sono desto?  Non avrò pronunciato proprio queste parole, ma danno l’idea della sorpresa e meraviglia provate.
E’ bene quel che finisce bene, e poi con la sorpresa finale.
Certo, ma non hai fatto il percorso dei camosci!– Orpo e adeso? Sarà per un’altra volta, promeso!

La stagione stava per finire, e le giornate di sole si erano accorciate; e io che rivivevo e ripassavo quelle appena trascorse.
Intanto io avevo anche già modificato la Meta con la Cima Pitacco e l’approccio per la galleria; e solo in discesa per l’avancorpo.

     Il ricordo delle ore vissute non svanirà mai (Andrea Labinaz)

Certo Andrea; e perché rimandare al prossimo anno la promessa?
Il tempo dovrebbe ancora mantenersi bello stabile, e anche se le giornate di sole si sono accorciate, c’è il Rif. Giaf che è ancora aperto per la fine settimana. Sì, farò proprio così e senza fare tutto in un giorno.
Solo che io dovevo iniziare la salita dal Passo della Mauria.

                                               Cima Pitacco 2324 m

 Arrivai prima della sera, ed al posteggio, fra altre macchine, c’ era anche quella della Forestale, e così ebbi anche l’occasione di scambiare un do ciacole con l’amico Mario Cedolin di Forni di Sopra.

 Al momento dei saluti si ricordò e m’informò che in Rifugio non ci sono Stefano Lozza e sua moglie, perché in quella stagione era subentrato un altro gestore.


Una volta in Rifugio restarono sorpresi per la mia richiesta di cenare con dei dolci e del te, pernottare nella cuccetta prossima alla porta e d’andarmene al chiarore dell’alba.
Fu proprio così, e dal posteggio arrivai al Passo della Mauria con il primo sole; e via, e senza cappuccino grande per farmi la bocca perché il bar era ancora chiuso.

Vita dura l’Alpinismo!
La nebbia che copriva la Valle iniziò ad alzarsi, però solo un lembo si staccò, e come pilotato da un regista andò insediarsi nel Cadin nascondendomi l’interno. Bella quella regia se fosse stata la prima volta, mi venne da pensare. Solo che io già lo conosco; e tutto questo mentre stavo seguendo una fresca traccia di camoscio proprio nel mezzo del ghiaione dove celata fra i detriti c’è una striscia di roccia compatta che facilita l’accesso.

Una volta nel Cadin e senza andare a cercare altre avventure continuai a seguire la qui marcata traccia dei camosci, e che contorna la base dell’avancorpo, e dove più sopra si sperde su una corta scalinata di roccia molto friabile sottostante corte pareti.

Sul momento non individuai per dove ero uscito dalla galleria, mentre ben marcata la   vedevo continuare sotto quelle pareti.
E perché non andar a veder dove la porta?

Non avrò percorso dieci metri, ma neanche venti, e sopra la traccia c’è uno stretto intaglio tra la parete e un piccolo obelisco; e a quella vista tutto quello che mi ero proposto non contò più. Solo che l’intaglio è stretto, e frenò il mio impeto e anche per rimuovere qualche pietra d’ostacolo.


Una volta oltre più che il panorama, a me interessò la facile parete a lato per montare in cresta che poi avrei seguito fino in Cima. Non fu proprio così perché questa dall’altra parte ha una parete verticale.

Così ricordai le altre volte su questa e il cambio di percorso di fronte a queste difficoltà. Niente, torno indrio.

Il buon senso però m’invitò a fare la meritata sosta la sopra.
Intanto la nebbia era salita, e fra questa risaltava la Torre Tullio D’Andrea e i suoi contrafforti dove neri pinnacoli sembravano assistere la mia salita. Solo che lassù l’apprezzata sosta mi stava già tentando di considerarla la Meta per quel giorno.
Ritornai veloce alla base da dove non meritava traversare; e così raggiunsi subito sotto una cengia che seguì fino sulla parte del monte conosciuta. Ricordo solo la pausa per ricordare il passaggio del Piccolo Campanile esaltato nei colori della nuvolaglia, e la ricerca di un posto comodo per la sosta in Vetta: 29 settembre 2006.

In discesa rifeci lo stesso percorso, e prima di salire all’intaglio avrò certamente valutato che fare il percorso dei camosci nella nuvolaglia non ha senso, tanto io tornerò: certo!

Una volta oltre seguì sempre il percorso dei camosci, anche nel mezzo del canalone, e dove più sotto, ormai sentiero si tiene sotto la base della Cima Pitacco in parte erbosa.

Solo ancora un tratto perché continua sottostante le altre pareti per poi salire alla Forcella del Frate; e non mi restò che scendere dritto al pascolo coperto da massi.


Intanto lassù, sui monti Tor, la nuvolaglia era svanita.