Alpinismo sui Monti Tor

Trieste, 1 ottobre 2011

Cima Pitacco 2324 m e quota 2312 m

 

      La salita alla Cima Pitacco non riuscì a soddisfare il mio desiderio di conoscere quei Monti; anzi, e perché proprio la ricerca solitaria era sostanziale per me in quelli anni, e senza andare tanto lontano.  Così il mio interesse si spostò sulla quota 2312 m che vedevo ben staccata e alta sulla cresta; ma non di salirla in quella stagione, e senza avervi fantasticato un poco sopra, anche perché sulla Berti i nomi dei primi salitori, Eichinger e Uhland, sono abbinati ad altre imprese nel Gruppo del Cridola; e perché poi non dedicargliela questa ancora senza nome?
Così e all’improvviso nel corso della stagione 2003, decisi di tornare su quei Monti per tentare l’impresa; e che contando anche sullo stato di forma raggiunto, io avevo anche abbinato per quel giorno sia la salita della Cima Pitacco che la quota 2312 m soprastante la via di discesa.

Cima Pitacco                                   P.ta Cozzi


Solo che in quei giorni faceva un caldo da record, e così partì il pomeriggio tardi per andare a pernottare al Rif. Giaf ed essere la mattina presto già in zona.
La solita accoglienza festosa dei gestori Stefano Lozza e della moglie Alessandra interessati dal mio arrivo, e che incuriosì anche i pochi presenti. Solo il tempo per cenare con due fette di crostata e del te perché il cibo dolce mi facilita il sonno, e un due ciacole con dei presenti che era già l’ora d’andare a dormire, e nella mia preferita cuccetta vicino alla porta per uscire alla chetichella e senza disturbare.
Alla luce della pila sul banchetto all’uscita, anche se non la volevo, c’era la colazione e caffelatte nel termos; e via nell’oscurità per il sentiero del Boschet, e alla prima aurora iniziai la discesa nel silenzioso Vallonut, e che io lo ruppi facendo rotolare alcune pietre del sentiero.
Non l’avessi mai fatto; perché immediatamente dal suo fondo coperto dai mughi si levarono le proteste degli animali così svegliati da sembrare un serraglio, e alcune anche minacciose per farmi fuggire. Io continuai lo stesso e di buon passo, e nel Vallonut tornò il silenzio. Solo dall’altro versante illuminato dal primo sole alcuni camosci continuarono a minacciarmi, ma più per la difesa dei piccoli.

 

Non ci sono altri ricordi oltre che il cielo di blu cobalto che esaltava le Montagne illuminate dal primo sole; e così fino al mio ometto che costruì per segnalare la via di discesa sottostante l’invaso erboso. Decisi anche di sostare per controllare l’ora e per individuare sulla parete di fronte la mia discesa che volevo rifare in salita quella mattina; ignorando del tutto per scaramanzia quota 2312 m.sorpresa; la temperatura da record di quei giorni deve aver esaurito la pila perché le finestrelle del quadrante del mio orologio al quarzo erano bianche? Mi regolerò con il sole, mi consolai.
Ricordarmi l’ultimo tratto della discesa fatta non era necessario; ci sono più itinerari per salire; e decisi per quello sul costone interno dalla roccia migliore, e la in alto anche senza raggiungere la base della cresta, ma traversare la sotto per evitare il passaggio in linea al Piccolo Campanile. Pensato e fatto; il passaggio è facile ma la roccia è friabile.aPs04 Ciastel
Una volta oltre e sulla cengia osservai la posizione del sole per calcolare l’ora, e che la valutai essere dalle otto alle otto e mezzo; e come la prima volta non mi detti furia per raggiungere il mio ometto in Vetta: 4 agosto 2003.

 

Durante la sosta lassù io anche tiravo le orecchie per di sentire il suono di qualche campana per abbinarlo ad una Messa. Niente, ma forse perché non era la Domenica.
Più tardi lassù arrivò l’aria calda; il segnale che era giunto il momento per tentare la salita alla quota 2312 m.

Nella discesa seguì lo stesso itinerario, e fatto il passaggio al Piccolo Campanile, la sotto rimontai la cengia liscia e compatta sottostante la cresta fino alla sosta esterna sul costone per essere in linea con la meta di fronte e fare il punto. Nessun problema; ed iniziai a scenderlo sul filo anche perché la sotto dovrebbe essere racchiuso tra quelle pareti il minuscolo Cadin che vedevo dalle altre Cime perché innevato fino a stagione inoltrata; ma non in questa.
Più sotto sentì del trambusto, e capì d’aver messo in fuga dei camosci e volgendo istintivamente lo sguardo nel Cadin, e dove su un avancorpo subito sotto era ferma una femmina di camoscio con due piccoli. Lei m’aveva già visto e mi fissava immobile; poi improvviso uno scatto e percorse un breve tratto sul dosso per sparire dalla parte opposta: solo un attimo, e la vidi arrivare e andare a fermarsi la sotto incollata alla parete. La guadavo immobile per non spaventarla; e lei teneva sempre gli occhi puntati su di me anche quando muoveva la testa o le orecchie con veloci scatti. Mi chiedevo il perché di quel comportamento? La risposta arrivò subito; un piccolo copiò quanto aveva visto fare da lei, ma smosse delle pietre che vidi cadere oltre il suo corpo. Arrivò anche lui e si sistemò come lei la sotto. Partì il secondo, ma più scomposto forse dalla paura d’esser rimasto solo, e che nel suo procedere scaricò un buon numero di pietre che caddero anche queste ben oltre.
Io ero sempre rimasto immobile per non spaventarli, e lei l’aveva capito che non volevo fargli del male; e la sotto anche gli accudì per alcuni secondi senza perdermi di vista. Tutti e tre drizzarono il corpo, le teste e le orecchie fissandomi; poi lei mosse un attimo la sua testa e via. Scantonarono il dosso e sparirono alla mia vista.

Quota 2312 m

 

Aspettai ancora qualche minuto, e ripresi a scendere ma non più sul filo della cresta che diventa difficile, e più sotto dovetti anche lasciarla perché con intagli insuperabili.
Un breve tratto, ma poi non tornai più in cresta perché dal punto raggiunto vidi più conveniente scendere un tratto, e per l’invaso erboso arrivare sotto e all’inizio della parete a gradini che avevo considerato ideale per iniziare una futura possibile salita.
Fu proprio così, ma non meritava perché ben presto è verticale, e non mi restava che traversare verso gli scoscesi ripidi verdi esterni.Ero lì fermo, e indeciso su quale traccia di cengia montare per la traversata; e decisa la giusta la raggiunsi e contemporaneamente inaspettata vidi la finestra obliqua citata sulla Berti che questa attraversa.

Non andai a vederla promettendomi di farlo in discesa, ma le scattai la foto.
Il tratto scosceso di ripidi verdi si riduce tra la parete e salti rocciosi e così fin sotto un corto spigolo divisorio. Sulla parte esterna c’è uno stretto ghiaione sospeso fra due creste, mentre l’interna continua un sistema di stretti canali. Senza gettare la moneta scelsi la parte esterna che mi sembrò azzeccata mentre salivo sul minuto e candido detrito. Solo che questo in alto e chiuso da una corte parete che dall’atra parte precipita sulla Forcella. Cozzi; e che non fu poi facile superarla per arrivare sul pulpito finale ed isolato della cresta divisoria. Dall’altra parte, la sotto, ancora un’esile cresta mi separa dalla meta; e non fu facile la discesa della corta parete per prenderla; e seguirla un poco esposta, poi facilmente in Cima 4 agosto 2003.

 Contrariamente che alla Cima Pitacco, su questa trovai una buona base dell’ometto, e che sarà stato anche alto. Solo che mancava la parte superiore e tra le prime pietre smosse c’era … una scatola metallica arrugginita, sformata e vuota perché senza il coperchio. La presi e la drizzai un poco; e adesso? No, non mi andava di lasciarla là. Niente, la porterò al gestore del Rifugio, e che decidano loro (i fornesi); e solo dopo sistemato l’ometto, la sotto presi la sosta.

 Durante questa anche valutai saggio scendere invece per la stretta parete incisa da stretti canali osservata in salita; e che mi chiese solo un poco d’attenzione nei punti friabili; la farò in salita la prossima volta, mi venne di pensare.
C’è ancora solo il ricordo sempre più vago della discesa sui ripidi verdi.
Una volta in Rifugio raccontai all’amico Stefano l’impresa compiuta, e così anche gli consegnai il fondo della scatola creandoli dell’imbarazzo; invece per me essere con la coscienza a posto.

Non persi tempo per inviare alla Redazione delle Alpi Venete la relazione della salita, e la mia proposta per il nome.
La risposta fu immediata nella nostra Rivista AUTUNNO – INVERNO 2003.                   Solo che prima … un giorno di quel mese d’agosto mentre passeggiavo per la città, neanche che fossi andato a cercarlo, incontrai l’amico Daniele perché anche lui in ferie.
Si era contento, mi disse, ma anche che lui sarebbe venuto ben volentieri conoscendola con le ripetute sortite fatte insieme su quei Monti. Trovai solo la scusa che era stata una decisione improvvisa altrimenti … – Niente, la metemo in programa per el prosimo anno; e amici come prima; anche se non sarà stato proprio così.

Cima Eichinger 2312 m

La promessa fatta fu mantenuta, perché scattammo a metà luglio, e subito dopo un lungo periodo con tempo incerto e freddo, e tanto che in salita sul Boschet, e lungo il sentiero in pieno sole, procedevamo avvolti da farfalle dalle ali bianche che si alzavano in volo al nostro passaggio; solo che tante di queste avevano ancora parti delle ali vitree e alcune completamente.
Più avanti e dopo valicata la Forca del Cridola, lungo la traversata in quota sopra la Cuna dovemmo valicare non uno, ma distanziati tra loro, due profondi canali; e che ci ricordarono che l’altro autunno la Val Cridola è stata maltrattata da intense piogge.
Quel giorno abbiamo anche variato l’approccio per lo stretto canale che stacca la base dello spigolo e che sbocca, metro più, metro meno, proprio dove il canale di Forcella Cozzi é un tutt’uno con la rampa d’accesso al ripiano: non facile e faticoso.
Non c’imbattemmo in altre novità, e senza imprevisti raggiungemmo la sosta sul ripiano detritico che è anche un luogo confortevole.

Solo che le nuvole avevano iniziato ad intanfanare le Montagne e, non si sa mai, la sosta fu breve; e via.Quella volta non veloci perché per Daniele era la prima volta, ed in particolare nella traversata non difficile, ma che gli richiese attenzione con movimenti sgraziati anche perché è più alto di me.

 Una volta finita la butammo in rider, e con quello spirito riprendemmo la bella, logica e aerea salita sul costone invece che nello stretto e friabile canale.

Neccessaria fu la sosta la in alto per spiegarli la struttura della Montagna che lui non conosceva, e anche per me perché la nostra Cima è coperta da varie strutture rocciose?

  Incombe invece la parete della prima struttura rocciosa isolata sopra i ripidi verdi da me conosciuta; ma non si vede ancora la finestra obliqua.
Solo che non la raggiungemmo perché Daniele preferì traversare più sotto sui ripidi verdi e così in salita fino al piccolo spigolo divisorio, e dove delle due possibilità per continuare, e anche se lo avevo informato sulle difficoltà, anche lui preferì l’esterna con il ghiaione sospeso coperto da minuto e candido detrito: mistero.

Scesi dal pulpito e riuniti sull’esile cresta, per Daniele tutto è stato facile.
Queste considerazioni ormai non contavano più, perché per la traccia da me lasciata arrivammo in Cima: 19 luglio 2004.

 

Con il tempo incerto la sosta fu breve, e una volta sull’esile cresta, anche Daniele preferì la discesa sottostante.
Il movimento e il pallido sole ci avevano dato calore e scioltezza nei movimenti e più sotto, traversata la parete, andammo a curiosare dalla finestra obliqua.

 

Restava ancora la discesa per il costone conosciuto e la traversata sulla parete insuperabile; e una volta raggiunto il ripiano detritico capì che quanto fatto merita una Gita.

 

Al nostro “punto d’incontro” non restai indifferente nel vedere il Monte Cridola avvolto dalla nuvolaglia dove si evidenziano le sue Cime tra giuochi di luce; uno spettacolo meritato a concludere quella grande giornata, e come è stata quella della prima e unica volta che sono stato sulla sua Cima.
E’ stata nell’indimenticabile autunno del 1973; e che favorito da un lungo periodo di bel tempo e senza consistenti precipitazioni nevose, ero riuscito il 21 ottobre a salire con un Gruppo d’Alpinisti Bulgari la Cima Piccola di Lavaredo ed il 21 novembre la Croda di Ligonto con Guido Canciani e Luciano Marega.
(racconti presenti nel blog).
Solo che la situazione climatica sulle Montagne non deve essersi modificata, tanto che noi l’avevamo messa in programma per la nostra Gita nell’ultima Domenica di novembre.

 Probabilmente l’amico Guido nello stendere il Diario della Gita non diede importanza all’orario di partenza, soste e con chi, anche perché eravamo sempre noi tre.
Ricorda però l’uscita nella località dì oltre Confine, e subito fuori Udine, dove andavamo a fare il pieno perché molto conveniente; e l’arrivo al posteggio per il Rifugio con il bel tempo dopo il viaggio sotto un cielo plumbeo.

Forse per il tempo incerto, ma in giro non c’era nessuno e così decidemmo di raggiungerlo con la nostra Fiat 850; solo che per arrivarci c’era la strada bianca, e nei tratti ripidi due di noi dovevano scendere e spingerla. L’oretta circa guadagnata a conti fatti ci garantiva l’arrivo in Vetta ben prima del tramonto, e senza darci furia; e c’incamminammo proprio convinti.

Solo che non andò proprio come avevamo calcolato, e già nel ripido canalone per la Tacca del Cridola qualcuno rallentò la marcia.

 

Così anche nella salita delle corte pareti con i ripiani di neve gelata, e che si succedono anche se segnate.

  Poi la cautela prestata per salire il tratto ad Est che la neve aveva reso insidioso.

 

  Tanto che a conti fatti con questi rallentamenti andammo ben oltre il tempo calcolato, e arrivammo in Cima giusto prima del tramonto o poco prima: 25 novembre 1973.

Lassù faceva freddo, e fermarsi poi per fare uno spuntino non era proprio il caso.
Solo e giusto il tempo per una foto, e Luciano si offrì al compito perché senza l’autoscatto; e via.

Alla luce del crepuscolo scendemmo l’ultima breve parete prima del canalone per la Forcella Scodavacca.