I Monti Tor

Trieste, 1 settembre 2011

I Monti Tor

          Cima Pitacco P.ta Centrale q.ta 2312  Forc. e P.ta Cozzi  P.ta Savorgnana 

                                                    Cima Pitacco 2324 m

All’inizio del mese di settembre era forte il desiderio di portare finalmente a termine la salita della Cima Pitacco; e più che convinto dopo quanto visto la volta precedente.A darmi questa volta la carica giusta contribuì il Colonnello di turno che prevedeva la fine del bel tempo per l’arrivo d’alcune perturbazioni: adesso o mai più mi venne di pensare.Così decisi d’andare anche da solo e farla nella giornata; ma no la Domenica perché c’è troppa gente per i Monti; meglio il lunedì anche se correvo il rischio d’andare incontro all’arrivo della prima perturbazione.Non era una bella mattina con le Cime coperte da nuvolaglia inconsistente; ma avevo calcolato giusto perché anche se il Rifugio Giaf era aperto, e come anche la porta dell’ingresso, nell’interno e fuori non c’era nessuno?
- Tanto meio, così non perdo tempo; e via.

 Scendendo dal Boschet osservai con gioia che le nuvole stavano alzandosi, e sopra la Forca del Cridola che c’era anche un poco di cielo azzurro, e una volta nel Vallonut, lo spettacolo dei Monti Tor illuminati e liberi dalla nuvolaglia che mi spronò a tenere un buon passo.

 Solo che al vento in quota piaceva a giocare con le nuvole, e tanto che alla Forca del Cridola decise di non farmi vedere dall’altra parte, e anche con la complicità di un monolite che non avevo mai notato o fatto caso?   Sulla sua superficie non trovai scritto nessun monito, e una volta oltre scesi fiducioso a prendere la traccia percorsa l’altra volta; e procedetti in linea con il “punto di riferimento”.
Quel giorno nella macchina fotografica avevo un rollino nuovo, e così abbondai negli scatti per avere una buona documentazione da mostrare agli amici.
Solo che per quanto scritto in precedenza, io dovetti il più delle volte aspettare che l’immagine scelta fosse libera dalla nuvolaglia per scattare, e alcune volte senza capire il soggetto perché la parte alta della Montagna mi era ancora sconosciuta.

 

 Così iniziai con il canalone di Forcella Cozzi e l’accesso al ripiano detritico.

   A seguire lo stretto canalino, la in alto percorso la volta precedente, e che s’insinua tra la parete e lo spigolo del piccolo campanile esterno; e per completare la leggibilità ho inserito anche l’immagine del fondo del canale scattata la volta precedente, e una panoramica del tratto appena percorso libero dalla nuvolaglia.
Dal ripiano seguì la mia traccia in discesa e iniziai la traversata.
Solo che la voragine sottostante illuminata dal sole non è il babau immaginato più che visto l’altra volta; anzi, e il Pitacco potrebbe aver attaccato la sua salita proprio la sotto.Intanto avevo finito il traverso e anche risalito il canale fino sotto i Campanili: e oltre la strettoia c’è l’ignoto.

 Oltre invece c’è sempre il canalino tra la parete interna insuperabile e l’esterna poggiata che m’invitava a salirla.

 

Solo che mi ero imposto di seguirlo, e così affrontai anche il tratto d’uscita dalla roccia friabilissima.Non doveva essere così, e una volta uscito scesi subito sotto sul costone esterno di roccia grigia e compatta: – Che mona. Sì, avevo sbagliato a non accettare l’invitto della parete poggiata. – Niente, devo solo star tento a imbocarla in discesa; e lo segnalai con un ben visibile ometto.In quella stagione non avevo tante foto di questo versante, ma sufficienti per vedere che per salire in Cima ci sono varie possibilità.        Solo che quella mattina la volubile nuvolaglia nascondeva in sul momento la parete, e così preferì raggiungere la cresta percorsa dagli itinerari sicuri riportati nella Berti; e anche perché c’è un invaso dal fondo erboso che promette bene per raggiungerla.Fu proprio così, e per quell’invaso e senza fatica giunsi in cresta, e sulla piccola sella folta d’erba dove s’origina.
Ora da questa dovevo solo seguire la cresta; meglio di così anche se non è la via del Pitacco, ma dei secondi salitori: Eichinger e Uhland.
Non doveva essere così; ben presto la cresta è difficile, e la montagna intanfanada da non vedere per dove proseguire. – Niente; scenderò al mio ometo e speterò che la se diradi.
Tornai alla piccola sella erbosa dove persi solo il tempo per raccogliere alcune pietre per segnare il mio passaggio; e via verso il precedente che strabuzzò gli occhi vedendomi tornare così presto.

 La nuvolaglia intanto era svanita, e potei finalmente vedere la parete di fronte; e tra le sue balze scorrere rivoli detritici che mi avrebbero facilitato di salire in alto.
Allora cercai di individuare la Cima Pitacco perché la in alto si dilungava una cresta uniforme. Niente; così decisi invece di seguire la traccia marcata nell’erba alta che vedevo scorrere lungo la sua base per portarmi sotto le altre pareti.

 La percorsi anche troppo veloce tanto da non notare di una possibile via d’uscita perché questa percorsa termina nel vuoto; e proprio sopra il vasto vallone che racchiude la parete franosa della Cima Pitacco, anche se ancora la in alto non mi era chiaro dove e quale fosse la Cima.
Volevo subito tornare sui miei passi a cercare la traccia per salire quel versante; sì, ma prima le foto!

 Nell’attesa però avevo anche valutato che conveniva invece salire per la parete stretta e gradinata incombente.

   Scattate le foto, e con il consenso del Pitacco, finalmente iniziai la piacevole arrampicata per la parete gradinata.

 Solo che il bel giuoco durò poco perché poggia gradatamente, e la roccia man mano si sfalda.Così preferì traversare a destra per attaccare la cresta dall’inizio; e anche per vedere finalmente quel versante sconosciuto. Una vota su questo mi accertai che potevo scendere senza difficoltà.Spettacolo per spettacolo, ma ancora non avevo individuato la Vetta.
Decisi allora di traversare subito sotto la parete incombente della cresta per trovare un tratto scalabile e rimontarla.Lo trovai, e stavo già per montare in cresta rallegrandomi e … vidi oltre far capolino un’altra Cima? Sì, quella è la Pitacco! Non so da dove arrivò quella voce; ma con tutta probabilità l’avrò pensata mormorandola.   Niente; scesi sulla fascia di roccia compatta che la seguì per stare in linea col passaggio tra parete ed il Piccolo Campanile perché oltre non poteva che esserci la via per la Vetta.

 Non è stato facile il passaggio, ma non poteva essere altrimenti perché la cengia detritica che stavo calpestando la vedevo salire gradatamente sottostare la cresta e puntare la in alto nell’angolo d’incontro di due corte pareti.

  Non mi diedi furia per percorrerla, era troppo gioioso il momento, e notato un intaglio anche lo valicai in versante Nord.

 Al cospetto della Punta Cozzi e la Torre Zanutti.

          Quanto fatto.

 Sono la sotto, e delle due, solo la parete interna è lavorata a portale dai crolli di blocchi regolari di parete può essere salita.
- Niente; xe solo un pasagio atletico più che dificile, speremo che questi i tegni.

 Fu proprio così; e sopra ancora un paio di gradoni che caratterizzano la cresta con i soli resti dell’ometto: 9 settembre 2002.
Lassù per la prima volta mi aspettavo di vedere …, e dovetti allungare la sosta, e solo per le foto allegate.

    In discesa seguì il mio itinerario fino alla sosta sul costone sottostante la cresta; poi lungo questo per roccia friabile senza un percorso obbligato, ma tendendo a sinistra e all’invaso dal fondo erboso e al sottostante ometto.
Raggiuntolo, bella e sicura fu la discesa per quei gradoni di roccia compatta con erba; poi anche sul bordo della parete poggiata interna che vedevo con fessure e rotta. Trovato il tallone d’Achille, scesi con attenzione nel canalino conosciuto: – Xe fata!
Sì, ed è evidente che la facile via che percorsi nella discesa potrebbe essere anche quella del Pitacco; e che è la sopra seduto sulla Cima che se la ride; o saranno state le nuvole che giocavano ancora con il vento?