Sottogruppo del Cridola

Trieste, 1 luglio 2011

                                                 Croda della Cuna 2353 m

Dopo il tentativo del 31 ottobre 1982, la Cima Pitacco era sempre nei miei propositi, solo che non mi davo furia perché aspettavo il desiderio di salirla; e anche perché sembrava non interessasse a nessuno. Questo mi era garantito ad ogni arrivo delle Alpi Venete, due volte in un anno, non trovandola mai citata nella Rubrica: Le Nuove Salite, e nonostante la posa del Bivacco Vaccari nella Cuna sottostante il suo versante Sud, ed il nuovo Percorso alpinistico attrezzato Giovanni Olivato dal Passo della Mauria.
Nel 1989, una sera in Sede della XXX Ottobre, e nel corso della Riunione del Gruppo Rocciatori, e mentre stavamo valutando dove fare il Nostro Convegno di Primavera, qualcuno propose al Rifugio Giaf che ci garantiva l’apertura all’inizio della stagione.
Seguì un breve dibattito tra i pro e i contro che motivavano la cattiva qualità della roccia.
Io non dissi la mia, anche se speravo che la proposta passasse perché mi offriva l’occasione di salire qualche Cima che mi consentisse di vedere e fotografare il versante Sud della Cima Pitacco; e alla fine fu deciso di tenere lo stesso il Convegno al Rif. Giaf 1405 m.
Così già in quella sera in Sede avrò chiesto ad Arnez Marco se voleva far cordata con me, e avremmo anche fatto il viaggio insieme perché la sua casa è subito dietro la mia, anche se ci conoscevamo solo perché frequentavamo la Palestra della Napoleonica.Non avrò avuto subito la conferma, ma il tardo pomeriggio stabilito eravamo in Rifugio, e che lo frequentavo ormai da anni.
Nel dopo cena e una volta raggruppati ai tavoli, alcuni iniziarono a esporre il proprio programma di salita, mentre altri chiedevano informazioni per qualche salita ed altri d’aggregarsi ad altre cordate.Così illustrai la salita scelta con la Berti sul tavolo, e specificai anche perché volevo proprio raggiungere la Cima principale della Croda della Cuna, e così anche la scelta della via facile delle due aperte da L. Coradazzi e compagni sulla parete Sud.
Lo scopo era solo di raggiungerla per fotografare la Cima Pitacco; per l’appunto.Alla fine tra i rocciatori e amici presenti l’amico Rustici Davide chiese di fare cordata con noi, e due simpatizzanti di venire con noi: Filippi Alaba Ezio e Bottin Guido.

 Così quella mattina noi eravamo in cinque con il nostro programma, mentre c’erano ancora degli indecisi per la neve che stavano valutando di salire la Torre Antonio Berti; ancora i saluti e via verso la Forcella Scodavacca m. 2043.

 La mattina era buona e calda, ma le prime avvisaglie di nuvole stavano già occupando il cielo.
Intanto noi eravamo usciti dal bosco, e constammo che veramente c’era ancora tanta neve alla base di quelle Montagne, e che risaltavano nel cielo blu; e per gli altri vederle la prima volta.

 Ormai eravamo sotto la nostra parete, ma d’accordo proseguimmo ancora un tratto per vederla meglio; e così anche decidemmo dove attaccarla per evitare la neve del canalone alla base della parete.
Così traversammo a ritroso senza perdere quota e montammo sul primo risalto di roccia frantumata.

   Lo seguimmo fino e sotto una parete verticale dove decidemmo di metterci in cordata: la nostra con Arnez da primo.

 Solo che il tratto verticale è breve.

 La parete poggia a rampa, e noi proseguimmo veloci su questa senza prestare attenzione, e così ci trovammo sotto una parete strapiombante incisa da un camino che non era di meno.Avevamo sbagliato, e ricordavo ai compagni che quello è di sicuro il camino difficile dell’altra via Coradazzi; e avremmo certamente consultato la Berti.
Andemo, non andemo; xe dificile e no semo atrezai; e così decidemmo di scendere per la rampa fino a trovare la possibilità di salire per riprendere la facile via iniziata.Lo sbaglio fatto deve aver influito sull’amico Davide e i due simpatizzanti perché una volta trovata la possibilità, loro invece rinunciarono alla salita, e continuarono a scendere per raggiungere il canalone nevoso sottostante.
– Saludarse, e se vedemo in Rifugio! Così noi superammo il salto di parete e riprendemmo la via per roccia qui compatta e sempre più verticale.Improvviso un tuono forte e secco di scarica elettrica; ferma tutto, e ci guardammo intorno preoccupati perché vedemmo montare il temporale oltre la Forc. Scodavacca, e che si avvicinava veloce con i tuoni secchi.

 Il quel momento noi eravamo in piena parete e l’unica possibilità per ripararci che vedemmo è la stessa parete un poco strapiombante, e una volta la sotto ci coprimmo con gli eskimo aspettando lo scontro.
Per nostra fortuna la Croda non era sul suo percorso.
Così passò veloce e scarso d’acqua, ma facendoci sussultare per i tuoni secchi; e ben presto la roccia fu asciutta.La roccia era asciutta, ma le nuvole scorrevano ancora sulla Croda; e così decidemmo di puntare dritti in Cresta rinunciando di toccare la Cima dei Camosci.

 Superata la parete difficile, la in alto trovammo la roccia sbrecciata, e le fessure che si allargano ben presto in camini; e per uno di questi uscimmo sulla Cresta prestando attenzione per la roccia rotta, e che la seguimmo fino sulla Cima più alta: 28 maggio 1989.

   Solo che le nuvole si attardavano sopra la Cima Pitacco, e noi per velocizzare la discesa intanto avevamo scelto di scendere verso il canalone della Forcella Cuna che vedevamo più sotto.

  L’orologio camminava. Così decisi di fotografarla, e sarà quel che sarà; e iniziammo la discesa.Non era la giornata giusta; perché dopo un primo tratto di roccia facile, è compatta e liscia. Scendemmo sul limite sperando in una calata in corda doppia, e mettemmo anche il chiodo; niente, e per alcuni metri; e dovemmo tornare in Cima.
Intanto il cielo era quasi sgombro di nuvole, e da lassù potemmo vedere la depressione a canale sull’altro versante per scendere facilmente nel canalone di Forcella Vallonut; e per un tratto e proprio così.Solo che la Berti avvisa che non si deve scenderla tutta perché in salita si attacca la parete 100 m. sotto la Forcella.
Così noi uscimmo dalla depressione e ci portammo sul bordo della parete per verificare quanto eravamo scesi rispetto la Forcella; e una volta calcolato sui cento metri iniziammo a scendere per la parete sottostante e più sotto anche assicurati in cordata perché diventava difficile, e così fino a dover ricorrere alla corda per gli ultimi venti metri circa.
Solo che in quel punto la roccia è compatta e levigata, e tanto che le poche fessure erano cieche.
Cerca e prova finché trovammo quella che ricevette il chiodo; e a seguire poi di corsa in Rifugio perché avevamo veramente fatto tardi, e tanto che ad attenderci trovammo “i veci” del Gruppo, e che temendo che il nostro ritardo dipendesse dal temporale, avevano già chiamato il Soccorso Alpino.

                                                        Bivacco Vaccari

      Un’altra occasione per tornare al Rif. Giaf, era proprio nel Programma Gite Estive anno 1989 fresco di stampa; ma non mi ricordo il nome del Monte che era in programma.Così quella mattina, con Heydi, ci staccammo dai gitanti e andammo per nostro conto verso la Forcella Scodavacca perché volevamo salire il canalone di Forc. Cuna, per poi scendere al Bivacco Vaccari sottostante la Cima Pitacco per solo vedere la possibilità per salirla da quel versante.Canalone che lo trovammo ormai anche pulito dalla neve, e che per un tratto ne fummo anche contenti; non la in alto che si fa stretto e colmo di sfasciumi mobilissimi e massi di varie dimensioni; e così rimpiangemmo la neve che ci avrebbe senz’altro facilitato il progredire e dato anche frescura perché la giornata era calda e afosa.
Ben presto lo capimmo il perché vedendo le prime avvisaglie del temporale che iniziarono a coprire il lembo di cielo sopra di noi.
Giungemmo ansanti in Forcella spronati dai tuoni ancora lontani, ma ci fermammo solo il tempo per prendere le mantelline dai sacchi perché speravamo di essere in Bivacco che è subito la sotto prima della pioggia.
Niente; riuscimmo solo a scendere un centinaio di metri che iniziò a piovere con sarabanda di tuoni e scariche elettriche, e per nostra fortuna c’è uno spacco con tetto alla base della parete di sinistra scendendo; e la sotto trovammo riparo.

   Non potevamo certo aspettare che finisse di piovere perché c’è l‘orario di partenza da rispettare; e così, e dopo le fotografie, sotto la pioggerella riprendemmo a scendere verso la Cuna a mezza costa perché non dovevamo più arrivare al Bivacco dovendo passare per la Forca del Cridola m. 2172.
Non pioveva più, e una volta valicata, seguimmo il nuovo sentiero. Solo che questo si dilunga a mezza costa, e non punta nella Mescola?
Noi non conoscendo il suo percorso preferimmo scendere dritti fino ad incrociare la traccia lungo la Mescola che ben ricordavamo, e una volta fuori e sul sentiero trovammo anche una piccola comitiva di gitanti (due signorine con accompagnatore) estranei alla nostra, in difficoltà d’orientamento.
Il sentiero ora scende a lungo perdendo quota sopra il Vallonut di Forni per poi salire al Boschet e scendere al Rif. Giaf; e così fino che io notai ben evidente nell’erba fradicia la recente e lucida traccia di camosci che puntava verso un abbassamento subito sopra sul costone che si dilunga dal Boschet: un passaggio?
Così per non perdere quota e guadagnare tempo accettammo quell’invito; e raggiuntolo, in discesa incrociammo ben presto il sentiero per il Rifugio.
Quella volta nessuno dovette chiamare il Soccorso Alpino.