Nel Gruppo del Cridola

Trieste, 1 giugno 2011

Nel Gruppo del Cridola

      Negli ultimi anni del 1970, la nostra sezione del C.A.I. XXX Ottobre, fu costretta a vendere sottocosto la Berti volume II – III Edizione, perché l’invendute occupavano spazio prezioso nella vetrina della biblioteca; ma anche circolava la voce che era in corso di stampa una nuova edizione.Lo stesso perché invogliato dal prezzo, mi comprai una copia.

    Così, sfoglia oggi e sfoglia domani, trovai più interesse per il Gruppo del Cridola; e non solo perché è il primo Gruppo trattato dal testo; ed in particolare per il capitolo IV. – Contrafforte settentrionale; e precisamente per i Monti Tor – Cima Pitacco, che sovrastando il Passo della Mauria, io le potevo salire nell’arco di un giorno; tanto che … – Orpo, troverò mi la via normale.
Gli anni passano, i bimbi crescono … e che io me la sono presa comoda, tanto che nel 1982 é ben che uscita la IV Edizione.Immaginavo che l’attesa Nuova Berti fosse già in lettura da migliaia d’alpinisti, e che mi portassero via “la prima salita della via normale” alla Pitacco; ma lo stesso nel corso della stagione non riuscì darmi la carica giusta, e preferì altre Montagne.C’era stata nel mese d’ottobre una precipitazione nevosa, ma era anche seguito un periodo di bel tempo; e perché non tentare la salita per le Feste dei primi di novembre?
Così, e senza aver fatto almeno un giro esplorativo e di conoscenza, decisi di salirla per una via non difficile sulla parete Nord che inizia dalla Forcella del Frate; e così noi una volta in Cima, nella discesa sull’altro versante troveremo la facile via dei primi salitori; due piccioni con una fava, per l’appunto.

Cima Pitacco nuova quota 2324 m

Mi sentivo fiero per quello che volevo realizzare, e neanche farlo apposta quella mattina arrivammo al Passo della Mauria con la macchina A112 Elite nuova fiammante dell’amico Armando Cossutta e la moglie Rosanna.
Solo che anche se il Rifugio era aperto, intorno non c’era nessuno, e nell’interno del Bar solo il titolare che non dimostrò meraviglia, e nemmeno ci chiese dove mai andassimo.Il sentiero, all’inizio strada bianca con casa cantoniera, ci diede il benvenuto, e via senza possibilità di sbagliare, e così anche all’incrocio con un altro a destra che s’inerpica sulla costa di fitti mughi, e che ci porgevano i rami per aiutarci a salire fino sulla soglia del Vallò dei Cadorini; e da dove vedemmo per la prima volta la nostra Montagna.

 - Orpo!  Sì perché non c’è l’aspettavamo così severa, e anche la neve contribuiva ad accentuarla.
Capimmo subito che avevamo sbagliato la stagione, ma ormai eravamo là, e così ci ponemmo di raggiungere la Forcella del Frate m 2100.

 Il sentiero negli anni è stato modificato per altre esigenze, invece l’originale, ma forse era solo una buona traccia, girava a destra sul pendio erboso evitando le congerie, e arrivava sul pascolo con massi sparsi sottostante la Cima Pitacco per puntare poi alla Forcella.

  All’inizio del canale per la Forcella del Frate fummo anche favoriti da una marcata traccia di camosci sul lato a valle del ghiaione.

 

 Ben presto questa si sperse nel mobile detrito nel ripido canale, e sotto lo sguardo vigile del Frate arrivammo alla Forcella che era tutta innevata. 

  Solo che la Forcella è anche un belvedere sulle Dolomiti conosciute, ma anche su quelle di fronte che non conoscevamo, e che non mi lasciarono certo indifferente.
La parete incombente sulla Forcella ci nascondeva le cenge innevate, e così e una volta ristorati decidemmo di fare la facile salita; e per farla io avevo portato solo la corda di 35 m, un paio di moschettoni e dei cordini.

 Non ci ponemmo altri problemi, solo che i tiri di corda saranno corti; e legatomi alla metà iniziai la traversata sotto la detta parete fino a trovare la parte facile intervallata da cenge qui tutte coperte di neve.

 La giornata fredda la teneva compattata e ciò mi garantiva la tenuta dei piedi negli innalzamenti da cengia a cengia. 

 Necessariamente cercavo con traversi dove abbondava per far terrazzino, e dovetti farlo spesso per la poca corda a disposizione. 

  Progredimmo lenti, sicuri e tranquilli su quella parete che vista dall’alto pareva tutta di neve.

  Così qualche volta a destra e lo stesso a sinistra, mentre i Monti intorno prendevano i colori dell’ormai prossimo tramonto.

  Arrivammo invece sulla cima di una struttura a campanile ben staccata dalla parete della Cima Pitacco, e dove, anche se coperto dalla neve,s’intuiva un piccolo ometto: 31 ottobre 1982.

 Lassù perdemmo solo il tempo per le fotografie; e in discesa seguimmo una corta cresta che più sotto si salda alla detta parete arginando una buona piazzola tra opposti canaloni.
Parete che vedemmo difficile, e che volendola salire avremmo dovuto cercare per dove. Solo che non c’è più tempo, ci ammonivano i colori del tramontato; e tornammo sull’argine della piazzola prima raggiunto.
Scendemmo un breve tratto perché c’è un salto. Era ormai buio, e solo il suo fondo innevato ci aiutò a valutarlo sui dieci metri. Assicurato con la corda, in arrampicata scese per primo Armando che portatosi sulla parete a valle trovò appigli per scendere nel fondo del canalone.
Lo stesso percorso lo seguì Rosanna assicurata alla corda, e il sottoscritto che aveva intuito per dove erano discesi su quella parete.  Intanto era sorta la luna, e da un bel pezzo perché la vedemmo alta in cielo.
La sua luce non arrivava ancora nel canalone, ma il chiarore era più che sufficiente; e iniziammo a scendere, e con cautela per il pericolo di qualche possibile salto.
Solo un tratto; poi il canalone iniziò ad aprirsi e vedemmo la sua bianca superficie uniforme fino a diventare un tutt’uno con la neve del vasto canalone alla base della parete.
– Xe fata!   Ci liberammo della tensione accumulata con una bella e sicura corsa.          Una volta fuori, tra un boccone e l’altro, fu fatto subito il punto della situazione, e che non ci preoccupò minimamente perché la luna illuminava a giorno l’indescrivibile scenario del Vallò, e dove nelle congerie risaltava la vasta e quasi circolare superficie innevata di un enorme masso; un ottimo punto di riferimento!
Fu proprio così, e non mancammo il sentiero sui ripidi verdi … ed entrammo nell’affollato Bar del Rifugio per concederci un caldo ristoro destando tra i presenti anche un poco di curiosità considerando l’ora tarda.

Ritorno

A distanza di anni mi prese il desiderio di fare in salita quella discesa fatta in quel giorno; e nell’estate del 1998 era così pressante, che un giorno decisi di calmarlo.
Ormai ero di casa al Passo della Mauria, ed ero anche riuscito a dialogare, poco per la verità perché lui non conosceva quelle Montagne, con il taciturno proprietario del Bar; meglio invece con la gentile cognata che veniva ad aiutarlo nei mesi di luglio e agosto.
Il solito cappuccino grande, e via.
Solo che là in alto la vecchia traccia per la Forcella del Frate è ormai coperta dalla vegetazione, e necessariamente tenni il sentiero fino al masso enorme delle congerie e dove ero uso a fare la sosta; e così anche quel giorno.
Dalla sosta il percorso per il pascolo con massi sparsi sotto la Cima Pitacco o la Forcella del Frate, metro più, metro meno e lineare, e richiede buone gambe.
Lo stesso vale anche per salire il ghiaione sovrastato dalla Torre Tullio D’Andrea a guardia dello sbocco del canalone fatto nella discesa.                                                                                                                                            Solo che quel giorno non lo raggiunsi perché prima variai per facili rocce gradinate e poi rimontarlo.
Mi aspettavo di trovarlo ingombro di massi, invece é coperto da medio e piccolo detrito dove procedevo con santa pazienza un passo avanti, e due indietro.                        Prima di arrivare sotto la nostra parete, osservai una buona traccia di colatoio che m’invitava a salirla; ma proseguì oltre ligio al mio programma.
Valutai invece difficile il superamento della nostra?
Sì, ma noi siamo pur scesi nel buio.                                                                                  Una volta sotto la larga fessura tra questa e l’ostruzione strapiombante che sostiene il pianoro detritico e che ci consentì di scendere per poi passare sulla parete, al contrario mi sembrò rischioso, e scesi alla base.
Assopito l’orgoglio di riprovare, raggiunsi subito sotto la traccia di colatoio o di larga fessura che avevo considerato ottimo per la salita.
Fu proprio così, e senza nessun rischio incrociai la conosciuta cresta che mi portò in Cima: 18 luglio 1998.In discesa rifeci lo stesso percorso: meritava.