Gruppo del Sorapiss

Trieste, 1 maggio 2011

Nel Gruppo del Sorapiss

Una sera di fine stagione nei primi anni del 1980, nella Sede della XXX Ottobre, fra gli amici del Gruppo Rocciatori, c’era anche Gino Buscaini; e se anche per stima della Sezione e amicizia con tanti di noi si era anche fatto nostro socio, quella volta era venuto in visita con uno scopo ben preciso, e tanto che se ben ricordo, non era venuta la sua compagna Silvia Metzeltin.
Così, e dopo i convenevoli saluti, c’informò che aveva intenzione di pubblicare un Libro sulle vie aperte di recente nelle Dolomiti Orientali (di queste gran parte non presenti nelle Guide in uso) e sulle vie classiche per farle conoscere agli alpinisti d’oltralpe, e ci chiese anche che l’aiutassimo prestandoli solo le fotografie dei Monti e pareti dove si svolgono queste vie; al resto ci pensava lui.
Non mi ricordo in che modo e quando gli diedi le fotografie per il Gruppo Popera – Cima Undici; e lo stesso come state restituite dopo vari mesi o anno.                                  Quell’episodio non lo ricordavo ormai più, ma un giorno ricevetti stupito un pacco dalla Francia?

Conteneva il Suo libro, e me lo inviava per sdebitarsi del mio aiuto.

Solo che nel centinaio di salite pubblicate con relazioni e fotografie, la dentro c’è anche quella della Punta di Sorapiss.
Così sfoglia oggi, e sfoglia domani, era inevitabile che mi fermassi sempre con più interesse su quella fotografia; sì perché tra le Montagne e pareti su questa, quella che a me interessava di più era la vasta parete dei Monti della Caccia Grande; e naturale è stato anche che il desiderio di salirla, e per quella parete che avevo davanti perché come la prima volta che mi fermai ad osservarla nel 1959, era ancora da salire.

Monti della Caccia Grande 3004 m

Ormai la conoscevo a memoria, e quel nevaio incastonato nel centro della parete, ricordando quello del Monte Eigher, lo chiamavo “il Ragno”, anche perché sulla linea della via logica che vedevo per il canalone centrale.
Logico era anche iniziare la salita sulla destra idrografica del canalone dove la parete è meno verticale ed interrotta da cenge.
Un giorno dell’estate del 1986 l’avrò proposta al mio amico Rinaldo Sturm e che l’avrà accettata, perché mi ricordo che dopo l’incontro ero spesso a studiarmi la fotografia della parete, e tanto che un giorno mi accorsi che potevamo iniziare la salita quasi allo sbocco del canale, e per un canalino obliquo, e traversatolo, continuare dritti sullo spigolo del bordo. – Orpo, e perché no lo go mai visto prima?

                                                              La salita

Entrammo nel Rif. San Marco m. 1823 con l’ultimo sole, e come previsto, era il sabato, non c’era posto per dormire. Solo che la Gestrice, scusandosi, ci chiese se volevamo dormire nella dependance.
Non esultammo con salti di gioia, ma per noi era il massimo perché così potevamo alzarci al primo chiarore senza disturbare e andare via alla chetichella; e con tutta probabilità quella sera non arrivò più nessuno perché restammo i soli.

Arrivammo nei pressi della Forcella Grande che era già l’aurora di una mattina senza una nuvola; e io impaziente di verificare quanto visto nella fotografia prima di dirlo all’amico, ma il marcato controluce mi era d’ostacolo.

Arrivò anche il momento per questo ed eravamo ormai ben oltre la Torre dei Sabbioni e per affacciarci sul Fond de Rusecco.

Avevo visto bene nella fotografia; e d’accordo, e senza deviazioni e perdendo quota, proseguimmo in quella direzione con la nostra parete di fronte.
Così, e durante l’avvicinamento, occupammo il tempo per studiare il possibile nuovo itinerario, e tanto che, cicola e ciacola, giungemmo sulla vasta cengia alla base della parete ancora con i nasi all’insù.
No, non ci conveniva dopo il canalino obliquo continuare la salita per l’orrido canale, ma passare a sinistra sulla parete a placche o sullo spigolo che lo delimita.

Detto e fatto, e andammo a fare la sosta e a prepararci proprio all’inizio del canalino che è anche un belvedere.

Attaccammo il canalino, e come lo fa spesso, l’amico esibì subito le sue capacità atletiche, e ci riunimmo nell’incontro con il canale per avere la coscienza a posto.
Sì, anche l’occhio vuole la sua parte, meglio le placche di roccia levigata e sullo spigolo (de marmo); e girammo il bordo del canale.
Bastava traversare ancora a destra e saremmo saliti con facilità; invece Rinaldo preferì lo spigolo; e allora concordammo sulla lunghezza dei tiri di corda e sui terrazzini.

Riprendemmo a salire, ma non sempre sullo spigolo per aggirare i tratti difficili, alternando così gli spettacoli del canalone con il “Ragno” e della Forcella Antelao esaltata dal cielo blu. (nome proposto da S. Casara).

La in alto lo spigolo si assottiglia a facile cresta, e da dove Rinaldo m’informò che ci sono resti di frutta che qualcuno a lasciato nella sosta. Forse che si, forse che no, e conclusi che potevano essere anche stati portati dai gracchi.

Intanto eravamo entrati nello slargo del canalone dove non trovammo traccia o segno di passaggio, e tutto fu dimenticato anche perché vedemmo più possibilità per salire.
Rinaldo, con tono scherzoso, la buttò di traversare lo slargo per il “Ragno” e seguire sotto la strapiombante parete una bella cengia che gli faceva l’occhiolino; e via per accontentarlo.
La percorremmo però solo un tratto perché, cicola e ciacola, anche che quel versante mi era sconosciuto, tanto che potevamo non passare?
Saggiamente tornammo sui nostri passi e con i nasi all’insù valutammo invece cosa fare oltre lo sbarramento a semicerchio soprastante il “Ragno”.
Le altre possibilità sono i due canali che delimitano la parete centrale caratterizzata nella parte alta da strutture a quinta.

Noi decidemmo per il canale interno che è il più diretto, anche se quello esterno pareva facile.                                                                                                                             Contornammo così il salto di parete fino a trovare un tratto scalabile, e a seguire per una breve e difficile parete.

Solo che la sopra la roccia è tutta lavorata ed erosa dall’acqua e gelo; e tanto che senza difficoltà entrammo nel detto canale, e dove sul fondo c’è un marcato canalino gradinato alimentato dall’acqua della colata nera incombente.

Sembrava tutto facile e risolto; invece le pareti a lato man mano si avvicinano e sono verticali e levigate; e Rinaldo che cercava di passare a sinistra per evitare la parete nera percorsa da un velo d’acqua.

Niente da fare; dovremmo passare a destra.
- Tien ben che vado. Non era difficile, solo che la parete è liscia e senza fessure per mettere un chiodo di sicurezza. Improvviso un grido di speranza. Sì, c’è un gradino, non più largo di una mano che traversa la colata nera; e la lui si fermò sul tratto asciutto a far terrazzino, e senza poter mettere un chiodo.Non furono certo necessarie le sue raccomandazioni di stare attento, e lo raggiunsi.
E’ proprio così, e su quel velo d’acqua che scorreva pareva che le Vibram non avrebbero fatto presa. Cambiammo le posizioni di sicura della corda a spalla con giochi d’equilibrio, e iniziò la traversata.
Furono lenti i primi passi con le mani appoggiate sulla colata, ma bastarono per assicurargli la tenuta delle Vibram e fugare ogni suggestione; e oltre c’è anche la possibilità per far un comodo terrazzino.

Riprendemmo a salire senza un percorso obbligato e così fin sotto una parete verticale e a destra un’altra colata nera; e che la traversammo per un gradino quasi di corsa.                                                                                                                          Continuammo sempre così, poi valutammo di portarci a sinistra dove la cresta semi circolare é più bassa, e che la raggiungemmo per uno stretto camino; qui friabile ed esile.

La scelta non conveniva, e la dovemmo seguire anche scendendo in un intaglio per poi salire sulla vasta Cima: 9 agosto 1986.

Trovammo costruita una buona base dell’ometto, e che noi provvedemmo ad elevare, ma non ricordo se c’era il Libro Vetta o altri contenitori con biglietti.                              Necessariamente la sosta fu breve perché sulla Berti la Via di salita è solo indicativa; e noi pertanto dovremmo cercare la discesa.

 

Così una volta ristorati, e dopo le fotografie del vasto panorama che ci consentiranno di guardarlo a casa, iniziammo a seguire la cresta in direzione della Forcella Caccia Grande che ben presto l’abbandonammo per scendere in uno slargo dove si formano più canali.
Allora lavorammo di meningi; e alla fine, e dopo aver considerato che la parte alta del canalone alla base della parete che non vedevamo, è con neve ripida e ghiacciata, decidemmo di seguire quello più esterno.

Detto e fatto; solo che ben presto questo si verticalizza aprendosi nel vuoto, e dovemmo passare a destra in un altro che punta sulla Torre dei Sabbioni; e che non è stato l’ultimo, e così fino a trovare una larga fessura nella parete compatta e liscia che arriva sulle ghiaie sottostanti la neve.
Meglio di così, e anche veloci.Scendemmo lentamente sottostanti pareti verticali, lisce ed impercorribili; poi la sotto girammo la loro base e traversammo il Fond de Risecco in leggera salita fino al sentiero.

Solo una pausa per osservare la nostra parete, anche se minacciati dal possibile temporale:meritava.                                                                                                                             Una volta a casa inviai alle Alpi Venete la relazione e la fotografia con il tracciato della salita.

Un giorno degli ultimi mesi dell’anno 1987, levai dalla cassetta della posta Le Alpi Venete in veste editoriale nuova.

Solo che lo stupore per la novità durò ben poco perché nella Rubrica Nuove Ascensioni Sulle Dolomiti, alla voce Sorapiss, ci sono due Relazioni di salita, e sulla fotografia che ho inviato, anche i due tracciati; solo che quella di Dante Colli è datata 21 agosto 1986.                                                                                                                                          Allora i resti di frutta trovati non sono suoi; oppure era già passato sulla parete per una ricognizione?                                                                                                                          Vado a memoria, e non sono certo sul nome, ma potrebbe essere stato anche lui perché in quelli anni era assiduo con gli scritti sulla Rivista; è potrebbe essere suo quello che uno racconta di voler salire tutti i 3000 delle Dolomiti; per l’appunto.