All’amico Bruno Crepaz

Trieste, 1 marzo 2011

 

                                      Pale di San Martino – Cima del Coro 2670 m

Convegno Estivo Gruppo Rocciatori della XXX Ottobre

Trieste 9/10 ottobre 1971

  

                                              Monte Popera – Cima Undici  

Bruno Crepaz (in camicia bianca) caduto il 18 ottobre 1982 nella discesa del Monte Lantang Lirung – Himalaja – Nepal, e l’amico Nino Corsi.

 Una cosa bella dell’Alpinismo è che noi possiamo dedicare alle Cime dei Monti il nome dei Nostri Caduti.

Camillo Berti.

                                                Monte Giralba di Sopra  

      Non mi ricordo se già al Rif. Carducci dopo la riuscita salita della Cima Pezzios Sud o il martedì successivo in Sede che l’amico Sturm Rinaldo mi chiese d’andare a salire quel Pilastro perché voleva dedicarlo all’amico.Mi ricordo invece che rimasi sorpreso perché non me lo aspettavo, tanto che gli chiesi se lo conosceva bene, e questo perché il Crepaz in quelli anni era sempre impegnato nelle varie attività del C.A.I. tanto da vederlo poco.  Lui mi rispose solo di sì, e che per me è stato più che sufficiente.  Certamente Rinaldo avrà visto la struttura rocciosa per la prima volta durante quella salita, e anche avremmo parlato per una possibile meta. Solo che non me l’aspettavo già in quella stagione, e dovetti da subito programmare la salita su quella struttura rocciosa che ben conoscevo da tanti anni.

 Solo che per quella salita mi restava ben poco da programmare perché l’avevamo già tracciata quella mattina con agli amici Franco Janovitz e Walter Romano durante la pausa fatta sulla Cengia Gabriella mentre andavamo a tentare il Pilastro Sud–Est del Monte Popera (racconto presente nel blog); ed in seguito tutto confermato dalle fotografie scattate in più occasioni.Pertanto da subito era stato evidente che il marcato camino sulla metà superiore della gialla muraglia è l’unica possibilità per salire in cima, meno evidente era per dove raggiungerlo, ma a noi quel giorno non interessava.  Nel tempo, e grazie alle fotografie scattate, anche questo problema mi pareva risolto; dovevamo solo superare la parete alla base, e la serie di rampe raggiungere e poi salire il canalone sottostante la parete e la quinta che si stacca a destra per incrociarlo; tanto da essere convinto.

    Programmammo invece il pernottamento al Rif. Carducci, e per la Val Giralba anche se la salita é più lunga; e così quel giorno vi arrivammo con il tramonto.  Era di sabato, ma non trovammo tanti alpinisti, e così siamo stati avvicinati dal gestore Pietro Vecellio Salto che ci ricordava per la nostra sosta fatta dopo la salita alla Cima Pezzios Sud; poi cicola e circola, è saltata fuori la salita sul Pilastro d’Angolo della Giralba Alta che ho fatto con Roberto Priolo. (racconto presente nel blog)  Sì, anche lui è salito recentemente credendolo non salito, ma sulla parete che guarda il Rifugio; e in Cima ha trovato il contenitore di pellicole con il nostro biglietto. Fui contento della notizia del contenitore perché quel giorno lo coprì solo con uno strato di medio detrito, non c’era altro, e quando pensavo a quella Cima mi chiedevo se l’avrebbe protetto nel tempo. Poi ci mostrò delle foto in formato grande di tutte le pareti che contornano il Rifugio come ad incitarci a salirle, e forse con lui. Era giovane e non gli mancava certo l’entusiasmo.

                                                              Il tentativo

Il ricordo ritorna che stiamo arrancando per il faticoso canalone della Forc. Giralba Alta, e che improvvisamente decidemmo d’iniziare la salita ben prima della base del nostro pilastro per attaccare quella a lato. Capimmo ben presto dello sbaglio e speravamo di rientrare portarci verso destra, ma le difficoltà non lo permettevano e così arrivammo su una cresta che va per conto suo; niente da fare.   Non fummo attenti o è stata una svista? Mistero; e non ci restò che scendere con le pive nel sacco. Era tardi per iniziare la salita dove era ben evidente; e non ci restò che ritornare in Rifugio. Solo che durante la discesa mi è venuto il ricordo d’aver trovato delle difficoltà lungo la salita della normale alla Giralba Alta, e non solo per la nebbia; ero il Capo Gita e nei primi anni del 1960.- Rinaldo, e se andassimo a veder?   Così al bivio, invece di portarci in Rifugio, abbiamo continuato per Forcella Giralba, e siamo saliti sulla Cima e senza difficoltà; ma quel giorno non c’era una nuvola in cielo e per arrivarci è bastato seguire una buona traccia; 28 luglio 1983. Certo che ci bruciava lo sbaglio fatto e non ci andava di ritornare chi sa quando anche perché l’avevamo raccontato al Gestore; e non si sa mai.  La Domenica 8 agosto ero già impegnato con la mia Heydy e un amico di famiglia per la salita alla Cima Cadin NE per la Ferrata Merlone – Ceria; quindi niente. Per il Ferragosto, e come da Contratto di Lavoro, io disponevo di due giorni festivi, e così già nella discesa mettemmo in programma il tentativo per quei giorni.  La Gita alla Cima Cadin NE, in una giornata senza una nuvola, fu effettuata; e questa mi garantì la scappatella proprio per il Ferragosto.

    Questa volta invece per la Val Fiscalina perché con noi c’è anche la Barbara come turista, e con tutta probabilità saremmo anche partiti a metà mattina per non darci furia; tanto che ci concedemmo anche una buona sosta al Rif. Zsigmondy – Comici.  Era la vigilia del Ferragosto, e al Rifugio Carducci quella sera trovammo tanta gente, e pertanto il Gestore occupato.   - Sì, siamo tornati per il tentativo. – Bene, ci sentiamo domani.   Non sarà stato proprio così, ma quella sera aveva proprio da fare; tanto che noi tre pernottammo sul pavimento.

    Siamo arrivati alla base della parete e per gradoni ci portammo sotto il corto e largo spacco che è e l’unica possibilità per iniziare la salita, e lì anche ci demmo de mona vedendo lo sbaglio fatto l’altra volta.

 Intanto e sotto lo sguardo vigile delle Pezzios ci mettemmo in assetto d’arrampicata e con tutta la feraza per affrontare le possibili difficoltà.

 Eravamo tanto decisi che Rinaldo mi mostrò subito la sua preparazione atletica per montare sui massi che ostruiscono la strettoia dello spacco.

 Così fino sotto la parete verticale giallo-nera che traversammo fino a rocce lavorate a rampa dall’acqua che portano proprio sul corto ghiaione sottostante gli strapiombi della parete principale.

 A lato lo sbocco del detto canalone e la caratteristica quinta staccata.                          Constatato che sopra le nostre teste é lo stesso che visto sulle fotografie, restava confermata la salita del detto canalone per raggiungere il camino.Solo un breve tratto, poi Rinaldo preferì salire la parete e montare sullo spigolo della quinta fino a vederlo.     -Tullio, el camin no riva nel canal, e per entrarghe xe tropo difficile.
Attimi di disperazione; e non gli restò che scendere.

 Una volta riuniti guardammo la parete strapiombante incombente che porta al camino. Rinaldo non voleva tentarla, ma non rifiutò il mio incoraggiamento.
S’innalzò fino sotto lo strapiombo e mise un chiodo per sicurezza e sostare. Era difficile e si doveva chiodare per proseguire; non era convinto, e per zittire i miei incoraggiamenti tagliò corto: – No semo venudi per far sesto!  Così sullo strapiombo è rimasto il chiodo. Solo che durante il tentativo. io anche cercavo altre possibilità per continuare la salita e …Sì, più avanti e al termine della parete giallo/nera incombente c’è un piccolo ghiaione sospeso alimentato dalla fascia di cenge in salita alla base della successiva parete.
Non che fossimo convinti da quello che vedemmo, ma avevamo tempo e tanto valeva provare..
Avevamo preso l’impegno per l’amico, e con quello spirito lo raggiungemmo. Poi Rinaldo seguì la facile rampa di cenge rotte con cautela, ma non trovava la possibilità per salire direttamente tanto che arrivò al termine dell’ultima cengia e il limite della parete; poi il vuoto.  Non perdemmo certo la speranza, e una volta raggiuntolo guardammo la sotto e a lato, e dove su quella parete di roccia grigia Rinaldo decise d’andare a vedere se si poteva continuare la salita.

 Tien ben che vado. Così scese alcuni metri nell’ignoto, traversò oltre lo spigolo dove entro in u -n colatoio; e m’informò che continuava per tutto il tiro di corda perché la roccia del colatoio e solida e ricca d’appigli. Con la corda dall’alto per me fu tutto facile, e una volta raggiuntolo continuai la salita nel colatoio. Solo che questo si appiattisce e ci allontana dal camino.Ferma tutto; e attesi Rinaldo per fare il punto. Per quello che vedemmo sopra era impossibile proseguire da quel lato di parete, e pertanto dovevamo rientrare a destra per prendere il nostro il camino. Detto e fatto, e fu proprio così. Rinaldo allora abbandonò il colatoio per la parete a lato, e continuo poggiando a destra per una parete arrotondata di roccia chiara e compatta che tende a diventare spigolo, e così fino sotto lo strapiombo, e da dove m’ informò che eravamo saliti più del necessario e si doveva traversare prima.Era vero; ora dovevamo scendere sotto lo strapiombo. Su quella roccia la prima parte della discesa fu facile; poi la parete e verticale, e Rinaldo mise un chiodo per assicurare la mia discesa, e raggiunse un precario terrazzino con pilastrino sottostante lo sbocco del nostro camino.  Alla notizia non credo d’aver esclamato xe fata, ma migliorò il morale e la voglia di cimentarsi.

 Prendemmo solo il tempo per sistemare la corda e la feraza che Rinaldo era già impegnato sotto uno strapiombo. Un chiodo per sicurezza ed era sopra e in uno stretto diedro levigato dall’acqua. Un altro chiodo, e si fermò a far terrazzino sul ripiano erboso (un tappeto) alla base del camino.

 Camino dalle pareti levigate, e così ci accordammo che lui non salirà tutta la corda, ma farà terrazzino appena lui trova la convenienza.

 Intanto arrivò la nebbia; e così vedevamo sotto solo una parte della salita fatta e così anche quella ancora da salire, e accentuando la sensazione dell’ignoto.

  Già all’inizio Rinaldo dovette arrampicare sulle rocce del fondo; più avanti il camino diventa stretto, e proseguimmo allora in bella spaccata e anche per superare alcune strozzature all’esterno e così fin sopra i massi incastrati che l’ostruiscono.  Nel camino abbiamo lasciato i chiodi dei terrazzini.

 Qui il camino si biforca e la roccia è tutta frantumata.Seguimmo allora quello esterno per la roccia migliore, ma dovemmo anche aggirare a destra un tratto franoso per poi riprenderlo, e giungemmo così sulle cenge intervallate da corte pareti che ci potarono sul vasto pianoro del Monte Giralba Alta.

 Sul punto più alto costruimmo l’ometto: 5 agosto 1983: Punta Bruno Crepaz.

  Non proseguimmo poi fino in Cima perché dovevamo ritornare in Rifugio dove oltre a Barbara, c’era tutto quello che non serviva per la salita.

  Poi non fu proprio così perché dalla Forcella Giralba lui proseguì alleggerito, mentre io restai a far compagnia alle corde e alla feraza.

 A distanza di tanti anni, e come la prima volta ero rimasto solo; ed ebbi tutto il tempo per riguardare la parete della Croda che ancora “mulo” mi trattenne lì davanti dal sorgere del giorno perché potessi conoscerla, e tanto da prometterle che la salirò la prima volta solo per quella parete. (racconto presente nel blog)

 Arrivarono gli amici, e anche l’allegria perché riordinammo il materiale nei sacchi tra battute di spirito e prese in giro.

 In discesa le Montagne completarono il resto.