Popera – Cima Undici

                                                                                             Trieste, 1 gennaio 2011

    Cima Popera 2964 m

Quella salita sì, e che ricordavo tanto bene anche se l’avevamo percorsa in discesa e nella nebbia; e sempre sperando che la neve sul ripido pendio sotto la Forcella Stallata fosse assestata; poi la salita sulla parete verticale soprastante che dovrebbe essere pulita dalla neve e così poter raggiungere la cengia che si sviluppa sotto l’Anticima, e per questa l’intaglio con la Principale. Restava la parte sconosciuta, ma per quanto letto sulla Berti non ci sarebbero grandi difficoltà.
Mi ero ben caricato d’entusiasmo in quel tratto di sentiero, e così lo raggiunsi o l’aspettai, e una volta insieme gli raccontai della meta che potevamo programmare per il prossimo inverno; e anche la certezza di riuscire perché io ricordavo bene la via trovata quella volta per scendere dalla Montagna.
L’amico Rinaldo si fidava di me, e così nell’ultima parte della discesa non parlammo d’altro. Così, cicola e ciacola, e che siamo appena all’inizio dell’inverno e le condizioni della neve sono ottime … e perché non tentarla già in questo?                                   Già,sembrava così facile; solo che una volta entrati nella vita giornaliera c’erano sempre degli imprevisti che non ci permettevano contemporaneamente la libertà nei due giorni del fine settimana necessari; e a forza di rimandare eravamo giunti ormai alla fine dell’inverno.
Inverno che con quelle condizioni di neve noi non l’avremmo più avuto, e finalmente sabato 18 marzo, a metà mattino, posteggiammo la macchina davanti alla Casa dei Preti o Frati.

Era proprio vero, un inverno così non l’avremmo mai trovato perché mancava la neve, e per l’arrivo di una perturbazione atlantica, prevista dal Colonnello di turno, anche l’aria era calda. Ci rendemmo conto che stavamo blefando, ma non ci andava di rinunciare; ormai che eravamo lì, anche perché non siamo venuti per gli altri, ci dicemmo; e via.
Non ci sono ricordi lungo il sentiero, e così fino alla fine del ripido tratto dopo aver superato la Val Bastioi e dove trovammo la neve.

Solo che il sentiero, la in alto, è anche un belvedere sulla Val Giralba Alta e da dove facevano mostra di se le Cime Pezzios, e proprio alla nostra altezza.Provai rimorso perché l’avevo dimenticate dopo la riuscita salita della Cima Nord con Roberto Priolo (racconto presente nel blog), e che la potevo ben vedere sull’altro versante in Val Giralba Alta.
La Cima Sud, e che è stata la prima che vidi e che osservai con il suo strato roccioso strapiombante a formare la Vetta; e che dopo tanti anni quella parete è ancora da salire.

La guardavo; lei non si era dimenticata di me, e la neve rimasta sulla parete m’indicava la possibilità e per dove, e che io fotografai di nuovo e prima che il Pilastro del Giralba la coprisse.
- Tullio andemo che la xe ancora longa.                                                                         Riprendemmo a salire, ma senza darci furia per goderci man mano lo scenario dell’Alta Val Stallata.

Siamo entrati nell’ombra e sentiamo freddo, ma il salto sotto il Cadin è ancora al sole e sulla parete scorre l’acqua.

Solo che quando ci trovammo la sotto trovammo anche il limite dell’ombra montante; e che cercammo di battere in velocità.

Eravamo troppo lenti per lei, anche con l’aiuto dei cavi, e l’ambra era già ben oltre tanto che l’acqua s’era ghiacciata e dovemmo prestare attenzione per non dover mettere i ramponi.

Invece la sopra trovammo la neve ancora molle che fece sbuffare l’amico che sprofondava oltre i ginocchi; ma per nostra fortuna il Bivacco Battaglion Cadore è vicino.

La dentro l’amico m’informò di non sentirsi tanto bene, e così e dopo la foto ricordo, chiudemmo la porta per trattenere il calore nell’interno, e alla luce delle candele preparammo le due brande per la notte, e ci concedemmo intanto un pisolino ristoratore.La cura fu miracolosa, e oltre a star bene aveva anche una gran fame.       Fame che con tutta probabilità deve essere stata la causa del suo malessere, tanto che una volta riempito lo stomaco gli tornò il buon umore che allontanò la possibile rinuncia della salita.
E poi mangiando, bevendo e cantando allegramente dormire si và, dormire si và.
Non fu proprio come recita una nostra canzone perché non portavamo mai alcolici, ma allegri sì e ben determinati.
Per quella Gita avevo portato io l’orologio perché ricordo che quella mattina e prima d’uscire dal Bivacco, non considerandolo necessario, l’infilai al caldo nella pila delle coperte; e via.

Il cielo era leggermente coperto e non c’era un alito di vento; le previsioni erano esatte e ci augurammo che il tempo tenesse almeno per la salita perché anche la neve era nostra alleata e procedevamo regolari.

Il Monte Popera intanto era diventato di fuoco risaltando nel cielo blu scuro, e noi eravamo giunti sul ripido nevaio sottostante la Forcella Stallata e che, come nelle speranze, era tutto coperto dalla valanga ben rassodata.

Non esultammo, e non pronunciai xe fata, anche perché eravamo appena all’inizio, ma un aiuto simile faceva ben sperare;

tanto che ci trovammo in Forcella ancora pieni d’energia a studiare la parete verticale discesa in corda doppia, e che già quella volta l’avevo giudicata difficile; e prendemmo nei sacchi la corda e la feraza compresa.

Tirava aria in Forcella che gelava le mani, e Rinaldo superò quella parete e si portò poi sopra un risalto al sole a far terrazzino.

Poi con difficoltà decrescenti e per il piano inclinato ci portammo sotto i grandi gendarmi dell’anticima;

e da dove iniziammo la traversata lungo la cengia e a seguire i salti rocciosi da dove vedemmo l’intaglio tra le due Cime, e raggiuntolo finalmente vedemmo la parte sconosciuta della Cima che sul momento sembrava anche difficile.

Sarà stata l’impressione del momento; invece dall’intaglio montammo facilmente sulla cresta, e così fino in Vetta: 19 marzo 1983.                                                                     Faceva caldo e le nuvole coprivano e scoprivano le Montagne intorno.

La Cima Bagni in quel momento era la meno intanfanada ed era anche illuminata da un pallido sole tanto che c’illuse che potevamo allungare la sosta; anche questa si coprì e vedemmo anche la leggera precipitazione nevosa.

Ci augurammo allora che il maltempo arrivasse più tardi possibile, e iniziammo veloci la discesa seguendo il nostro tracciato. Sul tratto verticale liberammo il vecchio chiodo dal ghiaccio per la calata in doppia … ed entrammo in Bivacco.
Niente sosta; solo il tempo per mettere nei sacchi quello che non serviva per la salita perché avevamo già la mattina messo tutto in ordine, e via veloci per scendere la parete ferrata prima del possibile stratempo che incalzava correndoci dietro.
Una volta alla base della parete o anche più sotto, qualcuno chiese di sapere l’ora per regolarsi.
Solo allora mi ricordai che l’orologio è nel Bivacco infilato al caldo nella pila delle coperte; e non restò che buttala in rider.                                                                              Più sotto iniziò a cadere una pioggerellina che ci accompagnò fino al posteggio.