L’Alta Val d’Ambata d’inverno

Trieste, 1 dicembre 2010

La voce che sentì e che m’invitava a dedicarmi ad altre Montagne nell’ultima parte della discesa dalla Croda di Ligonto, e che io non volevo accettare, ben presto la ho ritenuta più un invito a portare a termine la salita invernale delle altre Montagne che si affacciano sulla Val d’Ambata; tanto che nell’inverno successivo e precisamente il giorno 7 gennaio 1982, con Rinaldo Sturm, e dopo aver pernottato al Bivacco C. Gera, siamo saliti sulla Croda di Tacco.Racconto presente nel blog.
Ormai noi due eravamo di casa in quella Valle e al Bivacco, e aspettavamo proprio l’inverno per tentare una sortita, condizioni di neve permettendo; così …

                                              Cima Grande di Padola 2623 m

Neanche che noi due avessimo fatto i sortilegi; sì perché anche all’inizio dell’inverno di quest’anno le condizioni della neve erano ottime dopo che si erano succedute delle normali precipitazioni nevose in autunno.                                                                        L’impegno ormai era fisso, e bastava una telefonata per il sabato che andasse bene a tutti due.

Così anche la meta, che dopo la riuscita salita sulla Croda di Tacco, non poteva che essere questa, e non solo perché il tratto iniziale è in comune, ma anche perché avevamo da subito scartata la salita della Croda da Campo che poteva essere troppo pericolosa per quel versante così poco esposto al sole e dove la neve dovrebbe mantenersi inconsistente per tutto l’inverno.

La giornata era meravigliosa, e poi con quella neve tanto da non lasciar ricordi di fatica e intoppi;

e così fino e oltre l’attendamento Darmstaedter dove decidemmo d’affrontare la strettoia al posto della risalita del dosso consigliabile d’inverno.

Così e dopo i primi passi dubbiosi nell’aspettare di sprofondare nella neve da un momento all’altro, constatato invece che la neve teneva esultammo felici: – Xe fata!

Così, passo dopo passo, entrammo nella strettoia in uno spettacolo alpino di luce e colori e passando poi tra i macigni senza impegno: indimenticabili quei momenti.

La dentro anche ricordammo le nostre ansie e fatiche dei precedenti tentativi; c’è lo siamo proprio meritato, concludemmo.

La neve anche più avanti teneva il nostro peso e così seguimmo a lungo il livellato fondovalle.Una volta entrati nell’ombra rimontammo il dosso alla ricerca del sole, e lassù vedemmo anche il Bivacco.

Per quanto progredissimo lentamente in tanto spettacolo, lo raggiungemmo che il sole era ancora alto, tanto che stendemmo le maglie ad asciugare.

Con il primo crepuscolo entrammo nel Bivacco lasciando la porta aperta perché il calore nel suo interno restava non essendo un alito di vento.

Dopo la solita spartana cenetta, scattammo alcune diapositive alla luce di più candele; ce ne portavamo sempre una buona riserva, anche perché la mia macchina fotografica non aveva il flash.
Buona notte, e sempre con una nuova candela accesa a farci compagnia.

                                                                    La salita

Alla prima luce dell’alba eravamo anche questa volta all’inizio della rampa d’attacco, tanto che non scattai nessuna foto; e così ho messo quella della salita alla Croda di Tacco riconoscibile per la presenza del cane.

Superata la rampa ed il successivo passaggio a destra, questa volta invece entrammo nel canalone perché volevamo raggiungere la Forcella di Padola per poi montare in cresta.

Solo che più avanti, la in alto, vedemmo la parete che la delimitata verticale, mentre alla nostra altezza c’erano campi di neve ripidi intervallati da corte pareti.

Ferma tutto; e decidemmo invece di salire per questi; e così aggirando di volta in volta l’ostacolo delle corte pareti fino su uno spiazzo quasi piano, e dove decidemmo di prendere una pausa.

Da lassù vedemmo le nostre orme nel canalone; poi solo dei tratti perché la sequenza dei salti di parete le copriva, tanto da sembrare d’aver superato una parete verticale con alla base l’Alto Cadin d’Ambata.

Riprendemmo la salita aggirando sempre corte pareti ma per brevi canali fino a che raggiungemmo la cresta in pieno sole.

Da lassù vedemmo anche la Cima, e che per arrivarci non c’era più nessun ostacolo perché la cresta arrotondata era solo di neve? Ci aspettavamo ben altro.

La in alto la solita scena che per la foto che lui alza la piccozza in segno di vittoria.
Dopo lo scatto lui completò la salita con gli ultimi passi … e
- Tullio, questa no xe la Cima; xe una più alta, e xe anche una cresta afilada per rivarghe.

Sì; e una volta raggiuntolo quasi di corsa la vidi; e sul momento mi sembrò anche impegnativo sia il percorso per la cresta che la parete finale; tanto da avvertire del timore.Discendemmo facilmente, e solo per montare sulla cresta prestammo attenzione nel superare l’intaglio alla saldatura; poi tutto il resto fu facile, e poi su quella neve.

Solo ancora un poco d’attenzione sulla parete finale, e ci fermammo sul punto più alto dell’affilata cresta della Cima: 12 gennaio 1983.

Solo che per sostare dovevamo fare una piazzola; e per battere la neve anche liberarci dalla corda di 55 metri per non averla tra i piedi. Poi nuovamente legarci e sistemare il materiale, tanto che decidemmo d’iniziare la discesa dopo le foto di rito; e via.               Nella discesa dall’anticima e lungo il percorso della cresta e ben dopo l’intaglio di saldatura, avevo osservato che calandoci per un corto canale potevamo scendere per neve evitando così di rifare il nostro percorso di salita.
Ci siamo; cicola e ciacola, e Rinaldo accettò quella possibilità.

Iniziammo la ripida discesa con il batticuore e in sicurezza con tiri di mezza corda, e dove su quella neve ben presto i timori finirono dandoci la speranza che tutta la discesa fosse così.

Più sotto la neve si fa ripida: - Qua soto devi esser un salto de parede!                             Ferma tutto, e iniziammo traversare verso valle. Solo che quel lato della montagna volge verso Ovest, e trovammo la neve molle che si apriva al nostro passaggio.
Così Rinaldo andò a far terrazzino presso un mezzo pilastro pulito dalla neve dove riuscì a mettere un chiodo. Lo raggiunsi con cautela, e continuai a scendere in traversata assecondando l’inclinazione della parete, e chiesi anche tutta la corda per raggiungere il fondo del canalone che vedevo subito sotto; e scese anche lui per darmi corda.
La dentro trovai neve compatta, e vidi lo sbocco vicino e oltre, in basso, l’Alto Cadin d’Ambata.
Rinaldo, xe fata!  Fu proprio così; e una volta fuori in quello spettacolo arrestammo la nostra corsa.

Avevamo tempo, e così decidemmo di scendere lentamente sottostanti la parete il più a lungo possibile
.Non mi ricordo se per la discesa dal Bivacco rifacemmo la nostra pista o preferimmo stare sul dosso per goderci l’ultimo sole di quella grande giornata.

Ricordo invece che con l’arrivo del primo crepuscolo e mentre noi man mano scendevamo nel bosco, perdemmo la nostra euforica loquacità e ben presto anche non ci parlammo più; e proseguimmo ognuno con i suoi pensieri.
I miei che le stagioni delle invernali che mi legavano ai Monti della Val d’Ambata erano finite; e adesso?
Così ricordavo la voce sentita alla fine dell’impresa alla Croda di Ligonto …
La discesa senza forzare è lunga, e questo malinconico rivangare nei i ricordi intanto era finito perché senza accorgermi già cercavo mentalmente altre possibilità, e sui Monti intorno; e all’appello, la Cima Popera mi ricordò che mi ero impegnato di raggiungere la sua Vetta mancata per il brutto tempo nel luglio del 1964; ma questa è un’altra storia presente, e nel blog.