Ultimo Ligonto

Trieste, 1 novembre 2010

                                Croda di Ligonto – Monte Rosa 2786 m

Una decina di giorni dopo la salita del Monte Sernio che mi aveva garantito l’ottima qualità della neve, non persi l’occasione, e arrivammo a meta mattino ad Auronzo.
Solo che non era il solito sabato perché questa volta, e anche in previsione dell’annunciato arrivo di una perturbazione, avevo anticipato il tentativo prendendo due giorni di ferie.
La strada continuava ben pulita dal ghiaccio, così decidemmo di proseguire e andar posteggiare la mia  Fiat 127 al deposito vini del Vecellio ai Prati Orsolina. Trovammo invece ghiacciata la sua strada, e ricordando quella volta che ero slittato con la mia 500, rinunciammo ad avventurarci per non rischiare di rovinare anche questa volta la Gita.
- E se la postegiasimo la de Armando?   Detto e fatto; solo che gli scuri erano ancora chiusi, e allora lo chiamammo perché volevamo prima il suo permesso.

Una volta aperti i serramenti e vedendoci, sorpreso esclamò: – Ah, siete voi.  Poi si scusò perché era ancora a letto, aveva il piumino blu sulle spalle, e che non stava bene e che fa molto freddo in quei giorni nella Valle.
Noi gli chiedemmo solo il permesso di posteggiare l’auto perché vogliamo tentare la Croda.
Non se l’aspettava; alzò lo sguardo osservandola perché è proprio la in alto e di fronte. Io in quel momento guardavo proprio la sua faccia enigmatica; e anche se lui cercò di dominarli, vi fu una lieve contrazione dei muscoli, e ci chiese solo quanti giorni staremo via, e che noi rispondemmo due.
Ci salutò, e scusandosi s’affrettò a chiudere la finestra perché faceva freddo.  Il nostro programma della Gita prevedeva il pernottamento nella Val di Dentro, e per questo avevamo con noi la tendina a mezzo cilindro di un amico di Rinaldo.

Lungo il sentiero, tra una ciacola e l’altra, io anche rivedevo tutte le possibilità per entrarvi evitando dopo la strettoia della Val d’Ambata.

Eravamo ancora distanti ed il sole illuminava tutta la parte alta della Valle; e dove sopra i Pascoli dell’Ambata, e subito sopra il bosco, il dosso coperto di mughi risaltava nel candore della coltre nevosa.

   Non cantai ancora vittoria, e non lo dissi a Rinaldo perché lo volevo prima raggiungere per sincerarmene, e poi insieme decidere di entrare nella mugheta.

  Fu proprio così, e senza raggiungere l’attendamento Darmstaedter entrammo e seguimmo i corridoi innevati tra i mughi.

Più sopra anche puliti dalla neve dove trovammo tracce di passaggio di camosci su una corta parete.

  I mughi erano più fitti, e ricordando quanto visto negli altri tentativi, poggiammo a sinistra per entrare nel canale che la delimita dalla verticale parete del Torrione; e lo trovammo pulito dalla neve e per un buon tratto tanto che ci consentì anche di prendere fiato.                                                                                                                                      Improvviso s’era alzato il vento, e sempre più forte che ben presto riempì lo spazio di pulviscolo di neve.
Noi intanto eravamo entrati nel solco della Val di Dentro ben innevato, e dove procedevamo con fatica; e più avanti vedemmo che anche sulla Croda c’era la tempesta di vento perché il pulviscolo di neve, ad intermittenza, nascondeva la sua Cima.

 Valutammo allora che fosse più conveniente fermarci e trovare un posto dove mettere la tendina. Sulla nostra destra una parete fa da bordo alla Valle, e ci potammo la sotto anche per essere al riparo del vento.

 La stendemmo sulla neve appiattita con gli scarponi tenendo stretti con le mani i legacci di un solo lato per prova, e la forza del vento la sollevò verso il cielo. Noi eravamo già dentro mezzi appisolati nonostante i rumori della tendina scossa dai colpi di vento quando notammo un improvviso il silenzio?

Aprimmo subito un tratto dell’entrata e guardammo fuori.                                               Vedemmo la Croda da Campo, proprio di fronte, con i colori freddi del tramonto esaltati dalla nitidezza dell’aria non più contaminata dal pulviscolo di neve a ricordarci che siamo in inverno; buona notte.
Non eravamo ciarlieri quella sera anche perché l’attesa non invogliava al dialogo, e ci abbandonammo al sonno.
Attesa che per me è stata lunga perché mi sono state sufficienti cinque/sei ore di riposo; ed inoltre, anche se io non volevo, ero sempre con il pensiero sulla salita. Faremo così, faremo colà, e sempre il timore per la traversata che causò la rinuncia a proseguire nel secondo tentativo; e saranno state tante di quelle volte “che non vedevo l’ora” di alzarmi per finirla.
Lunga è stata l’attesa, ma quando Rinaldo, che non ha problemi per dormire, iniziò a girarsi nel sacco, non persi l’occasione per parlare, e poco dopo decidemmo d’andare.

 Gli scarponi che stavano con noi nei sacchi erano sgelati e così non perdemmo tempo a calzarli, e una volta fuori prendemmo solo il tempo per sistemare quello che restava nella tendina, fissare già i ramponi ai piedi e ancora la foto ricordo; e via nella neve inconsistente del solco ripido della Valle; un passo avanti e due indietro cercando invano a destra e a sinistra neve un poco più consistente; e forse anche accendemmo le lampadine tascabili. Niente, e ben presto eravamo bianchi di neve.

  Il solco tende a poggiare e la neve prendere corpo; e quando uscimmo dal solco il sole dell’aurora illumina le montagne che racchiudono l’Alta Val di Dentro che così tutta innevata mi sembrava tanto più ampia.

 Sul falsopiano la neve ancora gelata facilitava il nostro procedere, e noi andammo anche ben oltre il punto dove s’inizia la salita per raggiungere la piccola Sella della via comune.

Iniziammo la salita; e aprivo sempre io la pista perché Rinaldo sprofondava troppo nella neve, e faceva tanta fatica che deviò per conto suo nella speranza … che non c’era.  Non ne poteva più, e allora io mi portai verso a destra dove mi sembrava che la neve fosse migliore.
Era vero perché quella parte è esposta al sole più tempo nella giornata, e pertanto con in freddo della notte si compatta; questo è stato il nostro convincimento.

La salimmo fin sotto la parete che stava per essere raggiunta dal sole; solo che il bordo era poco spesso e noi dovevamo rientrare a sinistra perdendo quota.
- E se … Si; tirammo fuori la corda per continuare in sicurezza per il pericolo del cedimento dell’orlo del pendio, e arrivammo sulla piccola Sella.

Eravamo stanchi, tanto che rinunciammo a slegarci e continuammo in cordata consentendo a turno di prendere fiato.

In quel tratto toccava a Rinaldo; e mentre sfilavo la corda io anche osservavo il pendio d’attraversare, e che nel secondo tentativo non affrontammo.
Non che quella mattina lo vedessimo sicuro, ma eravamo solo più determinati.

 Io speravo ancora di trovare una possibile variante e così guardai nuovamente anche quello che stava sopra. C’era l’invito della conosciuta corta parete arretrata, non in linea, che continua l’isolata che sovrasta proprio il pendio del traverso.
Solo che quella mattina presentava le sue cenge innevate, e dove sulla più marcata, noi due siamo passati in discesa dalla Cima Darmstaedter; e non scartammo certo quella possibilità portandoci la sotto.

 - Te va ti o vado mi; e senza difficoltà raggiunsi Rinaldo proprio sulla cengia con tetto conosciuta, e deve ci concedemmo una sana pausa per godercela.
Proprio ci voleva questa variante perché oltre ad evitare il traverso sulla mezza costa, il mio “cruzio” per tanto tempo, evita anche la salita d’uno dei due canaloni della via normale.

Così traversammo la marcata traccia della cengia che gira lo spigolo, dove gli vedemmo sotto di noi colmi di neve; e noi felici della scelta che ci ha risparmiato il più lungo giro e sicuramente tanta fatica.

Riprendemmo la salita tenendoci il più possibile vicino alla parete, anche tenendoci sugli appigli finche la neve teneva.

 Poi dovemmo passare nel canalone singolo che gli continua.

Per sicurezza e per non sprecare energie facevamo mezze lunghezze di corda alternandoci; non così nell’ultimo tratto dove Rinaldo sprofondava fino ai fianchi.

 Tutto altro sulle rocce gradinate per portarci sotto la parete finale, ed entrammo nel diedro pulito dalla neve e ghiaccio. Rinaldo era salito qualche metro che sentimmo arrivare il frastuono che credemmo dovuto al passaggio di un aereo a reazione.
Non lo vedemmo, ma arrivo invece una forte raffica di vento che si schiantò su quelle pareti come le volesse demolire. Solo pochi secondi e arrivò un’altra con la stessa forza e un’altra ancora. Per nostra fortuna non fummo colpiti perché al riparo nel diedro.

Una pausa, e seguirono delle altre in diminuzione di forza tanto che Rinaldo finì la salita del diedro.

 

Una volta raggiuntolo, noi subito c’imbacuccammo per difenderci dal vento freddo, e raggiungemmo la Cima: 22 gennaio 1981.   Dopo la fraterna stretta di mani solo silenzio; e non un alito di vento?
Mestizia, e io che speravo di sentire cantare gli angeli come Julius Kugy in Vetta al suo Montasio. Forse il vento impetuoso …
Erano trascorse da vari minuti le ore quindici e non volevamo perdere tempo.
Così restammo legati e senza toglierci i sacchi tanto che non mettemmo niente nello stomaco.  Rinaldo voleva già scendere. Io allora gli chiesi alcuni minuti perché mi stavo domandando se il mio entusiasmo per la Croda continuerà dopo la sua salita invernale.
- Tullio, andemo xe tardi.                                                                                                Scendemmo veloci sulle nostre orme; il diedro in sicurezza perché con i ramponi calzati, e veloci tutta la restante discesa del canalone principale e anche quello interno che prendemmo alla biforcazione, perché evitammo la parete della variante che avrebbe richiesto la corda con perdita di tempo.

 Siamo presto fuori dal canalone, e la Croda da Campo, nostra alleata, rifletteva ancora la luce del sole per aiutarci sulla mezza costa.
Eravamo sempre legati; e con cautela e fidandoci della neve compattata dal gelo traversammo il pendio e arrivammo al sicuro sotto la parete all’ultima luce del crepuscolo.

 L’amico riprese a scendere mentre io ero intento a guardare lo spettacolo dei Monti di fronte in controluce oramai fine crepuscolo.
Improvvisa sentì una voce che mi diceva di guardarlo bene perché é l’ultima volta; e che é giusto che io fermassi il mio entusiasmo per la Croda per dedicarlo alle altre Montagne; e io che ribattei no e più volte.
- Tullio, andemo xe tardi.
Dalla piccola Sella usammo ancora la corda perché il primo tratto era molto ripido.
Solo che sulla superficie trovammo uno strato di frammenti di ghiaccio caduti dall’alto, e che ci seguivano nella discesa con un melodioso fruscio andando a riempire le profonde orme appena lasciate.
Ormai la corda non serviva più, e una volta liberi, ognuno scelse la sua discesa e al chiarore della neve giungemmo alla tendina.
Tardi per tardi anche ci ristorammo perché in tutto il giorno non abbiamo messo niente nello stomaco per non perdere tempo; e anche la tenda richiese cura per infilarla nel suo sacco.
Riprendemmo a scendere, e presto vedemmo la macchia scura della mugheta.
- Orpo, e adeso? Solo al pensiero d’entrarvi provai sofferenza.  Lavoro di meningi anche  stanchi.
- Niente, noi seguimo la nostra pista e continuemo a scender per el canal soto i mughi cercando de adoperar le lampadine el meno posibile.
Fu proprio così, e anche quella volta la fortuna volle aiutare gli audaci.  Finita la neve finì anche la pista, e allora noi seguimmo la linea del canalone coperto da detriti ben attaccati al suolo dal ghiaccio che ci permettevano di scendere sicuri.
S’è fatto più stretto, e ben presto anche rasente alla parete del Torrione, e subito dopo anche che, forse, che abbiamo trovato la possibilità di evitare la discesa per lo sconosciuto canalone.
Vedemmo, intuimmo che dove il canalone aumenta la pendenza, al contrario, sulla parete del Torrione c’è un gradino d’erosione che, sembra, va per conto suo.
Sicuramente accendemmo anche la lampadina per veder meglio, e non rifiutammo quell’occasione anche se coperto di ghiaccio.
Noi eravamo sempre con i ramponi calzati; e via. Il gradino perde quota ma è sempre più alto del canalone; man mano si fa più ampio e con tratti erbosi che frenavano il nostro procedere per la paura di perdere il percorso giusto, e così e dopo qualche titubanza anche perché s’allontana dal canalone, e arrivammo allo sbocco del conosciuto che dai pendii ghiaiosi sottostanti la Croda scende delimitando il Torrione: stentavamo a credere, e con tanta facilità.

Restava ancora da superare l’ultima barriera di mughi a guardia, e come la prima volta in salita, toccò a me il compito di trovare il passaggio.
Allora per avere le mani libere infilai la mia piccozza nel sacco alla meno/peggio e affrontai l’ultima battaglia. Uscimmo vittoriosi; e quando allungai il braccio per riprenderla, la mano … trovò il vuoto.
Impensabile a cercarla, e mi consolai presto: la Croda l’ha voluta tenere per ricordo.
La breve salita sulla larga cengia per incrociare le nostre orme sembrava interminabile tanto che credevamo di essere passati oltre; invece erano là per indicarci la nostra discesa.
Discesa che deve essere stata tranquilla perché il ricordo ritorna che siamo sotto la finestra illuminata della casetta d’Armando; e che lo chiamammo.
Il copione è stato lo stesso, solo che era in camicia pesante; stava bene!
- Ah, siete voi. Poi m’informò che aveva chiamato (telefonato) mia moglie chiedendo nostre notizie.
Certo, lei era sicura che saremmo passati a salutarlo, e che lui la ha assicurata che saremmo discesi domani.
Stava già per chiudere la finestra e farci i saluti quando si bloccò un attimo; noi due eravamo la sotto ben illuminati dalla sua luce, e noi avevamo ancora i ramponi calzati coperti di ghiaccio.
Il suo cuore deve aver avuto un sussulto, e subito c’invitò a salire a bere qualcosa di caldo; la moglie Gabriella intanto aveva messo degli stracci sotto la tavola.  In tanti anni che ci conoscevamo era la prima volta ospite dentro casa sua.
Così anche potemmo subito telefonare a casa per tranquillizzare le nostre famiglie prima di goderci la sua ospitalità.  In quel momento stavano guardando la televisione e così iniziammo da quella e dei suoi programmi.
M’informai poi non vedendola, se la figlia fosse riuscita ad ottenere la licenza di maestro di sci che lui ci teneva. Inevitabilmente parlammo delle sue montagne e quello che noi avevamo fatto; e finimmo con la caccia che lui ci teneva di più, e che mi fece fare la figura “de mona” perché non sapevo che trofeo sono le corna del camoscio che lui aveva abbattuto e che noi avevamo trovato i resti nella discesa dal Colle di Ligonto nel primo tentativo invernale; e chiudemmo con una bella e sana risata.
Avevamo così trascorso al caldo e in allegra compagnia un’oretta; e i ramponi s’erano liberati dal ghiaccio.
Grazie Armando e signora Gabriella, alla prossima volta.  Lui aspettò ancora alla finestra che c’illuminava che fossimo pronti; poi chiuse anche gli scuri.
Arrivammo a Trieste intorno alle ore due.