Alpi Carniche

                                                                                 Trieste, 1 ottobre 2010

Nella angusta Sede della XXX Ottobre in via D. Rossetti 15, tutti i Libretti, Riviste e Pubblicazioni che arrivavano gratis, necessariamente restavano ammucchiate sopra un armadietto permettendo così a noi Grezi di leggerle e prenderne visione nelle sere che ci trovavamo in Sede.
Erano ancora poche le Sezioni del C.A.I. che si facevano conoscere con queste, ma a noi consentivano d’essere aggiornati sulla loro attività in Montagna che era l’unica cosa che c’interessava.   Spesse o sottili che fossero, la composizione grafica ricalcava quella della Rivista Mensile, e per lo più riportavano nella terza facciata, in alto a destra, il pensiero espresso sull’Alpinismo da alpinisti o personaggi conosciuti per alti motivi.  Un giorno dei primi mesi dell’anno 1958, di sera in Sede, uno di noi ebbe la pensata che dopo la lettura di questi corsivi, di discuterne il messaggio.
Cerca, e ricerca, fra tanto cartaceo il risultato era stato che avevamo nelle mani oltre una mezza dozzina di queste pubblicazioni.
Ci sistemammo allora intorno al tavolo grande, e ognuno con la pubblicazione; poi a rotazione le leggemmo: osa, osa sempre e sarai simile a un dio; l’uomo più forte del mondo e quello che sta solo; Alpinismo, la gloria dell’inutile; dove mai troveremo il Paradiso se in terra non lo troviamo; e altri che non ricordo.  Seguì la discussione senza prese di posizione tranne che per la definizione dell’Alpinismo; tanto che andammo a concluderla all’osteria e dove la maggioranza che lo pratica come un simbolo di pura libertà, con uno indeciso e uno contrario, concordava l’Alpinismo: la gloria dell’inutile.

                                              Monte Sernio 2187 m

Dopo le scarse precipitazioni nevose d’autunno, seguì un periodo di bel tempo stabile e che continuava ancora all’inizio di gennaio, e senza segni di cedimento, e non ricordo se avevo già stabilito con Rinaldo Sturm la data per il tentativo alla Croda di Ligonto che era fisso ad ogni inverno.
Quella sera, era il martedì, giorno che ci trovavamo in Sede, sia noi Grezi e quelli del Gruppo Rocciatori; così tra i tanti presenti alcuni parlavano anche delle condizioni della neve sui monti; e perché non sfruttare l’occasione per tentare la salita del Monte Sernio? Alcuni accettarono di tentare la salita per la fine settimana: Eleonora e Omero Manfreda, Bruno Toscan e Edy De March.
Così anche stabilimmo di partire il dopopranzo e con la capiente “familiare” del disponibile Bruno, e andar a pernottare all’incustodito Rifugio Creta Grauzaria 1250 m.Rifugio che era stato costruito recentemente per offrire una base d’appoggio sia per il Monte Sernio e per la Creta omonima.

 Non come in quel mese di febbraio dei primi anni del 1960 che i grezi Chersi Tullio e Stagni Mauro, mentre la cittadinanza si preparava a festeggiare la fine del Carnevale, loro due seguivano la pista trovata appena battuta in direzione del piccolo e semi distrutto ricovero per pastori al Foran da la Gialjne per il pernottamento. Fortuna o il caso volle che erano stati preceduti da una squadra d’alpini (cinque o sei) che per esercitazione avevano la stessa meta: il Monte Sernio.
Così, anche se sacrificati dallo spazio, in sana compagnia la notte la superarono allegramente.L’unione fa la forza anche se a battere la pista furono sempre gli altri alternandosi per esercitazione, e arrivarono, tra i rimbombi delle valanghe tutto intorno, in Vetta.
Quante volte ci saremmo raccontati questa gita; e che dovevo esserci anch’io solo se avessi avuto il coraggio di chiedere due giorni di ferie per andare in Montagna d’inverno; impensabile, ero stato assunto da poco tempo e non volli rischiare.

La salita

Tutto in ventiquattro ore

    Arrivammo al posteggio che il sole era prossimo al tramonto, e pertanto e quando trovammo la neve spessa, la pista battuta era ben gelata, tanto che raggiungemmo senza impegno il Rifugio dove non c’era nessuno.
Occupammo subito il sottotetto adibito a dormitorio con letti e materassi.
Non ricordo se c’erano anche le coperte che a noi non servivano perché avevamo il nostro insostituibile sacco piuma.
Filtrava da qualche parte il primo chiarore, e qualcuno s’alzò.

  La neve non era battuta, ma era ben visibile l’affossamento dove c’è il sentiero e alternandoci prendemmo subito un buon passo.

   Così anche sul tratto ripido per raggiungere l’insellatura del Foran da la Gjaline, e da dove vedemmo lo spettacolo della nostra meta.

 Una pausa per prendere fiato, e via a mezza costa per rado bosco su neve inconsistente per arrivare alla Forca Nuvièrnulis m 1732 m da dove inizia la salita per il Monte.

  Il primo tratto, alternandoci, lo facemmo veloci.

     Non così sotto la Forca, e dove ci demmo più volte il cambio.  Lassù c’era il sole che coloriva l’altro versante della montagna, e che lo vedemmo ben salibile.

 Solo che l’iniziammo perdendo quota.

   Per recuperarla poi sull’altro ripido versante.

  Sotto la cresta ancora più ripido, con rocce affioranti e in linea con il canalone; e per sicurezza usammo la corda.
Raggiuntala con cautela restava ancora e solo la calotta finale che il vento aveva ben spazzato dalla neve: 11 gennaio 1981.

 Le giornate di sole in quel periodo dell’anno sono le più corte.

  Necessariamente, e a malincuore con quella giornata, la sosta ne fu condizionata.

 Peccato, perché arrivammo alla macchina che il sole era prossimo al tramonto.