Croda Rossa di Sesto

                                                      Trieste, 1 settembre 2010

In merito all’episodio del chiodo trovato sul tiro difficile nella nostra salita sull’Anticima Sud Est del Monte Siera che credevo non salito, ho premesso che la storia del Monte non ricorda questo fatto.

Solo che questo ritrovamento non è stato il primo nei ricordi del mio Alpinismo, e per correttezza gli ho sempre ricordati nella stesura nei miei racconti e relazioni.
Così ho voluto che nella Storia della Croda Rossa di Sesto sia anche ricordato questo nostro tentativo.

Postilla per la Torre Bruckner

Sulla Berti senza quota e relazione di salita.

Non che mi portasse via il sonno, ma sfoglia e sfoglia inevitabilmente era davanti a me; e così un giorno mi presi l’impegno di salirla; e con la riuscita salita al Torrione Giorgio Costa, volli fare altrettanto: salirla per lo stesso versante.
La cartolina della Croda Rossa che tenevo ben esposta sulla vetrina in cucina, per non dimenticarmi, finì il suo compito perché un giorno telefonai all’amico Rinaldo per accordarsi per il tentativo.
Non fu sorpreso per niente, anzi, anche perché quelle volte la sotto, con tutta probabilità gli avrò mostrato quella salita.
Quante volte mi sono rammaricato per non aver prestato attenzione alla sua parete sconosciuta e di non averla fotografata.
Nelle fotografie noi avremmo potuto vedere quello che non è ben visibile sulla cartolina: le difficoltà che si celano nella parte superiore del diedro perché speravamo l’uscita diretta in Cima.

 Così avevo da sempre scartato l’attacco diretto per raggiungere la base del Grande Diedro; ma di salire la conosciuta via Dibona e compagni che passa a lato, e in traversata raggiungerlo, per l’appunto.
Sì, perché una volta la dentro, e come vedevo sulla fotografia, il diedro era ben scalabile per la parete esposta a Sud, invece restava invece l’enigma dell’ultimo tratto sotto la vetta, per l’appunto.
Così informai Rinaldo che noi seguiremo la via Dibona fino ad essere in linea con la base del Diedro; e da dove la raggiungeremo in traversata.
Lo assicurai che la parete esposta a Sud non dovrebbe presentare grandi difficoltà tranne che nella parte finale che noi risolveremo quando saremo la sotto, anche perché avremmo tempo a disposizione; così conclusi assicurandolo.
Lui si fidava di me, e così fissammo anche in che giorni e con la mia macchina.
- Per il dormire c’è il deposito delle sedie a sdraio sulle piste di sci, e chiederemo le chiavi all’amico Michele Happacher.

Dal Diario dell’amico perché dell’avventura non avevo annotato niente. 

    Non andò proprio così perché quel tardo pomeriggio avevamo avuto un ripensamento e non volevamo che nessuno sapesse del nostro tentativo, e così una volta davanti a lui e dopo i soliti convenevoli e il caldo cappuccino, ci furono solo i saluti.  Andammo un poco alla chetichella, ma trovammo il deposito chiuso: piccolo colpo al cuore.
Solo che intorno c’erano alcune ancora aperte che qualcuno deve aver sfruttate fino all’ultimo; e che ci ospiteranno per quella notte al posto del tavolato; un buon segno.  Prima d’infilarci nei sacchi piuma anche parlammo per l’ora della sveglia e a chi il compito di darla.
Solo che nessuno di noi due aveva portato l’orologio pensando che lo portasse l’altro; un brutto segno.
Dovremo regolarci con la luce del sole, concludemmo butandola in rider.

                                                                 Il tentativo

    Ricordo che siamo la sotto e che l’unica possibilità per salire la parete senza chiodare la hanno percorsa il Dibona e compagni; pertanto la scelta è stata giusta.
Solo che una volta sulla via trovammo la roccia che chiedeva attenzione, e questo mi dava la sensazione che rallentasse la salita.
Siamo ormai alti dalle ghiaie e la via ora tende a destra; giusto il punto che aspettavamo per iniziare la traversata per entrare nel diedro.
Ancora una piccola pausa anche per sistemare il materiale, e Rinaldo iniziò la traversata che abbiamo concordato con tiri di venti metri per sicurezza.
Traversata che non è stata lineare sulla parete senza tracce di cenge, e che una volta la sotto, diventa levigata ma tendente a poggiarsi.
Così entrammo nell’ampia, triangolare, levigata e pulita base del diedro, e solcata nel mezzo da un canale con l’acqua ghiacciata dove erano concentrati dei massi di media grandezza; ed il contrasto di luce tra le due pareti che mi obbligava a stringere gli occhi per ammirare quella bellezza color oro tanto attesa, e con il capo rivolto in alto tanto da vedere anche il cielo blu. Solo che noi due dovevamo continuare la salita; e Rinaldo mi portò alla realtà.

 Così ci portammo sotto la parete gialla al sole che per un tratto, anche se verticale, e lavorata con un alternarsi di strette cenge; poi queste si distanziano fino a fondersi nella parete verticale che nasconde il proseguire.  I contrasti di luce all’arrivo nel diedro e anche più avanti, mi stavano convincendo che avessimo impiegato più tempo del previsto per arrivarci, e intaccavano già la mia sicurezza ed equilibrio tanto che per un attimo temetti il rischio del bivacco. Niente da fare; la mancanza dell’orologio mi aveva tolto la tranquillità, e proprio nel momento che noi due eravamo sotto la parete per attaccarla.
Lo comunicai all’amico anche perché a casa ci aspettano per la tarda serata come promesso, e pertanto non potevamo sottovalutare il rischio; e anche lui era stato d’accordo.
Alla fine decidemmo che lui salirà mezza corda, e accertarsi sulla possibilità di continuare la salta; e poi decideremo.

 Fu proprio così, e senza che Rinaldo riuscisse a vedere cosa ci aspettava più avanti e sopra, e neanche sporgendosi e più volte perché la parete sempre leggermente strapiomba; e in quel punto è rimasto il chiodo della sua calata in corda doppia.
Così noi rifacemmo la traversata tenendoci più alti perché più facile; e una volta convinti d’essere sulla via Dibona, per questa alla base della via attrezzata, e tornammo sulla Cima del Trapezio: 29 agosto 1981.

  Non parlammo più di tentare quella salita; ma un grazie lo stesso Herr Bruckner per lo spettacolo del Grande Diedro.

   L’articolo era pronto per essere pubblicato sul blog; solo che non mi piaceva offrire ai lettori le foto già adoperate per il precedente articolo e che anche sono poco leggibili. Così mi sono iscritto alla Gita della XXX Ottobre di due giorni nel Gruppo del Popera – Cima Undici, con arrivo e partenza proprio dal Passo Monte Croce Comelico, base ideale anche per la Croda Rossa di Sesto, per l’appunto.
Così io avevo programmato il primo giorno di scendere al Rifugio Lunelli per salutare Giuseppina, la vedova del Beppi Martini; e poi salire al Berti per salutare i suoi figli che lo gestiscono.
Il pomeriggio d’attesa: Bergwagabunden tra i miei ricordi.
Il giorno dopo salita della Croda Rossa e servizio fotografico.

 Scendo al Passo, e subito fotografo la Croda Rossa per restare con i gitanti che sono già in marcia per rispettare il loro impegnativo programma; e al bivio sono ormai solo.
Scendo, e al Rifugio Lunelli non trovo la Giuseppina perché anche anziana, e va e viene; mentre c’è sua figlia Rosalia che non si ricorda di me ormai vecio bacuco.
Al Berti c’é il figlio Bruno, e questa volta sono io che non lo riconosco perché già uomo e con la barba.
Gli dispiace, ma non c’è posto per dormire neanche sul pavimento, e solo la sera saprò la possibile precaria sistemazione.
Per la Croda? Mi consiglia di salire per la Ferrata e l’altro percorso per la discesa.

Ho nel sacco l’occorrente per il bivacco e così, e dopo uno spuntino con il te e una fetta abbondante di dolce, dopo i saluti, m’incammino lentamente verso il Colesei; poi scendo al laghetto a far acqua perché quella del Rifugio non è potabile.Sia dal Passo della Sentinella che dalla Croda scendendo numerosi gruppi d’alpinisti, e che incontro lungo il sentiero in quel meraviglioso pomeriggio per scambiare volentieri un do ciacole.
Intanto sono arrivato all’attacco della Ferrata dopo aver salutato una copia di tedeschi appena scesa.  Silenzio; vado o non vado? Il sacco pesa, e lo sento sulle gambe.
E che la vadi ben o che la vadi mal son sul fior dela gioventù, noialtri barabe giudizio mai più … si cantava noi Grezi.
Il richiamo è forte; e alla bolgia del Rifugio non resta che il bivacco, e magari la in alto dove ricordo delle opere di guerra fatte apposta.
Invece tocco la Croce con devozione che il sole è ancora alto: 31 luglio 2010.
- Alora posso scender da sto versante asolado e bivacar più in basso!
Più sotto la Cima decido una sosta per bere e mangiare qualcosa per riprendere un poco d’energia, e via. Solo che devo seguire la segnaletica perché per tenere un percorso lineare sono stati ferrati dei salti.
Il sole sembra che non voglia tramontare; e calcolo di arrivare ai Prati di Croda Rossa dove ci sono dei fienili limitando le soste. Al bivio con il sentiero per il Castelliere che conosco, tiro dritto credendo questo che sto percorrendo migliore per procedere veloce. Invece questo si dilunga con vari saliscendi e cambi di versante sottostante l’interminabile cresta formata da oltre una decina piccoli Campanili e Torrioni.
Il sole tramonta; io sono convinto di farcela perché nei cambi di versante, a Nord e subito sotto, vedo delle costruzioni illuminate al posto dei fienili, e che espandono musica assordante?
Raggiungo un belvedere con un paio di tavolini e panchine e un palo con quattro frecce con le indicazioni. – Xe fata!
Nella furia faccio un poco di  confusione, e mi accorgo dello sbaglio fatto quando che il sentiero  preso scende troppo a mezza costa verso la Val Fiscalina.
Dietro front, e questa volta leggo più attentamente anche il numero 100. Ben presto devo prestare attenzione e non solo per l’oscurità, ma anche perché il sentiero è tenuto insieme con tavole di legno; poi migliora e così fino su una piccola piazzola belvedere con il relativo tavolino e panchina; e che è ormai notte.
Proseguo, e un tratto per dei gradini di varie alzate che nell’oscurità sono come trappole e fino in un punto scabroso.
Mi fermo per prendere la lampadina e poggio i bastoncini per terra senza badare. Metto in funzione la dinamo, solo che ho preso quella che fa meno luce (per questo costava poco) tanto da non trovare i bastoncini.
Niente da fare, saranno rotolati nei mughi; e ritorno al belvedere per trascorrere la notte.
Telefono a casa come d’accordo e le racconto la mia avventura, e prima di chiudere chiedo a Heydi l’ora.
- Sono le undici, buona notte.  Il sole finalmente fa capolino sulla Cresta Carnica, e nello stesso punto dove ho visto apparire la luna nel dormiveglia.

La calda luce del sole tanto attesa raggiunge il tavolino; e come programmato mi libero dal sacco di Jeans che mi ha protetto nella notte e che è tutto impregnato dalla rugiada. Nell’attesa di questo momento avevo già mangiato qualcosa e mi resta solo di fotografare il tavolino; e via.
Sul tratto scabroso raccolgo i bastoncini e ben presto arrivo agli impianti di risalita e dove mi dirigo verso i nuovi alberghi.
Mi sto chiedendo se il Bar è aperto che me lo conferma una musica moderna che appena inizia.

Prima di entrare ancora la fotografia del Torre Bruckner adagiata su un cuscino bianco.
Entro; c’è una signora che sta facendo ordine, e le do il buon giorno.
Mi squadra sorpresa e meravigliata, e mi chiede da dove mai arrivo perché i primi turisti arrivano dalle ore 9.30 – 10 con la seggiovia.
Le racconto la mia avventura; e mi ristoro con due cappuccini grandi ben caldi.
Poi seguo il suo consiglio materno di percorrere il sentiero basso (strada bianca).
Solo che gli alberi coprono la Torre Bruckner, e così fino a che c’è una traccia in salita, e l’imbocco.

 Gli alberi sono meno fitti e finalmente sopra i rami c’è la parte superiore della Torre.

La vedo, ma non sono sicuro perché la in alto qualcosa, sotto la Cima … Ma sì e lei, solo che ancora un altro tratto della parete rivolta a valle e volato via.
Noi due abbiamo sempre intravisto lo spacco che divide la parete in due parti, dalla cima alla base, e che forma anche il Grande Diedro, e che era la direttiva della possibile salita.
Rivivo il nostro tentativo; e penso che mi rammaricavo di non averla ben fotografata per vedere cosa c’era la in alto dove pensavamo di passare, e che adesso non c’è più.