Una storia d’Alpinismo nel Popera – Cima Undici

Trieste, 1 luglio 2010

                                          La Madonna dei Caduti sul Popera

Quella mattina sul sentiero per il Passo della Sentinella e all’altezza circa dello sbocco del Canalone Schuster, ero con i milanesi del G.A.M., io mi fermai per attendere una ritardataria mentre gli altri proseguivano. Nell’attesa intanto iniziai a guardarlo e così notai una struttura rocciosa che non avevo mai visto.
- Orpo, de dove la salta fora questa?
Sì, anche perché con il cielo velato la luce era falsa. Avevo iniziato a capirla fra i tanti Campanili e Torri che si alternano ai lati del Canalone che, e proprio in quel momento, arrivò la ritardataria; e amen.
Solo che quel poco che riuscì a vedere e che era ormai nella mia mente chiedeva una risposta, e una volta a casa, un giorno, ricorsi alla Berti.

 No, non avevo preso un abbaglio, e quello che per poco più di un attimo riuscì a vedere, é una realtà che mai avrei immaginato; e riportata ben su tre illustrazioni nel capitolo: la parete è parte della struttura senza quota e nome allo sbocco del Canalone, ed è staccata dal soprastante ghiacciaio pensile; e tutto valido anche dopo le mie ricerche sulle Alpi Venete.

Non sono un bigotto, ma un giorno riguardando le diapositive della struttura rocciosa scattate successivamente, provai il desiderio di sovrapporre mentalmente su una di queste la familiare l’immagine della Madonna della Salute che è stata ed è sempre presente in casa nostra aggiornata annualmente.

 Non poteva che essere così; e allora decisi che una volta salita la vergine struttura rocciosa l’avrei nominata “La Madonna”.
Solo che la documentazione trovata probabilmente non è stata sufficiente a farmi tentare da subito l’impresa, e così fino a quella mattina che in compagnia di Barbara e Rinaldo sul sentiero per la Croda Rossa di Sesto, una volta la sotto, e dopo averla vista, lui accettò di tentarla.
Così almeno per quella nuova salita mi sono evitato di magnificare la proposta.              Non poteva essere diversamente, e a me ora il compito di organizzarla; e poi che il pensiero dell’impresa mi terrà compagnia fino la prossima stagione, conclusi.                  Qualche settimana dopo sono anche intervenute a farmi compagnia le due diapositive scattate quella mattina, e che erano sempre a portata di mano per guardarmele nelle impreviste pause lungo la giornata.

La salita

Non mi ricordo se c’eravamo già accordati di tentare la nuova salita per gli ultimi giorni d’agosto del 1980; ma la triste notizia riportata sul nostro giornale Il Piccolo di Trieste, della disgrazia nel Canalone Schuster con la morte dei due giovani comeliani Francesco Giacobbi e Pier Guido Caramiello, mi dette da pensare e proprio in quei giorni d’attesa.
Niente; decisi che andremo lo stesso, e informandolo della disgrazia e sul nome che ho pensato di darle lungo il sentiero d’approccio, e che per rispetto dei morti avevo così modificato: La Madonna dei Caduti sul Popera.
Quella volta e per avere più margine di tempo per la salita, programmammo un giorno in più, e così, ed io beneficiando della settimana corta, partimmo il venerdì pomeriggio.
C’era poca gente quella sera al Rifugio Berti, e dopo aver salutato i figli del Beppi Martini che stentavo a riconoscere, noi occupammo subito per due notti la piccola cameretta con un letto a castello anche per lasciare quello che non ci serviva per la salita.

 Era una bella mattina, ma dalla Valle ascendevano le prime sfaldate nuvole bianche, e io lungo il sentiero che aspettavo il momento per informare Rinaldo della disgrazia e il nome che avevo pensato per la vergine struttura.
Intanto avevamo abbandonato il sentiero per stare in quota e la nostra meta era ancora coperta dalle Torri del Canalone omicida.                                                                        Lentamente questa iniziò a far capolino.
E’ giunto il momento mi dissi; anche perché dovremmo pur parlare della salita.
Una breve pausa; e lo informai allora della disgrazia e del mio proposito sul nome.
Non ci furono tentennamenti, e anche il nome andava bene; e una volta la sotto ci concentrammo sulla salita.

 La parete ormai la conoscevo a memoria, e avevo anche individuato il punto da dove iniziare la salita: sullo sperone che s’allunga dalla parete accompagnando lo sbocco del Canalone, e che sembra dire per di qua.
Fu proprio così perché quella mattina non vedemmo altre possibilità e ci portammo la sotto presso un masso affiorante dalla neve.

 Solo che il ghiacciaio, che una volta arrivava alto sulla parete, ha scavato e levigato la sua base lasciando solo alcuni appigli dove la roccia non strapiomba; l’attacco.
Rinaldo s’innalzò per quelli appigli, ma mai si sarebbe aspettato di trovare subito sopra un ponte naturale, e proprio dove ci voleva perché era dura l’arrampicata appena iniziata.
Cordino e moschettoni, e seguendo i rari appigli traversò a destra alcuni metri perché questi sono ora solo sopra la sua testa.
Riuscì a mettere un chiodo e tirò su dritto fino a trovare un’ampia traccia di nicchia per far terrazzino, e dove una volta riuniti commentammo il difficile tiro di corda, ma anche la certezza di farcela perché sopra vedemmo che la parete perde verticalità.

 Fu proprio così, e con alcune lunghezze di corda arrivammo agli sfasciumi sottostanti la parete verticale già intanfanada dalla nuvolaglia che copriva la parte alta della montagna.

Ho scritto che io conoscevo bene la parete; e l’arrivo della nebbia non ci preoccupò, tanto che ci concedemmo anche una sosta per raccontarci e commentare quanto appena fatto.
Ora dovevamo portarci a destra perché lo sperone salito continua a lato ridotto a spigolo per poi sperdersi sulla parete sbrecciata; e ci portammo la sotto.

Pareva facile; solo che per superare la bianca e corta parete di roccia infida per montare sullo spigolo, Rinaldo dovette dare il meglio delle sue capacità.

  Poi lungo questo con difficoltà decrescenti, e poi a destra fino ad uno spiazzo di rocce frantumate dal gelo delimitato da pareti verticali; e che nel grigiore della nebbia mi davano solo di tristezza.
La sotto dovevamo traversare a destra per prendere il camino che porta direttamente in Cima; e lui continuare dritti.
Ferma tutto, e aspettammo una decina di minuti nella speranza che la nebbia muovendosi gli consentisse di vedere.

 Niente; e traversammo sotto quella parete alla ricerca del camino.

Solo che una volta la sotto non trovammo lo sbocco del camino che ha dalla parte destra la parete giallo oro rosso; invece lo vedemmo sopra di noi protetto da uno strapiombo.

Rinaldo lo raggiunse per la parete sottostante seguendo la riga nera in linea, e dove anche preferì far terrazzino dovendo d’affrontare l’ignoto nel camino.

- Tien ben che vado. Trovò sì il camino/fessura, ma non le difficoltà temute.

Man mano s’allarga, e oltre al masso incastrato, procedemmo in bella spaccata fino a dover uscire a sinistra su rocce facili perché il camino, fattosi verticale, per quello che ci riusciva a vedere sopra, presenta strapiombi velati dalla nebbia.

- Orpo, e adeso?
Sì, perché non avevo previsto questa possibilità.
Così decidemmo di traversare al centro della parete per essere in linea con la cima che non vedevamo.

Solo che il tratto di rocce facili finì, e oltre una traccia di camino c’è la parete verticale e liscia che la mezza luce accentuava la difficoltà.
Non mi ricordo i commenti fatti, ma sì che ci raccomandammo la massima prudenza nell’affrontarla.                                                                                                                          – Tien ben che vado; e via traversandola in salita dove poggia per poi continuare in colatoio che seguimmo fino ad una piccola spalla sottostante un pronunciato strapiombo.
Sentimmo che la sopra c’è la desiderata Cima; e noi che non vedevamo l’ora di raggiungerla anche perché la salita per quella parete liscia, senza luce e colori e limitata dalla nebbia non era stato il massimo.
Mi vedo ancora con Rinaldo, nasi all’insù, che cercavamo per dove passare; o gli occhi intanto s’erano adattati all’oscurità o il velo nebbioso aveva mollato, ma vedemmo sotto lo strapiombo, a destra, che si dilungava una larga fessura in salita dai bordi tondeggianti; l’unica possibilità.

 Fu proprio così; e Rinaldo si portò ben sotto lo strapiombo dove mise un chiodo per assicurarlo nella traversata su quelle rocce tondeggianti e lisce, e un secondo per superarlo.

 Una volta oltre le difficoltà finiscono; e restavano solo alcuni metri di roccette finali.
Su queste non trovammo nessuna traccia di un possibile ometto che noi subito costruimmo: 30 agosto 1980.

 La scelta di dormire la seconda notte in Rifugio era oltre che per non darci furia nella salita, anche perché contavamo, tempo permettendo, di continuare fino in Cima al Monte Popera; invece …
Lassù sentimmo il freddo umido della densa nebbia presente in quota, e senza veder niente; così decidemmo di scendere e rientrare a Trieste nella serata.
Nel programmare la salita dovetti anche tener conto della discesa per il Ghiacciaio Pensile, e così, e per non caricare tutto in un sacco ognuno si portò i ramponi nel suo.

Non gli calzammo la in alto, ma alla fine della facile parete rivolta alla Punta Rivetti, anche perché la sotto ci sembrava meno ripido.

Deve essere così perché dopo pochi metri tentennanti, proseguimmo spediti e tranquilli nonostante che e proprio al nostro passaggio, la nebbia si aprì e vedemmo in fondo il Vallon Popera.