Ritorno alla Croda Rossa di Sesto

Trieste, 1 giugno 2010

Anni fa e mentre un giorno stavo rileggendo con attenzione la Berti nel capitolo dedicato alla Croda Rossa di Sesto, mi soffermai sul disegno del suo versante Est perché fra tutte quelle Cime, Campanili e Torrioni con i propri nomi ed i tracciati delle vie di salita, una di queste strutture, e ben riportata in primo piano, é senza nome e tracciato di salita; e perché mai in precedenza non l’avevo mai notato?

 Cercai allora qualche altra indicazione nello scritto; niente.

 Tutto invece fu chiaro vedendo la piantina del nodo centrale, e dove si vede bene che “la novità” è ben delimitata ai lati da canali sia dalla Torre Bruckner, che dall’Ago di Croda Rossa; ma su questa senza quota e nome.  Lavoro di meningi per ricordarmi se avessi letto negli ultimi anni qualche novità nella Rubrica “Le nuove salite” sulle Alpi Venete per quanto riguarda questa frastagliata Croda; niente, e pertanto è ancora da salire.

Non ricordo se era stato in quella stagione che desiderai dedicare all’amico Giorgio Costa qualche struttura rocciosa; credo successivamente, anche perché il tempo che passava non mi aiutava a dimenticare quella sua morte. Così un giorno, e mentre stavo visionando cartoline, fotografie ed immagini di pareti e quote da salire o raggiungere, e che aspettavo, come sempre è stato, di sentire il desiderio all’impresa, quello che cercavo era nelle mie mani.

 Sì; una cartolina a colori del Gruppo della Croda Rossa di Sesto, ripresa in estate da un punto giusto, perché chi la scattò voleva proprio evidenziare lo spettacolo del suo versante Orientale, e che mi confermava quanto avevo trovato nella Berti.  Il bello e che non ricordo in che occasione è arrivata a casa mia; e anche perché ora non la ho più.
Un paio di telefonate; e trovai l’amico Rinaldo più che disponibile anche perché nella stagione passata non abbiamo fatto cordata.  Un altro giorno formulammo anche il programma che prevedeva il pernottamento in tendina al Passo; e che andremo con la sua auto.  Arrivammo al Passo Monte Croce Comelico il tardo pomeriggio sotto la minaccia del temporale; e così e prima che iniziasse proseguimmo oltre perché dovevamo prima trovare il posto per sistemare la tendina.
Solo che nella zona del Passo trovavamo l’entrate delle carrarecce tutte sbarrate, e dovemmo pertanto scendere verso Sesto finché la trovammo e proprio sul versante della Croda, e in tempo perché una volta montata la tendina si scatenò il temporale. La mattina del 18 agosto 1979 il cielo era ancora coperto, ma le nuvole si stavano sfaldando; pertanto non ci demmo furia anche perché era tutto bagnato.
Il cielo diventò presto sereno e la desiderata calda luce del sole finalmente arrivò anche da noi.
Intanto e nell’attesa che asciugasse anche la tendina, decidemmo d’andare a conoscere la nostra meta ed in particolare la parte bassa della parete perché non era visibile sulla cartolina.
Una volta la sotto e per quello che vedemmo ci considerammo fortunati anche perché solo il tratto di parete sovrastato dalla nostra struttura perde verticalità fino a diventare, dilungandosi, in placca; mentre tutto l’altro vasto tratto di parete inizia verticale dalle ghiaie; ed è probabile che quella mattina la sotto non le rivolgemmo la minima attenzione a quella parete tanto era bagnata e scura.
Tutto il contrario invece la vasta placca di un bel colore rosato incisa da una varietà di scanalature che c’invitavano a salirle.
Allora ognuno scelse quella che più l’attirava e via.
Solo che il bel gioco è finito perché la placca va man mano raddrizzandosi, e così anche le scanalature sempre più strette e dove è anche difficile trovare appigli. Solo a sinistra c’è una fascia di parete non ancora verticale, e che noi seguimmo e a seguire anche per una traccia di cengia ascendente sotto gli strapiombi, e così fino sul bordo di uno slargo insuperabile di un canale.
Noi volevamo continuare, ma non c’erano altre possibilità che scendendo per il canale che si restringeva per riprendere dall’altra parte la parete.
Non ci pensammo due volte, e sull’altra parete raggiungemmo la zona erbosa sottostante lo spigolo arrotondato del Torrione.
Di lato vedemmo tutto il canalone che inizia dal Circo Est, e che delimita la nostra struttura dall’Ago di Croda Rossa percorso dall’acqua, e sopra le nostre teste, la parete da salire che diventa spigolo verticale. Saggiamente rinunciammo e decidemmo di fare lì la sosta al caldo del sole.
Così anche raccogliemmo, ma solo per curiosità, dei resti metallici sparsi tra l’erba.
Non ci ponemmo tante domande con la guerra che c’è stata sulla Croda.                                                                                                                              Decidemmo di scendere anche se avevamo tempo, e per occuparlo, una volta attraversato il canale, invece di portarci per rocce facili verso il ghiaione andammo a destreggiarsi sui sottostanti gradoni lavorati dall’acqua dove trovammo in quantità rottami e parti di motori, e telai di quello che restava dei probabili curiosi copricapo.  Rinaldo allora raccolse parti di un motore, e dopo averli osservati, lui studiava ingegneria meccanica, sentenziò che negli anni della Guerra sulla Croda quei metalli erano poco conosciuti. Solo che noi eravamo la sotto per conoscere la nostra meta; e che per quanto visto e fatto certamente torneremo.
Il programma intanto fu ampliato in tre giorni perché veniva con noi anche Sablich Barbara, la sposa di Rinaldo, e che voleva che la portassimo proprio sulla Croda Rossa.
Così noi tre dormiremo la prima notte al Rifugio I. Lunelli a Selvapiana; la mattina presto saliremo al Passo, solo che noi due andremo a terminare la nostra salita, lei invece porterà la macchina a Selvapiana per poi salire al Rif. Berti che noi raggiungeremo a salita conclusa; il giorno dopo tutto per lei, e noi due con la coscienza a posto.

 Quella mattina il programma fu rispettato; ed il bel tempo era con noi.

 Salutammo Barbara con un poco d’imbarazzo;

 dal Passo raggiungemmo gli impianti di sci per seguire le piste degli skilift per arrivare in quota, ed era la prima volta.

 Trovato il sentiero ben presto vedemmo la nostra meta ancora lontana e lo seguimmo fino a che prese a scendere per aggirare il prolungamento a placca della base della nostra parete e … dove decidemmo invece, la vedemmo invitante, di salire il ghiaione e riprendere la salita dalla piccola oasi verde.
Non ci pensammo due volte per raggiungerla, e per questo tirammo prima su dritto per il ghiaione con fatica, poi per facili canali e brevi pareti.

 Riprendemmo la salita a lato del canalone per poi passare sullo spigolo che più avanti.

  E’ staccato dalla parete verticale da un corto intaglio.

 Intaglio che Rinaldo dovette affrontare in spaccata per afferrarsi alla parete difficile per poi continuare fino sotto uno strapiombo.
Traversammo a sinistra sullo spigolo giallo oro lavorato a diedro, e dove trovammo anche per fare terrazzino; necessario perché sul momento non vedemmo come proseguire: l’unica possibilità è il diedro anche se la roccia e rotta.
- Tien ben che vado a veder.

 L’amico procedette con attenzione su quelle rocce instabili, un breve tratto, e tra queste trovò uno spacco che gli permise di passare a destra in parete sopra lo strapiombo.
Capimmo che il più é stato fatto anche perché non vedevamo altri strapiombi sopra di noi.
La corda scorreva veloce, poi meno e … – Tullio, xe finida la parede!
Lo raggiunsi carico di curiosità, e una volta lì per un attimo temetti di non passare.
La nostra parete è staccata in tutta la sua larghezza da quella finale da uno spacco profondo; ma per nostra fortuna poco largo.

 Così Rinaldo scese nello spacco qualche metro; da una traccia di gradino riuscì in spaccata ad aggrapparsi sull’altra parete gialla e liscia, e dove con difficoltà arrivò sotto una svasatura con fessura giusta per mettere un chiodo morale di sicurezza.

 Solo il tempo di prendere fiato, e finì la parete difficile.
Toccò a me; e solo grazie alla corda dall’alto che riuscì a passare perché la posizione di massima spaccata non mi consentiva d’afferrarmi alla parete con tutte e due le mani. Raggiunto l’amico, c’erano solo le facili roccette finali.
Lassù, e mentre costruivo l’ometto chiesi a Rinaldo s’era d’accordo di dedicare la Cima all’amico: Torrione Giorgio Costa, 8 settembre 1979.

 

Non lo sapevamo, ma dall’altro lato ci saranno poco più di cinquanta metri di parete dalle ghiaie basali. Scendemmo euforici le roccette facili con il materiale d’arrampicata sistemato nei sacchi; pertanto niente calata in doppia, e cercando trovammo un facile canalino, e a seguire una traccia di cengia verso Nord per poi scendere per rocce facili al nevaio.
Avevamo tempo; ma la Barbara sì ci sta aspettando in Rifugio.  Solo che sul nevaio vedemmo invitante la pista d’uno dei due itinerari Zandonella.
Non rifiutammo l’occasione: – La via per il Torrione finisce in Cima della Croda Rossa, ci dicemmo; e che noi due non eravamo mai stati. Scendemmo dalla Croda per lo stesso itinerario per vedere il Torrione da quel lato sconosciuto, e soprattutto per vedere lo spacco.

 Dalla pista non era visibile; con attenzione allora ci calammo per il nevaio per raggiungere un isolotto di roccia.
Avevamo calcolato giusto, e da quella sosta sicura rivivemmo anche i momenti difficili per superarlo.

  Quel sabato sera in Rifugio c’era parecchia gente, ma la Barbara aveva già provveduto per sistemarci comodamente. Ricordo che nel dopo cena venne a salutarci il Beppi Martini, e una volta accomodato parlammo ben presto della salita. Così, una ciacola tira l’altra, si parlò anche dei rottami metallici trovati in quantità sulla parte bassa della parete e che ci avevano posto delle domande.
Sì, l’avevo vista e considerata uno dei tanti sfaldamenti di parete, ma mai che la macchia bianca a lato della nostra salita è stata provocata dall’avvenuto impatto di un aeroplano militare inglese alla fine dell’ultima guerra.
Questo ci raccontò lui; e poi che gli abitanti della Valle erano corsi a recuperare le lamiere par fare pentole e pignatte ed altri utensili; un vero aiuto in quei tempi di miseria.

 La salita fatta non lasciò tracce di stanchezza; così il ritorno sulla Croda per la Ferrata Zandolella, questa volta da sotto il Passo della Sentinella, in quella bella giornata fu di vero piacere.
A casa, e mentre stavo scrivendo la relazione della salita da inviare alle Alpi Venete, un ripensamento d’etica alpina mi passo per la mente. Telefonai allora a Camillo Berti chiedendo il consenso per il nome del Torrione.

- Una cosa bella dell’Alpinismo è che noi possiamo dedicare alle Cime il nome dei Nostri Caduti.

Grazie.