Giorgio Costa

Trieste, 1 maggio 2010

Riandando con i ricordi all’inizio dell’inverno del 1974 per la Rocchetta Alta di Bosconero, così anche nel mese di gennaio del 1976, sono stati Costa Giorgio e Petronio Mauro a chiedere collaborazione al Gruppo Rocciatori perché alcuni di noi gli aspettassero in Vetta o tracciassero la via di discesa nel possibile caso di brutto tempo perché vogliono salire in prima invernale lo Spiz d’Agner Nord per la via Castiglioni e Detassis (del Diedro) sulla parete Nord.
Solo che la novità era che loro due avevano programmato di farla in 4 o 5 giorni; e così in quella serata d’allegria in Sede, tra battute di spirito e prese in giro, alla fine garantivano la loro presenza una mezza dozzina di noi a rassicurarli della nostra venuta.
Corsi Nino e Leban Claudio, che stavano preparandosi per La Marcia Longa, assicurarono la loro presenza per due giorni in Val di San Lucano a rifinire la preparazione per la Marcia di Domenica. Mozzi Piero, Romano Walter, Chiama Stelio e Sinigoi Silvano per la Domenica.
Fra questi amici il solo Mozzi beneficiava della settimana lavorativa corta; e così noi due invece anche ci accordammo di partire il sabato mattina con la sua macchina per essere sul posto e controllare la loro posizione in parete, e se del caso, anche informare quelli che dovevano partire la Domenica mattina presto.
Così noi due arrivammo alla Baita del Tita nella Val San Lucano – Agordo (BL), la mattina inoltrata. Località in quelle ultime stagioni estive decantato ritrovo di rocciatori triestini, tanto che il titolare s’era anche offerto d’osservare il procedere dell’impresa e tenere il contatto con Trieste nella settimana.  La Valle era ancora in ombra, e noi due, scesi dall’auto, per prima cosa guardammo la parete dello Spiz: verticale e con scarsa presenza di neve ed il diedro dove all’uscita si sperava di scorgergli o almeno di sentire la loro presenza; niente.
Allora trattenemmo anche il respiro. Solo freddo silenzio, e che noi rispettammo senza chiamargli con il nostro ooh-plop; e loro lassù vivevano la dentro dal giorno 21 gennaio.
Entrammo nella Baita, e il Tita vedendoci subito c’informò sul punto raggiunto dai due sulla parete; e come programmato, saranno in Vetta domani mattina (Domenica).
Così noi ci fermammo più che una sosta perché dovevamo solo raggiungere sull’altro versante il paese di Frassene, e in tempo per poi salire al Rif. Scarpa con la seggiovia. Così, e anche per passare il tempo, parlammo delle sue Montagne e delle salite fatte su queste.

 Non si ricordò invece di me di me che ero passato con Roberto Priolo nel settembre del 1971 nell’occasione della salita al Monte Agner lungo lo spigolo Nord, via Gilberti e Soravito; e all’inaugurazione del Bivacco Enzo Cozzolino nell’estate 1973.

 Lo stesso per l’inaugurazione del Bivacco Enzo Cozzolino nell’estate 1973.

Spiz d’Agner Nord 2545 m

  La mattina in Rifugio non ci demmo furia perché avevamo calcolato che i nostri due sarebbero arrivati in Vetta non prima delle undici, e così e quando decidemmo d’andare il sole era già alto.
Trovammo anche la neve nostra alleata, tanto che senza accorgerci ci trovammo allo sbocco del canalone che origina dall’intaglio di cresta tra lo Spiz d’Agner Sud ed il Pizzetto Ovest, e che era tutto ben livellato dalla neve da non presentare nessuna difficoltà, tranne che la in alto che si restringeva delimitato da tratti di roccia pulita dalla neve.
Eravamo in pieno sole, e procedendo nel mezzo trovavamo la neve sempre più inconsistente.
Provammo allora a portarci ai lati, e fummo anche fortunati perché a sinistra, tastando con i bastoncini da sci, la sotto c’era sempre qualche masso dove mettere i piedi per non sprofondare nella neve; e così fino nel restringimento che richiese impegno e fatica.

 Eravamo già nell’ombra, e una volta usciti dall’intaglio vedemmo lo Spiz d’Agner Nord illuminato dal sole; e non c’era nessuno in cima.
Di contro spiccava lungo la parete incombente dell’Agner Sud la cengia bianca di neve assestata che c’indicava la via da percorrere; certo, non potevamo sbagliare.
Raggiungemmo così un piccolo rilievo, comodo belvedere, e dove ci fermammo per una prima osservazione.
Vedemmo la meta ormai vicina e quasi alla nostra altezza; poi controllammo la cengia, che dopo un tratto esposto, continua rientrando ad arco per poi continuare in leggera salita per fondersi sui pendii innevati che contornavano le corte pareti dello Spiz.
Non esclami dalla gioia “xe fata”, anche perché contemporaneamente dei pensieri mi ammonivano d’essere estraneo all’impresa, e apatia per continuare la salita alla Vetta che non mi apparteneva.
Il mio amico mi spronò invano a continuare, ma concessi solo una lunghezza di corda sul tratto esposto, e l’assicurai alla mia piccozza conficcata nella neve; poi tornai sul piccolo rilievo ad aspettare.

 Gli vedemmo sbucare sulla Cima in silenzio: 24 gennaio 1976; e noi gli avvisammo della nostra presenza con gli ooh-plop.
Ci videro subito, e risposero solo con un lento cenno del braccio che voleva dire di tutto.

Si presero solo il tempo di sistemare il materiale che già scendevano.       Contemporaneamente erano arrivati anche quelli partiti da Trieste la mattina presto; e che favoriti dalla seggiovia e dalla pista tracciata da noi due non si erano ancora scaldati.
Così, e con Piero e senza perdere tempo continuarono ad andar loro incontro.Solo che questo piccolo trambusto mi sviò dimenticandomi di fotografare quei primi momenti.

 

Intanto i nostri due erano stati raggiunti e per orgoglio non volevano essere aiutati a portare i sacchi, tanto che solo Mauro alla fine cedette; e ci trovammo tutti riuniti sul piccolo rilievo per fare la sosta in allegria e a sentire il loro primo racconto; tanto che anche se nell’ombra fredda, non c’eravamo neanche accorti che il sole stava terminando di fare il suo dovere; così che poi trovammo la metà superiore del canalone già nell’ombra con la sua superficie ormai tutta una lastra di ghiaccio.

 Altro che “faremo una bela corsa fin in Rifugio”; dovemmo riaprire i sacchi appena sistemati per prendere fuori le corde, chiodi e martelli, e calzare i ramponi; e poi lo scendemmo quasi tutto in corda doppia per sicurezza. Per nostra fortuna riuscimmo lo stesso a prendere la seggiovia.

Cima della Busazza 2894 m

 Era iniziata la stagione estiva, e l’amico Giorgio Costa aveva ben ricuperato la fatica invernale perché iniziò subito a ripetere le salite che lui teneva in elenco con l’amico Ranni Tullio.
Quel mattino inoltrato di Domenica erano già arrivati nel tratto finale della via Gilberti e Castiglioni sulla parete Ovest; e la in alto la roccia è sbrecciata.In quel momento era lui da primo, e procedeva un poco coperto dalla conformazione della parete. Una caduta di pietre allarmò l’altro che guardò la in alto; e lo vide cadere, e fermarsi lì vicino sulla cengia.
Era vivo, ma malconcio.Tullio allora lo confortò e lo coprì con quei pochi indumenti che erano nei sacchi perché lui doveva scendere dal Monte per cercare aiuto.
Non c’erano altre possibilità che raggiungere la Cima per poi iniziare la lunga discesa fino al fondovalle per dare l’allarme: e compì una vera impresa.
Solo che quella sera, e quando i soccorritori erano ormai pronti si era fatto tardi per tentare di raggiungerlo.
Giorgio, come racconta Beppi De Marzi e I Crodaioli la cantano: l’è resta sulla parete a piangere, solo el vento ghe carezza l’anima.
La mattina: le campane sonava come se fuse festa, don, don; le campane no capise niente … così la chiudono.

                               Bulgaria: Maliovitza - Rila  11 settembre 1972

Giorgio Costa (con l’elmetto) ed Ermanno Predonzan sullo Zabat – dente di cane

Ritornai in Val di San Lucano nell’estate del 1982, e questa volta non per arrampicare, ma per presenziare all’inaugurazione del Sentiero Attrezzato Giorgio Costa per il Vallon de le Scandole che la nostra XXX Ottobre ha ben pensato di far realizzare sotto e lungo le pareti del Monte Agner passando per il Bivacco Enzo Cozzolino.
Per la manifestazione non fu organizzata la Gita Sociale, così io andai con la macchina dell’amico Crepaz, e tutto in un giorno.

 In quella meravigliosa giornata de Croda, la nella Valle, nei pressi della Baita del Tita, Bruno Crepaz tenne il discorso di circostanza.
Finita la cerimonia c’era da scarpinare per raggiungere il posto scelto per la posa della Targa.

 Questa causò selezione, e così con quelli rimasti ci unimmo al Gruppo di Agordo che si erano anche offerti alla sua sistemazione.

    Il tempo per arrivare sul posto scelto, e con altra perdita per sistemarla nonostante il sopraluogo fatto.

 Tanto che a lavoro finito non c’era più il tempo per fare il percorso per noi che dovevamo rientrare a Trieste.