Alpi Carniche: Arrampicate sul Monte Siera 2448 m

Trieste, 1 aprile 2010

                                              Anticima Sud Est

Quante volte, de mulo, in Colonia a Sappada, ho cantato di fronte alla sua parete incombente la mattina presto e prima della colazione: sali bandiera e sventola nel ciel d’Italia nostra, i tuoi colori brillano sull’asta che scintilla …                                              Altrettanto anche la sera, e prima della cena: le squille benedette ci chiamano a preghiera.
Tante volte vedendo la bandiera sventolare su quello sfondo mi esaltavo fino alla commozione.
Un giorno, de grande, m’accorsi che lo spigolo della sua Anticima non era ancora stato salito da quel versante; e io non ero ancora mai stato neanche sulla Cima.
Concordai la salita con Sturm Rinaldo, e anche invitammo a far parte della nostra cordata Manzutto Pino, suo coetaneo e socio della XXX Ottobre, e che era stato in cordata con me nella salita al Pic Cjadenis (Alpi Carniche) sulla via dei Tedeschi. Così, per la nuova salita essendo anche in tre, decidemmo più logico pernottare al Rif. Monte Siera; solo che quel tardo pomeriggio una volta raggiuntolo, c’informarono che non sono attrezzati per questo.
Non mi ricordo come ci arrangiammo per la notte; ma anche questa possibilità era stata prevista, e avevamo portato con noi qualcosa per coprirci.

 La mattina eravamo lo stesso in forma, ma per l’approccio alla parete e per non far fatica, sfruttammo lo sbancamento della pista per lo sci, e senza guardare dove mettere i piedi.
Noi intanto anche studiavamo la sua base per capire dove iniziare la salita, anche perché non sembrava facile con quei tetti.  Solo una volta la sotto è che capimmo il passaggio: il canalino a destra del tetto delimitato da una corta cresta.
Ci tornò il sorriso e formammo la cordata con davanti Rinaldo.
E’ stato proprio così, e Rinaldo trovò a sinistra anche la possibilità per montare sulla breve rampa sopra il tetto ed entrare in uno stretto colatoio che prometteva; e là ci riunimmo esultando xe fata.

 Proseguimmo per lo stesso colatoio all’inizio quasi orizzontale, e fino alla sua dispersione sulla parete lavorata dall’acqua e con macchie d’erba; e per questa raggiungemmo la vasta terrazza a rampa coperta da detriti e neve sottostante l’incombente parete Est che sbarra l’accesso diretto al filo dello spigolo. Non ci sono altre possibilità; noi dovevamo passare a destra.

 Riprendemmo a salire facilmente in quella direzione fino a trovare una confluenza di più canali che ci facilitarono poi anche a raggiungere l’evidente parete a rampa, e da dove vedemmo il filo dello spigolo.

   Così lo raggiungemmo per questa ed un breve colatoio/camino.
Solo che in questo tratto lo spigolo è quasi orizzontale e si salda sotto la parete verticale e liscia formando una terrazza.

 Rinaldo a quella vista esclamò che finalmente s’arrampica.  La sotto facemmo la pausa anche per districare le corde e assicurarci alla parete. Roccia compatta, liscia e con fessure che lo portano a sinistra e dove, sembra, che si può passare, e in quel preciso punto lui iniziò l’innalzamento.
- Un ciodo, xe un ciodo.
Sì, proprio un chiodo, e ancora in ottimo stato. Qualcuno è passato oltre, o è arrivato fino là?
La Storia del Monte Siera non ricorda questo fatto.  Con quell’aiuto inaspettato tutto diventò più facile, e la sopra ci fermammo a commentare l’impensata sorpresa.

 Riprendemmo la salita senza difficoltà lungo la cresta o a lato fino al suo apice di rocce sbrecciate: 7 luglio 1979.
Noi non facemmo su questa la sosta, ci fermammo su quelle rocce rotte solo il tempo per mettere via le corde che non servivano più.

  La Cima del Monte Siera 2443 m ormai prossima e ancora innevata, ci sembrò più accogliente; e fu proprio così.

 Per la discesa avevamo programmato la via per la Cresta SE che lascia a lato la nostra Anticima.
Una volta la sotto sentì il desiderio di tornare, mentre gli amici preferirono aspettarmi.  Una volta riuniti proseguimmo la discesa passando a Sud i tratti difficili.
Non raggiungemmo però la Forca Alta di Siera perché valutammo troppo ripido l’inizio del nevaio. In un punto a noi conveniente scendemmo per il versante Nord e più sotto, come calcolato, trovammo la neve meno ripida e molle che ci consenti anche una bella corsa.

                                               Via E. Comici e Compagni

Quella mattina e mentre ci portavamo sotto lo spigolo, io anche gli informai che sulla parete di fronte, e anche indicandola, c’è la sconosciuta salita di Comici che aprì con gli amici triestini Brunner G., Fabian G. B. e Oppiglia O. all’inizio della sua attività.
Solo che a quella vista l’amico Sturm ci propose sorridente d’andare far quella che la salita in programma.
Non ricordo cosa risposi, ma una volta a casa, e nel tempo che tutto ritorna in mente …

 Arrivò la mattina del 13 agosto 1982. Questa volta però partimmo da Trieste per tempo per essere a Cima Sappada all’apertura della seggiovia; e fummo anche fortunati perché si mosse in perfetto orario.
Solo ancora la pausa d’obbligo al Rifugio … e poggiammo sulle ghiaie all’attacco della via i nostri sacchi perché questa volta gli porteremo con noi perché il terzo del gruppo, che è l’amico Cossutta Armando, ha già percorso la via di discesa per il versante Sud anche in salita, e che abbiamo così scelto anche noi due per conoscerla.

 Rinaldo era tanto impaziente di salire quella via, che una volta formata la cordata che io chiudevo, la iniziò tanto di slancio che in un punto invitante scelse di passare a sinistra.

 Dove per una cengia compatta entrò in ampio diedro con pareti verticali.  Non tornammo indietro da quell’ottimo terrazzino, anche perché vedemmo oltre il primo tratto di parete verticale la possibilità di traversare a destra per rientrare sulla via giusta.

 Fu proprio così, e anche lasciammo l’unico chiodo messo per ricordo.

  Una volta sopra lo strapiombo traversò sopra di noi e girò lo spigolo a rocce facili per far terrazzino; poi senza via obbligata entrammo nel colatoio che è la direttiva della salita.

  In questa prima parte del colatoio non trovammo la roccia friabile che si dice nel nostro ambiente per giustificare la non ripetizione della via.
Così anche più avanti dove è liscia e compatta; poi leggermente inclinata che favorisce il procedere in spaccata dove la chiodatura sembra impossibile, e così fino sotto la strozzatura strapiombante.
Queste sono state le nostre prime osservazioni la sotto.

   Logico è stato poi continuare per la rampa obliqua senza forzare la strozzatura, e fino a trovare la possibilità di salire direttamente aggirando un gradone verticale.
Solo che, e proprio in quel tratto, noi fummo avvolti da nuvole minacciose; ma forse lo eravamo già ma non c’eravamo accorti.

 Così quel finale di salita fu più una fuga per non essere sorpresi dal possibile temporale.

 Una volta in Cima non sentivamo nessun tuono, e neanche lontano? Così decidemmo di fare una pausa veloce, e anche ci togliemmo i caschi.
Sulla Vetta trovammo un supporto metallico con il contenitore del Libro Vetta; e Rinaldo voleva scriverci sopra i nostri nomi lo toccò per aprirlo.
Seguì un’esclamazione di stupore più che di dolore perché prese la scossa.
Non ricordo se poi gli scrisse, ma sì che ci guardammo preoccupati temendo il peggio anche perché i nostri capelli erano tutti irti per l’elettricità che c’era nell’aria.

 Così, e senza aspettare di vedere i lampi o sentire i tuoni, scendemmo veloci seguendo l’amico Armando e trascinandoci dietro le corde fino al prato verde della normale conosciuta, e consigliata anche dal De Infanti.
Noi non c’eravamo neanche accorti, ma durante la nostra fuga le nuvole minacciose e cariche d’elettricità che per più tempo ci avevano tenuto in ansia erano sparite e il sole velato illuminava già la Montagna.

 Noi valutammo che non era il caso di tornare in Vetta; quel piccolo prato verde raggiunto, fiorito e profumato dalle Nigritelle, ben la sostituì per la nostra sosta.