Sui Monti della Val Pusteria

Trieste, 1 marzo 2010

Un giorno leggendo la Berti con l’attenzione, e quella volta rivolta alla Catena delle Dolomiti che delimitano la Val Punteria a Sud, e soffermandomi con più attenzione sul Gruppo Rondoi – Baranci che non conoscevo; e senz’altro mi sarò riletto quanto avevo appena letto sulla sommaria descrizione del Sottogruppo della Rocca dei Baranci; e la tenni bene in memoria per il futuro.

                                        Torrione Innominato 2682 m

Futuro che divenne presente proprio quel giorno di metà settembre, anche se non ricordo che cosa m’invogliò d’andare a tentare quella salita quasi alla fine della stagione.  Ricordo invece bene che quel tardo pomeriggio, ero con l’amico Sturm Rinaldo, presi prima di Sesto, la strada d’accesso alle Vecchie Terme di San Candido che inizia sulla strada scendendo dal Passo Monte Croce Comelico, e dove subito posteggia, e prima della strada bianca. Sacchi gonfi in spalla con l’occorrente per il bivacco programmato nei fabbricati delle Terme; e via. Ben presto l’asfalto divenne sterrato e così fino all’ampio pianoro ghiaioso delle Terme che potevamo raggiungerlo con la macchina.
Così iniziammo a controllare i fabbricati tutti costruiti in stile di quelli anni; e che gli vedemmo ancora in ottimo stato, e tanto che tutte le porte e gli scuri erano ben chiuse per sicurezza.
Niente da fare; e così anche incoraggiati dalla bella e calda giornata, con il sole prossimo al tramonto, decidemmo d’andare verso il Torrione cercando un posto adatto per stendere i sacchi piuma.
Solo che il pianoro era attraversato da rigagnoli d’acqua che noi vedevamo fuoriuscire in più punti dal terreno dell’ampio pianoro.
Noi increduli di tanta abbondanza, e come San Tommaso, provammo prima a sorseggiarla per scrupolo che confermarono che é proprio la decantata acqua; e lo ripetemmo anche più volte per farci la bocca; e via a cercare il posto dove stendere i sacchi piuma.

 Lo trovammo ormai al crepuscolo, ed era l’ultima isoletta d’erba sul ripido ghiaione sottostante la nostra meta. Fu anche un bel bivacco; solo che all’inizio io stentavo a prendere sonno, e sentendo il mormorio dell’acqua che scorreva in basso mi era venuta la voglia di bere quell’acqua che m’aveva fatto la bocca; e noi avevamo una sola boraccia, e anche per il giorno dopo; un tormento da purgatorio. Il primo sole illuminò in parte la parete che noi vedevamo di fronte per la prima volta.
Fummo anche sorpresi perché non la immaginavamo così frazionata in tante cime; e poi con quel profondo canalone che la divide in due parti distinte; e la in alto solo l’imbarazzo di scegliere che Cima salire.
Ancora e solo il tempo d’ammucchiare quello che non serviva per la salita, e di mettere qualcosa nello stomaco.

 Lungo l’approccio decidemmo di salire la Cima più alta, e per il logico canalone; ma una volta la sotto.
No, non ne conviene entrar nel canalon perché el fondo xe tutto coverto de iazo.
A sinistra una parete a rampa di un corto torrione a sentinella c’invitava a salirla; noi non lo rifiutammo, e la sotto formammo la nostra cordata.

 Non poteva essere altrimenti; solo che la sopra e al suo termine, Rinaldo voleva che continuassimo su quella vergine struttura.
Ferma tutto; e ci scambiammo le nostre opinioni.
Alla fine, e dopo aver visto quanto c’era sopra, e che noi quel giorno non eravamo preparati per affrontare le difficoltà, non restò che il primo programma di seguire il canalone iniziale; e che è subito sotto di noi ampio, poggiato e invitante tra pareti verticali di roccia liscia e compatta.

 Una volta la dentro seguimmo il canalone fino sotto una parete liscia, e che impegnò l’amico anche perché il passaggio non era chiodabile; e montammo su una larga terrazza coperta da detriti e cosparsa da grossi massi sotto la parete strapiombante.

 La percorremmo fino a trovare la possibilità di continuare la salita per una serie di camini.

 Una volta giunti sotto la parete della cima vedemmo che anche questa è divisa in due parti da uno stretto camino che man mano s’allarga; e quando si presentò il momento di decidere su quale parte continuare, Rinaldo scelse di salire su quello a destra, e lì in Cima costruimmo l’ometto e anche decidemmo di chiamarlo Torrione Innominato, come riportato sulla Berti; 16 settembre 1977.

                                      

Avevamo tempo e stavamo già concedendoci una lunga sosta contemplativa.          Guarda qua, guarda là e subito sotto vedemmo il canalone che s’origina dalla Forcella che ci stacca dalla Cima Est dei Baranci ancora coperto di ghiaccio vivo e come non bastasse anche molto ripido.
Lo avevamo programmato per la discesa, ma noi eravamo senza ramponi e non potemmo certo sottovalutare il rischio.
Senza cercare altre possibili vie di discesa, decidemmo di raggiungerlo più in basso dove sarà meno ripido.
Così ben presto iniziammo a scendere in traversata per il susseguirsi delle cenge, all’inizio coperte di detriti. Iniziarono a distanziarsi fino a dover ricorrere alla corta calata in corda doppia, anche perché avevamo valutato che la sotto saremmo passati facilmente.
Peccato di gioventù; e non fu così. Oramai era fatta, e poco dopo un’altra calata e così via fino a raggiungere il canalone ormai quasi senza ghiaccio.

Lo scopo era quello, e tutto e bene quello che finisce bene; ma avremmo preferito una discesa meno laboriosa. Sarà per un’altra volta; lo promettemmo per consolarci?   Qualche anno dopo in ufficio l’amico Fulvio Lakovig, che è anche socio della XXX Ottobre e uno del gruppetto di colleghi che portavo saltuariamente in Gita, tornato dalle Ferie mi raccontò che con la moglie e durante un giro intorno all’abitato di S. Candido di essere capitato alle Vecchie Terme; e poi proseguendo per il sentiero segnalato di essere arrivato sotto a dei monti a lui sconosciuti.
Solo che avevano anche fatto il giro per provare la sua nuova macchina fotografica munita di zoom e pellicola per diapositive.
Così le estrasse dalla scatoletta perché le vedesi per dirgli il nome: la Rocca dei Baranci, e il nostro Torrione Innominato.
Quella me la regalò.