Una nuova esperienza

                                                                                 Trieste, 1 febbraio 2010

Quella sera a casa dell’amico Cossutta Armando, oltre che al Campanile di Val Montanaia per come descritto e presentato da Walter Pause nel suo libro, un pensierino fu fatto anche per la salita del Pizzo Badile per lo spigolo Nord; e anche per la difficoltà che si rassomigliano.
La riuscita salita del primo ci assicurò che eravamo anche capaci di salire il secondo, e così il pensierino divenne concreto, tanto che lo mettemmo in programma per il mese di luglio che lui prendeva le ferie.

Il Pizzo Badile 3308 m

A metà di quel mese, un giorno, andai a casa sua per definire il programma per i cinque giorni totali messi a disposizione per la trasferta e salita, e così anche fissare la data di partenza. Tutto era stato elementare; restava solo l’incognita per trovare la macchina che ci portasse in Svizzera considerando che la nostra necessariamente restava in Italia. Questo perché sul Monte passa la linea di confine; la via sale lo Spigolo rivolto alla Svizzera, e per la via normale si scende in Italia; per l’appunto.
Seguì un lavoro di meningi …
- e xe telefonasimo fora alle Terme de Val Masino?
- … e aspettate un momento che vi passo la signora Vera che si occupa di questo.    Così la gentile signora, una volta sentita la nostra richiesta, ci assicurò “no problem”, e chiese solo per che ora arriveremo alle Terme.                                                                Quel giorno invece arrivammo per mezzogiorno invece che per le ore 13, e anche l’incontrammo, ma purtroppo era di fretta; e così, e grazie all’interessamento della stessa, che anche ci assicurò che aveva un debole per i triestini (come alpinisti), mettemmo l’auto al riparo in una piccola costruzione “in stile” e anche pranzammo nella “sala grande” con anticipo sull’orario, e con le posate d’argento. Intanto era arrivato anche il giovane con la sua macchina che si prestava a questo servizio.
Passato in un attimo il Confine del nostro Stato (Italia), restava ancora quello dell’altro (Svizzera).
Un’occhiata nell’interno; i sacchi d’arrampicata o conoscevano il giovane.
- Andate in Montagna? Alla nostra conferma e dove, il doganiere c’informò di stare attenti perché in quei giorni ci sono stati dei forti temporali, e qualcuno è stato anche colpito dai fulmini sul nostro Monte.
A quell’avviso guardammo dai finestrini dove vedemmo le prime alture con la propria nuvola; ma niente di preoccupante; e via verso Bondo a prendere la carrareccia che accorcia il sentiero.
Salutammo il giovane; da quel momento era compito nostro per rientrare in Italia come alpinisti, e per questo seguimmo il sentiero per il Rifugio di Sass Furà, base d’appoggio per la nostra salita.
Quelli della Dogana avevano avuto ragione, e come ogni pomeriggio il cielo si coprì e iniziò a piovere; per nostra fortuna poca cosa.
Levammo lo stesso dai sacchi gli eskimo; solo che il mio è invece quello della figlioletta Ester.
La mia Heydy nel darmi una mano a preparare il sacco, non aveva valutato l’ingombro, e anche perché sono tutti due rossi come rossi i sacchetti che gli contengono.
Non rinunceremo certo alla salita per questo; e non mi restò che butarla in rider…

Arrivammo al Rifugio con il sole; ma non si sa mai. Così il mio primo pensiero era stato di fotografare il Monte Badile dove ben si evidenziava lo spigolo che dovevamo salire. Entrammo, e subito notammo la differenza con i nostri; e non si capiva chi fosse il gestore tra i presenti ai tavoli perché al piccolo banco non c’era nessuno?
Ci accomodammo anche noi tentando di risolvere il rebus; e come lo risolvemmo non ricordo, ma sì che lo gestivano due ragazze.
Nei nostri sacchi c’erano gli alimenti, ma i soliti viveri per le soste in Cima perché noi contavamo di rifarci nei Rifugi per non appesantire il carico; e alla nostra richiesta di una spartana cenetta ci risposero che non é come in Italia, e che loro forniscono solo bevande calde.
Solo che una delle due, sentito che eravamo triestini, si accomodò al nostro tavolo ed iniziò a chiedermi, dopo che l’avevo risposto che ben la conoscevo, tutto quello che sapevo sulla nostra Tiziana Weiss.
Doveva essere italiana e probabilmente anche me lo disse e di dove. Lei aveva iniziato ad arrampicare, l’ammirava, la leggeva e voleva riuscire come Tiziana.
Così, tra una ciacola e l’altra, saltò fuori anche una minestra liquida ben calda; e ben accettata!

Uscimmo dal Rifugio una prima volta che era ancora buio; si vedeva qualche stella, ma rinunciammo a muoverci rientrando subito imitati dalle cordate che avevamo messo in allarme.
Alla seconda il cielo era chiaro, e potemmo anche vedere le strisce di nuvole lavorate dal vento. – “Ogi o mai più”; pronosticai.
Quel vento in quota ci avrebbe assicurato un margine di tempo tanto da riuscire a compiere la nostra salita; così chiudemmo il dilemma. I nostri preparativi avevano incoraggiato anche le altre cordate, e così non eravamo i soli lungo il sentiero d’approccio allo spigolo; e alcune, solo straniere, anche ci sorpassarono.

Le raggiungemmo sotto lo spigolo, e che aspettavano a loro volta d’attaccare la salita.

  La “sosta forzata” fu ben accetta perché ci consentì da quel belvedere di contemplare il mondo di roccia e ghiaccio a noi sconosciuto, e prima che le nuvole iniziassero a nasconderlo: che meraviglia.

Iniziammo la salita che dietro a noi c’era una sola cordata di tre alpinisti che necessariamente non potevano essere più veloci.

Questo ci garantiva di goderci la salita e a commentare i passaggi ad ogni lunghezza.

   

 Così il traverso a destra per aggirare lo spigolo strapiombante, tanto chiacchierato per l’esposizione.

  Eravamo ormai alti e stavamo per superare la Cima Turbinasca che con la nostra racchiude il tormentato ghiacciaio.

  Intanto le nuvole s’erano compattate e puntavano verso la nostra Montagna.

 Improvviso un tuono che pareva un boato; e che ci dette la carica anche perché l’amico sentì la scossa della scarica elettrica caduta sulla Montagna.
Con la montagna tutta intanfanada e la scarsa vivibilità non c’era da perdersi sullo spigolo; e che noi seguimmo fedelmente anche nei tratti difficili … trovandoci tutti soli in Cima: 20 luglio 1976.

 Non c’era nessuno. Solo noi, spuntoni di granito e una stele di pietra bianca che spiccava nelle tenebre.
Decidemmo lo stesso di fare la sosta per mangiare almeno qualcosa.
Ci aspettavamo intanto che arrivasse l’altra cordata.

 Niente? Piovigginava; e via verso l’Italia. Raggiungemmo gli svizzeri in discesa alla Croce Castelli e Piatti, e dove stavano preparando la calata in doppia.
- … e così noi abbiamo seguito una variante che evita la parte finale dello spigolo; c’informarono. Nelle tenebre incombenti, tutto era stato chiarito.
Erano della gendarmeria, e stanno facendo pratica.
Solo che erano impacciati e non capivano come passare le corde con perdita di tempo. Senza dire ai e bai, io preparai la calata e anche il passaggio della corda sulla spalla e a tutti e tre … e tante grazie, e anche perché, una volta arrivati di corsa al Rifugio Gianetti, si scatenò il vero temporale.

 Il temporale era passato, e nell’attesa della cena uscì a fare un giretto a guardare i Monti, e augurandomi che il bel tempo si mantenga per alcuni giorni.
Durante la cena il mio amico non mancò di mandare agli svizzeri un fiasco di vino in segno di fratellanza alpinistica: termine formulato dai Grezi.

  Immancabilmente una mattina splendida; e noi non potevamo certo perderla con il Pizzo Porcellizzo che era un invito.
Ricorremmo alla Guida, e per non far fatica scegliemmo di salirlo per una facile via che inizia dal soprastante Passo Porcellizzo Nord.
Lo raggiungemmo lentamente anche perché pernotteremo ancora al Rifugio.                Solo che dall’altro versante vedemmo un mare di nuvole nere che stava montando.

 Non c’era scampo; eravamo arrivati lì lentamente, e altrettanto per rientrare in Rifugio con le nuvole che prendevano possesso del cielo.
Solo che la sarabanda di tuoni, lampi e saette e con tanta pioggia la sera durava ancora, un brutto segno, e continuò ancora durante la cena e la notte con l’immancabile squillo del telefono ad ogni scarica elettrica: un vero supplizio.
Solo verso l’ora dell’alba cessò di piovere e lo squillare, e al primo chiarore guardammo dalla finestra. Eravamo sommersi dalle nuvole. Così, e senza tirarla per le lunghe, decidemmo l’immediata ritirata.
Arrivammo a Trieste il tardo pomeriggio. Quel venerdì sera in Sede eravamo numerosi, ed io avevo già annotato la nostra salita sul Libro del Gruppo Rocciatori.

 Arrivò anche l’amico Bruno Toscan che con tutta probabilità avrà visto il Libro sul tavolo. Era in uso tra noi farlo una volta in Sede, e deve aver dato anche una scorsa perché, notata la mia presenza, mi affrontò con il sorriso sulle labbra facendo l’arrabbiato e dandomi del ”roto boro fortunà”.
Così, e presenti anche quelli richiamati dalla sua uscita, subito raccontò che con altri del Gruppo nella sua auto erano arrivati fino alle Terme per tentare il Pizzo Badile; solo che trovarono brutto tempo e chiesero subito informazioni.
- … sì, in quota c’è già una mezza spanna di neve fresca.
Era lo stesso giorno della nostra ritirata; e così anche loro dovettero fare altrettanto.