Scorribande in Montanaia

Trieste, 1 gennaio 2010

Sfogliando il mio quaderno dove riporto, salvo alcune eccezioni, solo le salite concluse in Cima, quelle dell’anno 1976 non occupano neanche una facciata di pagina?
Poi mi sono ricordato del terremoto in Friuli, e delle sue distruzioni che in quell’anno hanno frenato la nostra corsa alle Montagne; e della mia settimana di Ferie trascorsa nel Campo di Lavoro di Attimis, in giugno, allestito dell’Associazione Nazionale Alpini di Trieste, invece di essere con la famiglia in ferie a Grado.
In questa stagione io facevo ormai cordata fissa con l’amico Cossutta Armando anche perché concordammo di fare le nostre Gite il sabato, e senza la ricerca delle difficoltà.    La domenica per la famiglia.
Per il mio alpinismo di ricerca contavo sempre sulla disponibilità di Priolo Roberto e Sturm Rinaldo; e con gli amici del GMA. Gruppo Modesti Alpinisti.
Per conto mio continuavo a frequentare la nostra palestra naturale della Napoleonica per essere atleticamente preparato.
Un giorno a casa sua, guardando e considerando quanto proposto da Walter Pause nel suo libro “100 Scalate Classiche”, e che lui aveva ricevuto in regalo, scegliemmo proprio la salita del Campanile di Val Montanaia.

 Probabilmente a determinare la mia scelta deve essere stato anche il ricordo che quella volta …..

Il Campanile di Val Montanaia

    Sarà stato nella primavera del 1959 o 1960, anche perché non mi ricordo del Bivacco, e che noi Grezi partecipammo all’esercitazione di Soccorso Alpino proprio sul Campanile; ideale poi per la calata del ferito in barella dal ballatoio.
Così quella mattina davanti il Rifugio eravamo numerosi, e non solo per l’esercitazione.
Era in atto la motorizzazione; e in quelle stagioni, nelle sere in Sede, noi prestavamo attenzione ai racconti dei Grezi motorizzati che magnificavano la sua salita e discesa; la corda doppia di 40 metri nel vuoto! Così anche le imprese per raggiungere il Rifugio Pordenone con gli scootter dal paese di Cimolais; vere storie d’approcci avventurosi; alcuni e tutto in un giorno.                                                                                                   Solo che non ricordo come arrivammo e se dormimmo al Rifugio Pordenone, mentre mi ricordo molto bene che quella mattina tutti si erano caricati sulle spalle chi la corda chi sezioni della barella e altro ancora, e così io, nello slancio dell’entusiasmo, mi caricai il bastino con il cavo già avvolto che faceva bella mostra di se ormai solo; un bel peso! Così anche lungo la salita del Campanile assicurato a due corde, e fino al ballatoio. Lassù a qualcuno che anche avanzava, ci propose che prima d’iniziare l’esercitazione, raggiungessimo prima la Vetta.
Solo che non mi ricordo il risultato, e alla partenza della calata eravamo quasi tutti.
Su quel vuoto l’esercitazione si svolse regolarmente, ma in completa e sana euforia e battute di spirito; e grazie anche al sacrificio dell’infortunato Franco Remigio (tre otavi) che è stato al gioco.
Varda sti Grezi de Val Rosandra, ostia che ganga che i ga formà.

 La fortuna aiuta gli audaci, e quella mattina, anche se la carrareccia lasciava a desiderare, posteggiammo sotto il Rifugio Pordenone che era ancora chiuso.

Favoriti all’inizio della buona giornata, la salita procedette regolarmente e in letizia fino sotto “al babau” della fessura Cozzi.

Armando si sistemò bene a far sicura, e via con un poco d’ansia, e che ben presto ero già oltre il chiodo di terrazzino.

La traversata la facemmo in allegria, mentre la partenza della lunghezza successiva c’impegnò alquanto; e così anche le altre volte che sono salito sul Campanile da secondo?
Restavano ancora le rocce finali facili ma rotte.

 

Quel giorno, 30 maggio 1976, non potemmo suonare la campana perché in cantiere.

Sosta breve per la minaccia di pioggia.                                                                            Facemmo a ritroso la salita fino in ballatoio, poi passammo in versante Nord per le calate in doppia, e che levai dal sacco la necessaria seconda corda.

  Il Rifugio era sempre chiuso, ma noi l’avevamo previsto ed eravamo già forniti per fare bisboccia.

 Un giorno Lusa Sergio (Sem), uno dei “veci” del Gruppo Rocciatori e che lo aveva già salito una ventina di volte, mi chiese se mi aggregavo a fargli compagnia sul Campanile.
Motivava di aver promesso di far cordata con uno dei tanti nostri soci e amici che frequentano la montagna, e che io conoscevo incontrandolo in Sede.
Solo che questo portava anche un suo amico alle prime esperienze; e la mia adesione avrebbe consentito di formare due cordate, e così velocizzare la salita!
Andammo con la macchina dell’altro, e nel viaggio, mentre ci raccontavamo un poco di tutto, lui c’informò anche che fa il tassista: così lo battezzammo Marino taxi.
L’altro, più giovane, e che non conoscevamo e perciò taciturno, si era presentato con un nome che ricordai d’averlo sentito nella mia fanciullezza.

 Io ero in cordata con Sem e come d’accordo stavamo davanti.

  Eravamo tutti ben preparati ed il bel tempo ci consentì di goderci l’arrampicata, e una volta in Cima, non c’era nessuno, suonammo la Campana: 7 giugno 1993.

Per noi tre la prima volta.

 Lassù anche chiesi al giovine notizie sul suo cognome.
- Sì, anche il mio papà alla fine della guerra è stato ospite all’Asilo Speranza delle Suore Canossiane.
Non mi ero sbagliato perché ero stato anch’io.
Restavano solo le discese con le corde doppie.

      Suonammo la Campana anche il 10 ottobre 1999, ed eravamo in tre.

 Solo che questa volta Sem m’aveva chiesto il favore di venire con il compito di chiudere la cordata per seguire e controllare le manovre di sicura nei terrazzini perché il giovine Davide ….., un suo lontano parente, era alle prime salite. In quella giornata di eccezionale bellezza, la salita ci fu disturbata dalle tante cordate che erano già in parete e che facevano ressa nei terrazzini; e così anche in Cima.

A ricordo

   Ritornava, e si fermava a Trieste solo per un breve periodo alla fine dell’inverno o all’inizio primavera dopo la stagione di maestro di sci sugli impianti d’Oropa – Biella.
Poi spariva improvvisamente impegnato in altre attività e fra queste quella di Guida Alpina.
Così io posso dire di non averlo quasi conosciuto anche se ci davamo del tu.               Sono state poche le sere che c’incontrammo in Sede oltre qualche Domenica in Val Rosandra, e senza far cordata, per l’appunto.
Quelle volte accettò con il sorriso la compagnia rumorosa di noi Grezi perché, credo, poco cambiava nel nostro “comportamento” con l’alpinismo trasmessoci dai “Veci”; e con rispetto.

 Nell’anno 1960 tra le tante Gite messe in programma dalla “XXX Ottobre”, una comprendeva la sosta per la notte nel paese di Valbruna.
Tra i tanti giovani che gironzolavano per la Valle in quella stagione, uno conosceva bene il mio amico grezo Zaccaria Benito che lavorava in ufficio con la sua sposa.
Un giorno me lo presentò: Tomaselli Franco; … e te lo racomando!
Dormimmo alla Casa Alpina di Valbruna, e la mattina presto del 7 agosto 1960, c’incamminammo per salire il Jof Fuart 2666 m lungo la gola di Nord-Est.

 Al Rif. Pellarini, e dopo quella tirata, la sosta era d’obbligo, ed entrammo. Nella piccola sala ritrovo uno dei pochi tavoli era già occupato da quattro alpinisti.
Volsero il loro viso verso di noi per rispondere al nostro saluto; uno era Giuliano Perugini che indossava una maglia di colore rosso arancio. Degli altri, forse, qualcuno per averlo visto in Val Rosandra.
- … e andiamo a fare lo Spigolo Nord-Est del Jof Fuart.
Erano alla fine della colazione; ancora i saluti con l’augurio d’incontrarci in Cima o nel ritorno in Rifugio.

 Noi eravamo arrivati sul Piccolo Jof e dovevamo entrare nella gola.
Cercammo i nostri amici sulla parete ben illuminata dal sole, e anche se in quattro erano già alti sulla parete e tendevano verso lo spigolo con il primo in maglia rosso arancio.
Ci salutammo con i nostri ooh-plop, ed entrammo nella gola.
A salita fatta e nel ritorno il primo pomeriggio, noi eravamo ormai nei pressi del Rifugio, io volli fare una corta deviazione per andare a bere la fresca acqua della sorgente.
Poi scendemmo dritti per il suo canalino sul sentiero a valle del Rifugio.
Solo ancora alcune decine di metri, e dove il sentiero ha uno slargo, questo era occupato da un contenitore metallico per una salma in uso dal Soccorso Alpino.
- Sarà per qualche esercitazione; concludemmo nel vederlo così abbandonato; e andammo in Rifugio.
Lui era lì dentro; e loro stavano aspettando ….

Passato il paese di Cimolais, e nonostante che con il camion attrezzato della Gita Sociale fossimo riusciti, a nostro rischio, a percorrere un tratto della carrareccia, quel sabato sera giungemmo lo stesso al Rifugio Pordenone con la luce delle lampadine.  C’era già gente, e con il nostro arrivo non ci si poteva più neanche a muovere.
Di trovare ancora qualcosa di caldo da mangiare era impossibile … e non ci restò che il problema per trovare un posto per dormire.
Per questo c’era un’unica stanza con due ripiani di tavole sulla parete lunga.
Nella scarsa luce riuscì a sistemarmi sul superiore e tra due corpi. Uno era di una ragazza che incontrerò  nelle prossime stagioni con la sorella nelle Alpi Giulie in compagnia di Ignazio Piussi. Le vedevo anche quando passavo al distributore AGIP sulla strada di Villa Santina.

   Non era una bella mattina e le Cime più alte anche coperte da nuvole.

 Contrariamente che in Rifugio, alla Cerimonia intorno al Bivacco non eravamo in tanti.Noi avevamo anche portato il materiale d’arrampicata per non perdere la giornata.Intanto il tempo stava peggiorando e i colpi di vento portavano anche qualche goccia.
Cerimonia mesta e frettolosa, con le lodi per la costruzione del Bivacco che servirà agli alpinisti ….. e anche per salire le altre Montagne intorno ancora poco conosciute.
Seguirono gli applausi sentiti per dimostrare che tutti sono stati d’accordo.
Alcuni iniziarono subito a scendere perché “é lunga fino a Cimolais a piedi”.
Altri tempi, e menti.                                                                                                             Solo che ultimamente qualcuno non vuole più il Bivacco; per l’appunto.