La prima Montagna a Sud

Trieste, 1 dicembre 2009

 

     Nel corso dell’anno 1964, il mio amico grezo e compagno “de gita” Armando Corvini e che si era trasferito per lavoro nel Veronese, un giorno, durante una visita a Trieste, mi comunicò che era ormai in partenza per l’Australia a cercare fortuna; e per ricordo mi regalò il suo elegante elmetto d’arrampicata, che l’aveva barattato con il suo di lavoro giallo e a coste, come tutti noi del Gruppo Rocciatori, con un alpinista tedesco durante una gita in Tre Cime.
- Tanto a lui in Australia non sarebbe servito; mi disse. Solo che lui era anche proprietario di una copia della Guida Berti e che proprio in quei giorni l’avevo io in prestito. Lui voleva portarsela dietro, ma io ambivo troppo a tenerla.
Mi discolpavo che anche questa a lui in Australia non sarebbe servita; e così “de rifa o de rafa” la Berti restò in Italia.

 La leggevo spesso, e con più interesse per il Gruppo del Popera, ora diviso in Settore Nord occidentale e Settore Sud occidentale.
Così a chi potevo ora proporre la salita della sconosciuta durante la stagione estiva quando tutti guardano mete più ambite. – Niente, la tengo in mente magari per una gita giornaliera da farsi nella stagione morta. Così mi promisi.

         Una decina d’anni dopo …..

Monte Aiarnola 2456 m

Potrebbe anche non essere stata la crisi energetica nazionale che in quel periodo dell’anno c’imponeva la circolazione “a targhe alterne, o a giorni pari o dispari”; ma la decisione di fare lo stesso la Gita in Montagna, nonostante che il colonnello di turno prevedesse per quel giorno il passaggio di una breve perturbazione, mi da quasi la certezza.

 Sì, io l’avevo già programmata per la Domenica canonica 17 novembre, tenendo conto dello scarso innevamento seguito da un paio di settimane di bel tempo, e così, anche se quella mattina presto il cielo era coperto, partimmo cascasse il mondo; e non mi ricordo chi era il proprietario dell’auto dei due amici: Canciani Guido o Marega Luciano. Passata da qualche tempo la città di Udine prese a piovere, ma poca cosa; e così, con una deviazione, entrammo nella vicina Jugoslavia a fare il pieno a minor costo.  Avevamo deciso di prendere la più diretta strada passando per Sappada, e una volta superatala e scesi a S. Stefano di Cadore entrammo nel Comelico, e così fino al bivio di Campitello dove prendemmo la strada per Danta, era la prima volta, e subito sopra raggiungemmo il Valico di Monte Zovo a m 1476, e l’Albergo ormai chiuso, e dove, per non sbagliare gli approcci all’Aiarnola, anche posteggiammo.  Non si vedeva un bel niente per orizzontarci, e così in versante Padola prendemmo la prima carrareccia a fondo naturale che s’inoltra nel bosco augurandoci che sia la giusta. Probabilmente ad un bivio seguimmo l’altra che ci faceva comodo; solo che questa si dilungava a lato e senza prendere quota. La maggioranza insistette per proseguire, ed avevano ragione perché più avanti imboccammo un’altra a sinistra, e che lentamente diventò sentiero in salita su terreno smosso e più avanti anche aperto e con più luce. Credevamo dì essere presto al Lago omonimo, invece su un masso trovammo una piccola scritta in vernice rossa, “Aiarnola“, e una freccia, con a lato l’inizio di un sentiero sul ripido ghiaione. Alla domanda se porta al lago o al monte concludemmo “che per intanto andemo a veder”; e così arrivammo su un pianoro coperto da bassa vegetazione e cosparso di massi. Allora l’indicazione era per il Monte e non per il Lago; solo che le nuvole che si muovevano mosse dal vento al livello del pianoro lo nascondevano tutto. Trovato il posto comodo, decidemmo, anche perché continuava ad intermittenza a piovigginare, di non pensare più alla salita ma di riempire lo stomaco. In quel momento eravamo intenti a levare dai sacchi i desiderati alimenti e vivande; io guardavo anche una pronunciata macchia di neve che usciva da sotto le nuvole. Un forte colpo di vento le alzò quel tanto ….. Quel poco di striscia di neve che vidi salire da questa mi convinse che era il fondo di un canalone; la via di salita riportata nella Berti.  Agli amici ormai non interessava più la salita anche perché si era fatto tardi; così io rinunciai in quel momento alla sosta per andar a vedere da vicino quello che speravo, e senza prender niente con me, mi diressi veloce verso la neve. Era proprio il fondo di un canalone, e che prometteva. Aggirai allora il primo tratto sulla destra fino a dover entrare nel fondo innevato, e per quel che vedevo più avanti senza presentare ostacoli. Non ero attrezzato, ma no ci pensai due volte, e dopo aver fatto i miei calcoli sulle ore disponibili, iniziai veloce a salirlo sperando che mi portasse in Vetta. Durante le pause per regolare il fiato ed i battiti del cuore, guardavo le incrostazioni di ghiaccio che brillavano come diamanti sulle pareti colpite dai raggi del sole che filtravano tra le nuvole dense mosse dal vento.  – Nella notte dove essere caduta pioggia ghiacciata; mi dissi.  Il canalone iniziò a farsi stretto, ripido e pieno di nebbia. La non arrivava nessuna luce e/o follate di vento, ed io senza vedere avanti come proseguiva. Per un attimo fui anche tentato di rinunciare, ma superatolo, con l’ultima tirata arrivai alla forcella.

– E adesso? A destra continua un pianoro in salita tutto coperto di neve e dall’altro lato gradoni rocciosi innevati. Per me era logico che per arrivare in Cima ci sono ancora da superare le roccette finali; e presi a salirli. Ancora una breve pausa per prendere fiato, e contemporaneamente guardai intorno anche perché in quel momento le nuvole erano state aperte dal forte vento. Dall’altra parte c’era il pianoro innevato intravisto con la Croce coperta di ghiaccio latteo che risaltava sullo sfondo di nuvole scure. Tornai veloce alla forcella da dove non vedevo la Croce; e così altra fatica lungo il ripido versante innevato fino a veder finalmente la Croce sostenuta da fili di ferro, e anche questi coperti di ghiaccio. Una volta in Cima non badai più alla Croce, ma mi portai subito sul suo bordo con il vuoto colmo di nuvole ribollenti frenate dal vento per annunciare agli amici con alcuni ooh-plop la mia vittoria. Invece per il fiato ansante uscirono dei suoni che sembravano più ai richiami del gracchio; e oltre al vento mi rispose il silenzio montano. Ero sempre lì fermo; desideravo tanto fare una pausa, ma la crosta di ghiaccio copriva tutto, e non avevo niente da mettere nello stomaco per farmi compagnia. Sentivo freddo quando il vento colpiva le parti del corpo coperte dal sudore. Un brutto momento, accentuato anche dal sentirmi solo, tanto che avrò borbottato qualcosa.- E mi?    Guardai immediatamente alle mie spalle per vedere chi mai mi avesse risposto.   Niente; c’era solo la Croce scossa dai colpi di vento. Provai turbamento; un segnale per iniziare la discesa, e il più veloce possibile seguendo le mie sicure orme nella neve.  Ben presto iniziai a pensare anche di salirla d’inverno; e per quel canalone che non è riportato nella Berti come via di salita. Arrivandovi la sotto per il logico sentiero che trovammo quel tardo pomeriggio per scendere dal pianoro e fino al Valico. Passo.   Sempre con condizioni di scarso innevamento perché non ho mai imparato a sciare.

                                                              Invernale

Inizio inverno 1975/76; la neve era nelle condizioni desiderate, e questa volta senza cercare con chi andare perché avevo già parlato, e più volte, di questa possibilità con il mio compagno di varie salite Cossutta Armando. A lui subito dopo il Santo Natale andava più che bene, e veniva anche la sua compagna Felluga Rosanna. Conoscendo la salita, al posto delle piccozze considerai più utili portare i bastoncini da sci, e così quel pomeriggio che ci fermammo a Udine per loro, oltre ai bastoncini, acquistarono anche i ramponi per lei.  Lungo la strada del Comelico, e poco prima del paese di Padola, trovammo l’albergo giusto per dormire e cenare; solo che dovevano ancora mettere ordine perché, e lo vedemmo, era appena terminata una festa. Così, e per occupare l’attesa scendemmo a Padola, e chiedendo di lui, io andai anche a salutare il giovane Dall’Osta che ci venne a prendere al Campeggio del Vecellio.  Quella mattina iniziò proprio bene perché, anche se l’Albergo al Valico di Monte Zovo quel giorno fosse chiuso, parte dello spiazzo antistante era stato battuto togliendoci così il pensiero dove parcheggiare la macchina.

 Alla luce delle lampadine trovammo subito l’abbassamento della neve della carrareccia e la seguimmo dritti ignorando i vari inviti a lato; e così anche assistemmo al graduale sorgere del sole sulla parete del nostro Monte, la in alto e davanti a noi.

 Sì, anche perché era la prima volta che lo vedemmo; anche se io avevo avuto la fortuna di vedere il versante Ovest dalla Croda Grigna, sopra Auronzo. In tutto quel fuoco spiccava la linea bianca del nostro canalone; pareva impossibile. Raggiunti i pascoli, e subito sotto la prima altura boscosa c’è l’inizio del sentiero percorso in discesa dal pianoro. Cerca e cerca, la trovammo a lato di un fienile notando l’abbassamento della neve; poca cosa, ma sufficiente per capirla, e proprio all’inizio del ripido.

 Non ricordo che cosa esclamai in quel momento, ma solo trovandola per noi c’era una possibile certezza di salire l’Aiarnola; e via, cercando d’interpretare il possibile percorso del sentiero sotto la neve.

 

Usciti dal bosco fu ancora più facile avendo sempre davanti la nostra meta, e una volta sul pianoro puntammo decisi nel canalone.

 Ancora una pausa sosta al riparo di un grosso e invitante macigno e iniziammo la sua salita.

  Le condizioni della neve erano proprio quelle attese, e così noi non sprofondavamo mai oltre le ginocchia.

 

Solo la in alto e dove il canalone si restringe, i gradoni coperti di neve ci chiesero maggior impegno.

 Dalla Forcella non vedemmo la Croce perché coperta dal primo tratto del ripiano che non ricordavo tanto ripido.

 La raggiungemmo lentamente anche per non sprofondare nella neve modellata dal vento nei colori del tramonto ormai prossimo.

          La sotto facemmo la nostra sosta: 29 dicembre 1975.