Monte Giralba di Sopra

Trieste, 1 novembre 2009

 Pilastro d’Angolo 2604 m

Il tentativo

Deve essere stato l’ultimo martedì del mese di settembre, e non il venerdì, giorni che noi rocciatori avevamo stabilito per ritrovarci la sera in Sede della “ XXX ottobre “.
La Sede era quasi vuota ed io approfittavo di quel silenzio per leggere sulle ultime Riviste Sezionali arrivate le rispettive Rubriche: le “Nuove Salite”; e questo perché volevo essere sempre aggiornato su quello che era stato fatto e salito nelle ultime stagioni sulle nostre Montagne, e con particolare interesse sui Monti d’Auronzo.

 Neanche farlo apposta quella sera entrò proprio l’amico Priolo Roberto; e pensare che negli ultimi mesi poche volte ci siamo incontrati, tanto che ho dovuto cercare un altro compagno di cordata: il giovane Sturm Rinaldo.
Lui guardò in giro per le stanze se c’era qualcuno, poi non essendo presenti altri rocciatori e passando davanti la stanza di lettura mi salutò di fretta.
Solo che contemporaneamente ebbe un ripensamento, e così …

 All’inizio il dialogo era controllato; poi ci lasciammo andare come ai bei tempi contandoci un poco di tutto e lui anche chiedendomi come ad ogni nostro incontro, se qualcuno avesse ripetuto la via che abbiamo aperto sul Campanile dei Zoldani.

 Alla mia risposta negativa quella sera lui divenne pensoso in volto, e anche se in quel momento non era l’argomento trattato, mi chiese se c’erano delle novità sullo Spigolo in Val Giralba.
- El xe sempre la e ancora de salir!   Fu la mia risposta interessata e piena di speranza.

 Così già lo stesso sabato pomeriggio, e una volta parcheggiata l’auto alla Casa dei Preti, c’inoltrammo nella Val Giralba per andare a pernottare al Rifugio Carducci avendo considerato ormai chiuso lo Zsigmondy – Comici in versante Nord.
Poco cambiava; tanto sulla Berti c’è scritto che il Rifugio è dotato del Ricovero invernale; meglio di così anche se ci vogliono quattro ore; e per questo i nostri sacchi erano leggeri e con dentro solo il materiale d’arrampicata e dei viveri perché credevamo di trovare tutto il resto nel ricovero; alla pari dei Bivacchi fissi.

 In cielo vagava qualche innocente nuvola e con lo Spigolo sempre di fronte. Faremo così, faremo colà. Azzardai anche di proporli il nome: Pilier d’Angle.
Così chiamata dai Francesi la struttura rocciosa dove avevano aperto una nuova via nelle ultime stagioni. L’accettò ben volentieri perché ha studiato e parla il francese.

 Quanto ci siamo poi trastullati con quel nome lungo la salita del sentiero.Uguale che la volta in Tre Cime di Lavaredo con gli Alpinisti Bulgari, il tempo improvvisamente stava cambiando.
Solo che questa volta sono stati i tuoni ancora lontani ad avvisarci, e di buon passo raggiungemmo il Rifugio prima del temporale.  Ancora un giro intorno per controllare altre possibilità, e provammo la porta del Ricovero.
Entrammo in un unico vano più lungo che largo, come la pianta dell’edificio; e sulla parete di fronte una piccola finestra.
Le pareti smaltate o pitturate di bianco ed il pavimento, mi sembra di ricordare, a piastrelle grandi.
Poi tre o quattro telai portanti altrettante suste datate sotto le pareti lunghe.
Per arredo solo il freddo e neanche un chiodo.
Faceva più caldo fuori, ma il temporale ci obbligò a rientrare.
Alla Sezione proprietaria non rivolgemmo certo le nostre lodi. Tuoni, lampi e saette; la grandine, la neve e poi tanta pioggia.

S’era fatto notte e avevamo indossato tutto; mettemmo le corde per materasso avvolgendoci nelle nostre mantelline; e buona notte.Non era quella una bella mattina; e lembi nebbiosi s’aggrappavano ancora alle pareti dove si sentiva scorrere l’acqua.
Per beneficiare del sole dovevamo aspettare almeno di un paio d’ore. La nostra parete e come quelle vicine erano bagnate e gocciolanti.
Cercavamo d’immaginare le condizioni del camino che è l’unica possibilità per salire la verticale parete.
Tutto c’era contro, ed io che temevo di perdere quell’occasione di aver ritrovato l’amico di tante grandi giornate.
- Niente, ritorneremo.

Più che bene; e quella salita sarà lo scopo della mia prossima stagione e mi terrà compagnia.

La salita

Solo che ci perdemmo nuovamente di vista, e se ci sono state occasioni d’incontro nel corso della nuova stagione, non erano queste il motivo per ricordargli della sua promessa. Potevo si, anche telefonarli, ma aspettavo come sempre è stato tra noi in un incontro spontaneo e amichevole.
Erano passati gli anni che noi due “grezi muli de gita” e senza pensieri giocavamo l’alpinismo in francescana povertà.
Ora anche lui cercava di dare uno scopo alla sua vita; e mi ero imposto rispetto. L’incontro per la salita poi avvenne, ma non mi ricordo l’occasione, ed eravamo già in settembre: era trascorso un anno.
Non avevo mai dubitato della sua parola.

 Provenimmo dalla Val Fiscalina, e quella notte dormimmo al Rifugio Zsigmondy – Comici perché contavamo, una volta salito il Pilastro, di continuare per la cresta che l’unisce al Monte Giralba di Sopra per poi scendere per la via normale alla Forcella Giralba; meglio di così.

 Tanto che la mattina per andare alla base del Pilastro, e che si passa vicino al Rifugio Carducci, noi fummo anche contenti della scelta fatta perché sembrava chiuso.

 Ancora e a seguire un centinaio di metri in salita sul sentiero per la Cengia Gabriella, ed eravamo alla base esterna delle due parti del Pilastro ben divise da un largo e profondo camino; e dove decidemmo anche il punto d’attacco che è rappresentato da una fessura che allargandosi la divide a sua volta in due parti distinte; e qui lui preferì subito legarsi a due corde per ogni eventualità.

 Così iniziammo la salita seguendo la parete a sinistra ben presto lavorata a gradoni in alto coperti da detriti.

 

Solo che questa ci porta fuori la linea ideale; così, e una volta accertato che sulla parete a destra si può passare, nel punto giusto noi traversammo su questa anche se verticale, e con direttiva lo stretto camino solcante la gialla parete e nell’interno l’enigma delle difficoltà; e che dal basso non si vedono.
Noi invece avevamo visto giusto e la sotto trovammo anche uno spazio detritico dove fare terrazzino; e decisi a destra dell’inizio strapiombante del camino presso una pronunciata formazione rocciosa.
Recuperando le corde anche la studiai perché mi sembrò più conveniente rimontarla per entrarvi agevolmente.
Roberto ascoltò quel consiglio e fu proprio così.
Una volta la dentro non trovò difficoltà a proseguire, non faceva che lodare la roccia sicura (xe marmo) e ricca d’appigli.
Sotto un restringimento mise un chiodo per evitare sorprese e così ben presto quel camino finì; e pensare che lo facevamo più difficile.

 Sovrasta ora la parete aperta e lavorata, e pertanto Roberto preferì alleggerirsi di una corda per godersi l’arrampicata.

 Tendendo a sinistra raggiungemmo così il suo bordo e per questo la cengia circolare sovrastata da torrioni appuntiti che racchiudono la Vetta.

 La seguimmo solo pochi metri, poi attaccammo subito la parete difficile incombente. Roberto aggirò a destra gli strapiombi e più sopra trovò inaspettata un’altra cengia nascosta dai torrioni; e per questa e le rocce gradinate finali, la Cima.

Lui, come primo, aveva trovato il posto per star seduto.

 Invece per me dovetti sostare assicurato con i piedi su una stretta cengia; e come sulla Punta Papi che vedevamo alla nostra altezza.
Così, e dopo le rituali strette di mano, in quella critica e ridicola posizione estrassi il contenitore metallico di pellicole con inseriti i relativi foglietti ed un mozzicone di lapis: 14 settembre 1975, Pilastro d’Angolo …
In quel momento lui mi stava passando pezzi di roccia per coprire il contenitore con i foglietti scritti.
Questa “cerimonia” lassù in alto deve averlo sorpreso, e tanto che mi chiese a mezza voce se io ero proprio sicuro che il Pilastro non sia mai stato salito.
A condizionare la discesa anche questa volta intervenne la Croda dei Toni che era già in parte coperta di nuvole scure e minacciose, e che già si stendevano sulle due Giralba.
Pertanto niente il possibile raccordo per cresta, e necessariamente trovare invece al più presto la più facile discesa dal Pilastro e che noi non avevamo mai preso in considerazione.                                                                                                            Escluse subito le pareti conosciute, decidemmo invece di scendere nell’angolo d’incontro del Pilastro con la parete del monte rivolta al Rifugio che visto dall’alto non sembrava difficile tanto è lavorato a gradoni.
Lo raggiungemmo facilmente e per un buon tratto anche scendendo veloci. I gradoni erano terminati e la parete sottostante verticale.
Allora imboccammo un camino che prometteva, ma divenne stretto e liscio tanto d’adoperare la corda e … sotto vedemmo il ghiaione: ferma tutto per la calata. Un buon chiodo, e fortuna volle che avevamo portato due corde di 40 m perché la calata nel vuoto è sui 25 metri.
Intanto le nuvole minacciose s’erano alzate allontanando il pericolo del temporale, e noi, una volta riposto il materiale nei rispettivi sacchi, puntammo verso la Forcella Giralba.
Forse la bandiera, ma qualcosa ci fece capire che il Rifugio era ancora aperto; e una volta alla sua altezza ci fermammo; noi con l’animo a mille per la riuscita dell’impresa. Nel vederlo così inserito in quel silenzioso contorno di pareti e Campanili non restammo indifferenti.
No, non potevamo certo andar oltre perché forte era quel richiamo.
- Abbiamo tempo e faremo la sosta in questo; concludemmo d’accordo.              Entrammo; c’era solo il gestore ed era l’ultimo giorno d’apertura.
Noi ordinammo delle consumazioni e ci accomodammo.
Noi commentavamo i particolari della salita, e sembrava che lui desse attenzione tanto che, portato quanto richiesto, lui ci chiese dove eravamo perché sentiva il parlare senza vederci.
La nostra risposta fu senza enfasi, ma lui continuò che mai avrebbe immaginato che ci fossero stati dei rocciatori in parete anche perché sono rari quelli che vengono a salire queste Montagne; e così via, tanto che, una ciacola tira l’altra, dovemmo anche raccontargli delle altre salite fatte su quelle pareti intorno.
Ci chiese anche se avessimo una fotografia; e gli diedi quella che avevo con me, e che poteva essere anche quella della Punta Papi. Lui l’infilò bene in vista in una fessura della parete di legno.
Era stato tanto contento d’aver passato un’oretta in nostra compagnia che non voleva farci il conto.
Dalla Forcella Giralba ancora un ooh-plop di saluto alle nostre Cime, e anche al brav’uomo.