La Croda di Ligonto – Monte Rosa

                                                                  Trieste, 1 ottobre 2009

 Seconda parte

Quella sera in Rifugio ero io il più interessato per l’attesa visita del Beppi perché la sua sincera disponibilità mi aveva suggerito una modifica al nostro programma; e questo dopo quanto passato nella giornata appena trascorsa.
Così, e quando io terminai di esporli la mia richiesta, non corsi il rischio di ripeterla; ero sicuro che l’avrebbe accettata.
La cortesia di venire a prenderci tra due giorni al Campeggio d’Armando Vecellio ad Auronzo, il tardo pomeriggio, che noi intanto saremo discesi dalla Croda di Ligonto (Monte Rosa) 2786 m; e questo per evitarci di nuovo il giro per la Forcella d’Ambata che non avrebbe accontentato tutti, per l’appunto.
Lo chiameremo per telefono una volta giunti al campeggio.
Questo perché ambivo chiudere il programma con la salita alla sconosciuta Croda.
Solo che per salirla non bastava una giornata; e così avevo messo il pernottamento al Bivacco C. Gera in Val d’Ambata arrivandovi dalla Forcella di Tacco.Meglio di così anche perché la Forcella è stata resa transitabile recentemente con la Ferrata Mazzetta; e che io desideravo conoscere. *
Una volta discesi dalla Croda, noi necessariamente saremmo dovuti ritornare al Rifugio per la Forcella d’Ambata.

* L’anno passato ed in discesa, ero con Rinaldo Sturm, incrociammo l’alpinista Italo De Candido con due giovani donne all’altezza dell’Attendamento Darmstaedter mentre sostavano prima d’iniziare la salita della Val di Fuori per valicarla. Quel giorno noi non potemmo accettare il suo invito.

 Così il pomeriggio del giorno 14, confermati gli accordi e tutti presenti e alleggeriti dalle piccozze, iniziammo “la grande giornata” per un comodo sentiero in quota e che passando sotto la Cima Grande di Padola s’inserisce nel Giao Giauzel (pendio ghiaioso) e che era già nell’ombra.

Più avanti e sottostante la Croda di Tacco iniziava una traccia che saliva … dove?

 Da sotto vedevamo sì la cresta in controluce pianeggiante, ma non si evidenziava dove fosse il passaggio?
La seguimmo tranquilli fino sulla lastronata di roccia compatta e chiazzata da macchie d’erba, e dove procedevamo con attenzione perché poco evidente e segnata, specie in alto sulle rocce pulite finali dove però s’intravede il passaggio; e una volta raggiuntolo, su quel belvedere, facemmo la meritata sosta.

 Dall’altro versante la discesa fu possibile solo con l’aiuto dell’attrezzatura fissa.

 Poi la sotto seguimmo la traccia sempre più marcata che, traversando i contrafforti della Croda di Tacco, porta sul dosso che dobbiamo risalire per raggiungere il Bivacco.
Intanto i primi arrivati mi dettero voce per informarci che c’è già gente!
Questo proprio non ci voleva perché ci sono solo nove cuccette e noi siamo in otto.
A tutto avrei potuto pensare, ma no che “la gente” che ci ha preceduto fossero il mio amico e compagno “de gita” Edy De March con la moglie ed il figlio.
- Sì, siamo in ferie e stiamo facendo un giro per le Dolomiti.
Ho portato la famiglia quassù anche per rivedere e rivivere la salita invernale alla Cima d’Ambata.
Il tempo d’andar a fare provvista d’acqua e cucinare qualcosa che si presentò il problema delle cuccette.
Edy voleva lasciare a noi otto; ma questo non è nell’etica del mio alpinismo.
Coperte ce n’erano a sufficienza; e quando fu il momento presi due per distendermi a fianco del Bivacco.
La notte porta consiglio; e così io stavo rivedendo la possibilità di evitare la seccatura della discesa per andare ad incrociare il sentiero in salita per la Val di Dentro.
Lavoro di meningi anche perché sulla Berti é accennata la possibilità per evitare questo fastidio.
Sì; solo che io ricordavo che la consigliano per quelli che dall’Alta Val di Dentro vogliono raggiungere il Bivacco Gera: si scende a sinistra tenendosi sottostanti i Campanili Larese e Caldart o viceversa; e amen.
Giusto; era proprio arrivata l’occasione d’andare a trovarla.

 Così quella mattina di una giornata meravigliosa, salutata la famiglia amica, scendemmo il dosso del Bivacco e iniziammo a salire in traversata l’altro lato della Valle alla ricerca della ”possibilità”.

 La trovammo anche presto alla base di quelle pareti; sono delle strette rampe lavorate e lisciate dagli agenti atmosferici che in contro pendenza contornando queste in quella stagione ancora circondate da neve.

 Neve, e che più avanti sul pendio è sostituita dall’erba e anche folta e così e fino nella conca erbosa della Val di Dentro, e sottostanti la Croda; un vero regalo.  Il più é stato fatto, mi dissi, anche perché la “via” per la Cima la conosco bene.
Solo che quei ripetuti sali e scendi con cambi di passo hanno accentuato la fatica accumulata nei giorni, e mi ero reso conto, tanto che una volta nel canalone qualcuno del gruppo accennò già di rinunciare.

   I soliti incoraggiamenti, il muoversi tutti insieme per evitate possibili cadute di pietre, i consigli come superare qualche gradone e così arrivammo tutti anche se lentamente sulle cenge alla base della parete finale.

 Quelle inaspettate comodità furono molto apprezzate ed alcuni annunciarono di rinunciare alla Cima.Allora capì d’aver sottovalutato le difficoltà e l’impegno che la salita richiede perché io ci tenevo tanto a portarli su quella Cima.

 Così con i tre che volevano continuare ci portammo nel diedro inciso da fessure che é la chiave della salita. La sopra sciolsi la corda e gli assicurai in quel tratto, uno per volta.
La cresta finale per un tratto è interrotta e bisogna passare su sfasciumi con massi instabili.
Ci guardammo in faccia; non era il caso di continuare, a loro bastava così; e ritornammo alla comoda base della cresta a far la sosta.
Una volta calati assicurati e riuniti agli altri, iniziò la discesa del canalone che a differenza della salita fu anche veloce; sarà stata la sosta?
Una volta all’aperto e lasciata la tensione la dentro, la discesa non presentò ormai nessuna difficoltà, e valicata la Piccola Sella, in libertà e quasi di corsa, seguimmo i margini della traccia del sentiero verso il fondovalle.
Per un tratto io cercai anche d’individuare la traccia lasciata nell’approccio mattutino:    l’erba alta del pascolo celava ormai il segreto.
Avevamo già passato i pascoli dell’Ambata quando e improvvisamente iniziò a tuonare. Il temporale stava scendendo da Misurina; e noi non vedevamo le nuvole, ma i tuoni sempre più vicini ci misero le ali ai piedi e per la variante dei Prati Orsolina arrivammo con le prime gocce al riparo della casa – deposito vivande.
Uscì il conosciuto proprietario, anche lui un Vecellio, allarmato dal trambusto.
Dopo i saluti e meravigliato dal mio racconto perché eravamo là; lui rientrò, e ritornò portando vino e acqua minerale per tutti.Non pioveva più, anche se le nuvole si tenevano basse anticipando la sera.
Il tempo di salutare e ringraziare il brav’uomo, e via di corsa dall’altro Vecellio che ha il Campeggio subito sotto.
Non eravamo neanche arrivati che riprese il temporale e a piovere; ansanti per la corsa entrammo nel piccolo locale ritrovo dove trovammo la moglie Gabriella ed un paio di campeggiatori.
Lei accese le luci per vederci meglio mentre fuori pioveva che Dio la mandava.
Le raccontai il motivo della nostra presenza, e così anche le chiesi il permesso per la telefonata al Beppi. Quello del Gruppo che s’era offerto all’incarico e aveva il numero provò e più volte, ma non prendeva la linea.
– E’ sempre così con il brutto tempo; c’informò qualcuno.
Non ci restò che aspettare rassegnati. Arrivò in soccorso l’Armando che almeno servì a farci compagnia.
Era già buio e pioveva con meno intensità. Il telefono entrò in linea e trovammo dall’altra parte il Beppi seriamente preoccupato non sentendoci.
Sì, anche da loro sta imperversando il temporale; e che adesso veniva a prenderci.

Le ore erano passate lente in quel piccolo locale; la bassa pressione o la claustrofobia si faceva sentire, e alcuni uscirono con la scusa di vederli arrivare; e proprio loro c’informarono più tardi che erano arrivati con due macchine. Istintivamente tutti ci alzammo in piedi guardando verso la porta lasciata aperta con l’Armando davanti.

Entrarono il Beppi e un giovane che non conoscevo.
Nel piccolo locale e non so perché tutti eravamo zitti a guardare. Io m’aspettavo che l’Armando e il Beppi, uno di fronte all’altro, si salutassero; niente.
Iniziarono invece a studiarsi.
Qualche secondo, e urlai dalla tensione e dispetto: – Cosa, non vi conoscete!
Mi risposero di no, ed io di rimando che si salutassero almeno.
A quell’invito si sbloccarono, e alla stretta di mano seguirono gli abbracci; poi iniziarono a dialogare e a fumare come vecchi amici.
Io salii nella macchina del giovane, e così strada facendo, e lentamente perché non avevo smesso di piovere, parlammo un poco di noi: lui C. Dall’Osta Uzzel di Padola e del gruppo degli amici rocciatori del Beppi, per l’appunto.
In Rifugio trovammo la tavola ben preparata per la cena d’addio ma che non servì a migliorare il nostro morale.
Certo, tutti noi avremmo voluto finire la “nostra spedizione in Dolomiti” in una bella giornata e concluderla con la cena in allegria; solo che questa è una storia d’alpinismo.

 I ciao e i saluti al Beppi, alla moglie Pina e alla figlia Rosalia e i tanti grazie per averci trattato così bene si sono sprecati quella mattina.
Viaggiammo ancora insieme fino alla periferia di Vittorio Veneto; gli ultimi saluti, poi loro svoltarono a destra e presero il raccordo per l’autostrada.