G.A.M. Ritorno nelle Alpi Giulie

                                                            Trieste, 1 agosto 2009

Il giorno 20 luglio 1973, compimmo la tranquilla salita del Grande Nabois 2313 m che andava a chiudere il programma previsto per il giorno 21; e amen.

Solo che la bella e rilassante giornata appena trascorsa dette la carica “ai milanesi”, e tanto che mi chiesero la possibilità di recuperare la salita del Monte Canin 2587 m.
- Sì, era possibile solo contando sulla funivia per essere già in quota; e prendendo la prima corsa, conclusi.
Non furono necessarie altre raccomandazioni; e subito si diedero da fare per portare le macchine in fondovalle.
La mattina del giorno 21 non fu proprio una levataccia, e la gestrice del Rifugio, che mi trattava come un figlio, ci aveva anche preparato la colazione.

 Poi tutto andò come programmato e prendemmo la prima corsa!

 Ancora una breve sosta al Rifugio Gilberti m 1850, e via verso il Monte Canin che era la giornata giusta anche se vedevamo formarsi in cielo le prime nuvole bianche, e che dalla raggiunta Sella Bila Pec m 2005, anche le prime nuvole nere che vedemmo formarsi in quota non promettevano che pioggia.  Allora gli informai che potevamo fare la salita prima del temporale solo andando veloci; e tutti furono d’accordo.

   Solo che noi tutti eravamo senza i ramponi, e più avanti sul ghiacciaio fattosi ripido dovemmo procedere con cautela mentre le nuvole scendevano a coprire la montagna.  Tutti avvertirono la situazione, ma continuammo lo stesso anche perché siamo ormai prossimi alla base della parete.

La sotto la pendenza del ghiacciaio si attenua; e una volta riuniti tutti s’aspettavano una mia decisione.
Sì, conosco la Montagna, e così niente salita per la via delle Cenge, ma veloci e sicuri per la via Ferrata.

Non vedemmo niente, e solo la Croce ci confermò che eravamo in Vetta; toccata e fuga. Sul primo ripido tratto del ghiacciaio per sicurezza e accelerare la discesa usammo la corda fissa assicurata alla picozza.

Sotto di noi intanto la montagna si stava illuminando e non solo perché stavamo scendendo.
Sì, le nuvole stavano innalzandosi anche se lentamente allontanando il pericolo del temporale.Allora il gruppo si disunì e ognuno scelse il suo percorso in libertà.
Il mio compito era finto.

Restava ancora la cena di commiato nel paese di Valbruna con la presenza del Presidente della XXX Ottobre Duilio Durissini e la moglie Cecilia.

Anno 1974 – Ritorno nelle Alpi Giulie con il G.A.M.

Adesso e ricordando … credo probabile che “i milanesi”, nell’occasione della cena di commiato si siano lamentati del cattivo tempo avuto nella settimana, e di conseguenza la mancata conoscenza visiva dei Monti.
Così, e messo alle strette anche della presenza del Presidente Duilio Durissini, avrò rinnovato la mia disponibilità per la “sussurrata” richiesta di ripetizione del Giro appena concluso.
A confermare la richiesta è stata una più marcata corrispondenza intrapresa con la Mirella Dobner nella primavera del 1974.
Corrispondenza, e che per quanto è stato scritto in seguito nel quaderno delle mie salite, oltre che a confermare la località dell’incontro e l‘ora, è servita anche per modificare il “vecchio” il programma.

Difatti sostituimmo la Ponza Grande con la salita al Monte Mangart 2677 m per la ferrata italiana; e non riconfermammo invece il Monte Canin!
Solo che questa volta non avevamo a disposizione Mario Lanci con il promiscuo della XXX Ottobre, e con tutta probabilità riconfermammo lo stesso il ritrovo nel piazzale della Stazione di Tarvisio.
Così il giorno stabilito lì ci trovammo; i “milanesi” in otto con due macchine ed il sottoscritto con la mia vissuta Fiat 500.
Perdemmo solo il tempo per i saluti ed i convenevoli; e la modesta autocolonna puntò dritto ai Laghi di Fusine perché pernotteremo al Rifugio Zacchi m 1380, sottostante le grandi pareti del Gruppo del Monte Mangart.
Il giorno 25 agosto era stata programmata la più lunga ed impegnativa salita del Giro; e che non avevo mai fatto.
Così la mattina dal Rifugio Zacchi con il tempo umico e nebbioso, e prestando attenzione per il percorso poco visibile e ripido sull’erba, raggiungemmo il Bivacco Fisso F.lli Bogara m 1850.Altri tempi.
L’accesso alla Ferrata non era segnato sia per scoraggiare i meno preparati alla difficoltà che per il possibile espatrio clandestino.
Questo perché la linea di Confine non passa per la Cima, ma scorre sulla Cresta Nord dove, per l’appunto, ha termine la Ferrata Italiana.Dall’altro versante (Jugoslavia, ora Slovenia), subito sotto, passa la via comune per il Monte.
Accordi Internazionali lo permettevano di servirsene solo agli alpinisti anche senza il Passaporto, ma in regola con il Documento d’Identità.
Noi trovammo presto l’attacco, e più che le difficoltà, la salita ci richiese fatica per superare pareti verticali armate da manufatti metallici con il supporto del cavo.
Una volta sulla cresta seguimmo una traccia di sentiero in discesa sull’altro versante a prendere quello della via comune.

 Nel frattempo la nebbia si era dissolta, e arrivammo in Vetta con il sole.

 La sosta fu necessariamente breve per la lunga discesa su terreno quasi integro e non segnato.
Vedevamo nella zona delle malghe la strada bianca e qualche automobile; e anche volendo usufruire di un passaggio, noi non lo potevamo perché sprovvisti di passaporto d’obbligo al posto di Confine.
Così in discesa avevamo lasciato il sentiero per seguire le tracce che corrono lungo questo per valicarlo come alpinisti.
Scartata la troppo ripida discesa dalla Forcella Mangart, proseguimmo allora rilassati verso il piano che, fortuna volle, “capimmo” la Forcella della Lavina e raggiuntala entrammo in Italia dove una prima traccia e poi sentiero ci riportò ai Laghi di Fusine e alle nostre macchine.
L’impegno della Gita appena effettuata si faceva sentire nel fisico, e così, e una volta accordatosi, decisero di limitare la sosta e di raggiungere l’Altipiano del Montasio e di seguito il Rifugio G. di Brazzà e lì rilassarsi e mettersi in libertà.
Il giorno seguente era di riposo, ma il bel tempo non invitava certo a stare nell’ozio.  Io ormai conoscevo le loro capacità in parete, e così proposi a loro una breve salita che ho fatto più volte ed in particolare all’inizio di stagione; e quasi tutti accettarono la mia proposta di salire la Vetta Bella 2049 m per una non facile via di roccia: la III rampa orientale.

Non sbagliai ad aver fiducia; quel giorno la corda la usammo solo in due passaggi per raggiungere la Cima della montagna che si trova all’inizio e ad Est del Sottogruppo del Jof Fuart: il Riobianco.

Questo ci fu possibile solo perché eravamo automuniti. Il giorno 27 “riprendemmo il vecchio” programma che comprendeva la salita del Jof di Montasio; e così, e lo stesso vale per ogni giorno, anche per le salite delle altre Montagne.
Unica eccezione è stata per alcuni spostamenti con le auto per averle sempre a disposizione alla base dei sentieri per i Rifugi dei pernottamenti; e così fino a portarlo a termine in quella settimana di bel tempo. Nelle nostre soste in Cima, ma in particolare le sere in Rifugio ci raccontavamo anche della nostra attività fatta sulle altre Montagne; solo che di alcune di quelle che io nominavo non avevano mai sentito il nome..

Alla fine accettarono di venirle a conoscere l’anno seguente; e soltanto loro!