Nelle Alpi Giulie

Trieste, 1 luglio 2009

                           Con il Gruppo Amanti Montagna (G.A.M.) di Milano

Nella primavera del 1973, il Presidente della XXX Ottobre, Duilio Durissini, mi chiese se io ero disposto ad accompagnare un Gruppo d’Alpinisti Milanesi nelle Alpi Giulie?Questo perché i Soci avevano deciso per i 25 anni di Fondazione del loro Gruppo, che al posto di una spedizione extra europea con l’impegno di soli pochi soci, sarebbe stato più bello dividere le Nostre Alpi nei suoi Gruppi; e così affidare a tutti l’impegno in libera scelta aggregandosi fra loro, quale visitare e che Monti salire.
Così una sera, a cena in un locale della città, conobbi la Mirella Dobner che, sposata con un triestino residente a Milano, era sicura che da noi avrebbe trovato aiuto per visitare quello da lei scelto: le nostre Alpi Giulie.
A lei andava più che bene il programma che presentò il nostro Presidente e compilato anche con l’aiuto di un nostro socio imparentato con la signora e che faceva da tramite per l’appunto, e anche lui presente: un Giro da Rifugio a Rifugio, e che in una settimana gli portava a conoscere e salire le Montagne più conosciute.
Poi Lei c’informò che nel gruppo dei partecipanti ci saranno anche quelli che faranno solo i turisti e che decideranno loro cosa fare.
Così anche stabilirono che il nostro incontro sarà alla stazione di Tarvisio perché alcuni arriveranno in treno; mentre per date e orari c’è ancora tempo e lo comunicheranno in segreteria.

Detto e fatto; e a me restò solo di confermare la disponibilità.  In chiusura dell’incontro il nostro Presidente informò la signora che la “Sezione ” metteva a loro servizio il promiscuo FIAT 238, per i primi spostamenti.

A guidarlo si era offerto Lanci Mario, uno dei tanti giovani che frequentavano la Sede.  Questo però per i due giorni di fine settimana.
Lui però aveva iniziato come “grottista” e appena lo conoscevo. Così il giorno 14 luglio 1973 iniziai la nuova esperienza, e un poco prima di mezzogiorno, posteggiato il promiscuo, entrammo nella Stazione di Tarvisio perché da Milano ci avevano informato che alcuni di loro arrivano con il treno per quell’ora.
In stazione incontrammo solo la Mirella Dobner arrivata in macchina con altri che per la poca conoscenza della cittadina si erano posteggiati in piazza.
Arrivò anche il treno, e scesero solo una copia di sposi.
Probabilmente gli altri all’ultimo momento avranno preferito l’auto al treno, si giustificò lei.
Non ci restò che formare una piccola auto colonna con noi in testa, e puntare ai Laghi di Fusine.
L’accogliente località e la bella giornata per i “milanesi” fu più che gradita, tanto che chiesero di allungare la sosta.

Concessa anche perché nei pressi inizia il sentiero che in circa un’ora e mezza porta al Rifugio L. Zacchi m 1850; base d’appoggio per la salita alla Ponza Grande 2274 m come in programma.

Il ricordo riprende dalla mattina del giorno 15, e che eravamo indecisi se iniziare la salita per il brutto tempo.

 Io aspettavo che decidessero loro perché il mio compito era l’accompagnamento, e quando alcuni del gruppo decisero d’andare, io mi misi in testa.

  Una facile salita con l’aiuto di qualche scaletta e cavo, sotto la pioggia, e senza veder niente.

 La foto con il cippo di confine con l’allora Jugoslavia.

Scesi ai Laghi trovammo gli altri comodi al sole e che noi imitammo e tanto che sembrava non volessero più andar via.

Dovemmo invece trasferirci a Sella Nevea per prendere in tempo la Funivia del Canin per il pernottamento al Rifugio Gilberti m 1850; e sul più bello.
Arrivammo all’impianto che le nuvole coprivano tutta la Catena e di conseguenza la funivia già chiusa. Una brutta situazione.

Sull’altro versante della Valle il Gruppo del Montasio era ancora tutto senza nuvole ed era più che un invito. Sì, la sua salita era stata messa in programma dopo il Canin; e perché non andarci prima? Con la macchina s’arriva a mezz’ora dal Rifugio G. di Brazzà m 1660. Detto e fatto; e tutti d’accordo salimmo ai pascoli del Montasio.

Lassù il compito dell’amico Mario Lanci era finito e doveva rientrare a Trieste lasciando increduli i milanesi che apprezzavano la sua schietta presenza.
Dalla sua partenza, per gli alpinisti che partecipano al programma, gli spostamenti saranno solo a piedi; i “turisti” invece erano tutti automuniti.
Nel piccolo Rifugio stavamo stretti e specie la notte, tanto che mortificati anche dalla giornata piovosa alcuni “turisti” preferirono scendere a Valle.

 

Il giorno 17, il tempo era ancora incerto, ma alla fine decisero di tentare anche perché la via Findenegg, programmata per salire il Jof di Montasio 2753 m, io la conosco e così la discesa prevista per la Scala Pipan.

   Solo che durante la salita per la Forca dei Disteis m 2201 m, la Montagna iniziò ad intanfanarsi e l’entusiasmo vacillare.

Niente; avevo già valutato la loro capacità nella prima Gita, e così decisi di continuare anche se una volta sulla Grande Cengia la minaccia della pioggia era prossima.

Al Bivacco A. Suringer 2430 m, non mettemmo ai voti se continuare anche perché il vento in quota non permetteva alle nuvole di addensarsi; e via.
Tutto e bene quello che finisce bene anche se non abbiamo visto niente perché la Montagna é rimasta intanfanada tutto il giorno.
Per consolazione senza tanto bagnarci anche perché i ripetuti e brevi scrosci erano scarsi di pioggia.

Il giorno 18, bel tempo, e che annullò l’eventualità di servirci dei sentieri in quota per il trasferimento al Rifugio G. Corsi.

Così, e attenendoci al programma con quella certezza, al bivio seguimmo la mulattiera di guerra per la Forca de lis Sieris m 2274, e dove per la ferrata Merlone – Ceria salimmo il Foronon del Buinz 2531 m, la prima quota delle due.
Solo che ricordo se anche su questa facemmo la sosta lunga e finalmente al sole o sulla successiva e più alta Modeon del Buinz 2554 m; e che la raggiungemmo dalla Sella Buinz, anche qui facilitati dalle opere di guerra.

Riprendemmo la traversata in leggera discesa e sempre per percorsi di guerra; poi perdendo quota, toccammo anche il Monte Cragnedul 2351 m, per poi scendere l’interminabile mulattiera a brevi rampe per immettersi poi sul sentiero per il Rifugio G. Corsi a m 1874.
Al nostro arrivo, inaspettato, c’era ad attenderci a braccia aperte uno di loro, dal cognome tedesco; e che raccontava “lacrimevole” ai suoi del brutto tempo trovato nelle Alpi Carniche che lui aveva scelto come programma.
Fortuna volle che era a conoscenza del nostro, e così cambiò il suo almeno per stare in compagnia …Non lo deludemmo, e dopo la cena nell’accogliente sala iniziarono le battute di spirito, l’allegria e le canzoni alpine accompagnate dal buon vino.
Il giorno 19, il tempo era perturbato, ma ormai a questa costante non facevamo più caso, e tutti d’accordo decidemmo la salita allo Jof Fuart 2666 m.

All’attacco delle rocce subimmo il primo scroscio; poi il tempo si mantenne incerto, e così riprendemmo a salire fiduciosi e così fin sotto la Cima, e poi lungo una cengia sottostante gli strapiombi, e nel momento giusto perché riprese a piovere da sembrare la volta buona con noi la sotto ormai rassegnati alla ritirata.

 Poi improvvisi alcuni colpi di vento che mossero la massa nuvolosa; e così arrivammo in Vetta con il sole.

Lungo la discesa, e prima di raggiungere la base della parete, prendemmo una cengia che traversa sottostante la Madri dei Camosci per arrivare già alti sul sentiero, e per questo con un’ultima tirata fino alla Forcella di Riofreddo m 2180.
Quel giorno la discesa nel canale per la Valle omonima non presentò ostacoli per il ghiaccio, e fu anche veloce nonostante che la stanchezza si faceva sentire.
Così, e una volta sul sentiero finalmente nell’ombra, il materiale usato ritornò nei sacchi. Era dall’arrivo in Cima che il sole matto si era fatto sentire.

Più sotto e al bivio per la Sella Carnizza m 1767 non tutti erano contenti di dover risalirla, ma non ci sono alternative.
Così lassù aspettai che arrivasse l’ultimo; e con altri raggiunti, lentamente, arrivammo al Rifugio L. Pellarini, e con un giorno d’anticipo perché la rinunciata salita del Canin aveva anticipato di un giorno il nostro programma, e che pure calcolava la possibilità di una sosta forzata, e già avvenuta.
La settimana trascorsa e che la stavano finendo non era quella delle loro attese, anche per le finalità del programma ideato.
Lo avevano sì portato a termine, ma delle nostre Alpi Giulie troppo poco avevano visto. Era pertanto logico che alcuni di loro pensassero in una riedizione per l’anno prossimo e così arrivò la mezza richiesta della mia stessa disponibilità; e per aiutarmi a non dire subito no, m’informarono che avrebbero partecipato soltanto loro.

A quella domanda non ricordo come io risposi.

continua…