Con la speranza che sia la volta buona

Trieste, 1 giugno 2009

Tentativo dall’attendamento Darmstaedter

Da sempre è mia usanza se l’impresa o la salita non si conclude in Cima, di non prendere nota.
Così, e solo grazie alle diapositive, il ricordo di quel mese di duraturo bel tempo con scarse precipitazioni, del materiale alpinistico che usavo in quelli anni ed in particolare il ricordo del bivacco in quella tendina che era ancora in mio possesso che mi danno la certezza che era ancora il febbraio del 1975.

Probabilmente di ritornare a tentare la Croda si sarà parlato durante il viaggio di ritorno della salita riuscita al Monte Ciavalz anche perché l’amico Sturm Rinaldo, come studente, era sempre disponibile; e anche per non perdere l’occasione di quel periodo di bel tempo che sembra interminabile; e senz’altro anche stabilimmo di tentare la salita per il prossimo fine settimana.

Il programma restò immutato; pernottamento al Bivacco Gera, e la mattina presto traversare l’altro versante della Val d’Ambata per non perdere quota ed entrare nella Val di Dentro.

Così quel sabato mattina imboccammo il familiare sentiero ben pulito dalla neve, e così anche sui Pascoli dell’Ambata dove quasi d’obbligo ci concedemmo una pausa davanti al Tabia, anche per rivivere con Rinaldo quanto fatto nel primo tentativo dal Colle di Ligonto con l’amico Guido. Solo che non dovevamo perdere tempo, e riprendemmo la salita senza accelerare contando sulla meravigliosa giornata e sulla forma atletica raggiunta.
Nella zona dell’attendamento Darmstaedter trovammo la prima neve ormai cotta dal sole e così, e più spessa, anche lungo la mezza costa che porta nel solco della Valle tanto che noi eravamo contenti per non dover mettere i ramponi.
Una volta entrati capimmo invece d’essere in una trappola; perché ad ogni passo sprofondavamo fino a toccare il suolo.
Solo che noi dovevamo proseguire fino a trovare la possibilità d’uscire a sinistra per rimontare il dosso che delimita la Val di Dentro.
Trovammo anche la possibilità pulita dai mughi, ma le condizioni della neve erano le stesse, e così contrariati abbandonammo il proposito del bivacco nella Val di Dentro.

Niente panico perché lungo il percorso con quella neve m’aspettavo, e mentalmente avevo formulato una nuova possibilità contando sulla conoscenza della zona, e confidando per quanto letto nella Berti: dal Bivacco Gera è possibile raggiungere la parte alta della Val di Dentro per un percorso che si sviluppa sotto il Campanile Caldart e Torre Larese. Cicola e ciacola, all’amico Rinaldo andava più che bene vista la vicinanza del Bivacco Gera.
Così immersi nella neve continuammo a proseguire con immensa fatica; un passo avanti e due indietro. La giornata stava volgendo al termine, e la meta vicina con quelle condizioni di neve irraggiungibile. Ferma tutto; e altro cambio di strategia: e se tentassimo per …..

Via in discesa sulle nostre buche, si fa per dire, prima che faccia buio perché avevamo deciso di bivaccare sulla cengia che introduce nel canalone percorso per la salita alla Cima Darmstaedter.

 Andò proprio così, e alla luce del crepuscolo a tendina montata, riuscimmo ancora far provvista di ramaglie di mugo.
Così anche quella sera cantammo a lungo anche senza le tisane corrette di Guido a far bisboccia e, forse, fu meglio così perché, improvviso, mischiato nel fumo profumato di mugo, si avvertì uno sgradevole odore di bruciato; le suole degli scarponi dell’amico stavano prendendo fuoco. Allegria, e che “ciolte” in giro!
Non ci mancò che questo per ricordare quel bivacco. Quanta nostalgia.
Fu alla luce dell’alba che aggirata la zona a strapiombo, noi entrammo in quella a mughi che protegge l’accesso al canalone; e che come tutto quel lato è ancora nelle tenebre. Ormai la lotta con i mughi è parte del mio alpinismo, e toccava a me “aprire” la strada. Ero quasi fuori; apri l’ultimo passaggio spostando i rami che impedivamo anche la vista alzando lo sguardo istintivamente.

La in alto, sopra le tenebre, una brace incandescente; una cosa mai vista ma non tentai di capirla anche per non perdere tempo.
Ne presi solo un poco per fotografarla e per guardarmela a casa, così mi promisi; e confuso da quella vista continui a lottare per uscire dai mughi.
Una volta fuori alzai immediatamente lo sguardo per rivederla; niente, c’era solo la vicina parete incombente.
Seguimmo per un breve tratto il canalone conosciuto, ma il freddo della notte non aveva compattato la neve. Così uscimmo a sinistra sotto la parete che ben presto si presentò ben scalabile anche con i ramponi calzati.

 Poi un poco per de qua e un poco per de la e fino a che montammo un dosso spartiacque sottostanti la parete della Croda increduli; e dove passa la via normale conosciuta.

Non ricordo se dissi “xe fata”, ma sì che una volta sotto la parete ci prendemmo solo il tempo di riordinare lo spirito e le idee.

Solo che il sole già alto aveva allentato la neve; e Rinaldo sprofondava troppo frenando il suo slancio e con fatica.

Così passai in testa a tirare; ma solo un tratto perché anch’io sprofondavo nella neve.    Ora non mi sentivo più tanto sicuro, tanto che osservando la neve sulla mezza costa che dovevamo percorrere consideravo un suo possibile stacco.                                        Questa volta, o mai più mi ero imposto.                                                                          Intanto Rinaldo mi guardava in faccia cercando di capire il mio conflitto interno.           Certo, non volevo arrendermi perché capivo che mai avrei trovato una stagione così; e mentre stavo valutando le condizioni della neve sul traverso, mi venne il pensiero che lo stesso pericolo di stacchi di neve sarebbe stato nel canalone.
Provai della paura; il segnale che l’equilibrio si era rotto. Lo raccontai all’amico che stava aspettando la mia decisone, ed anche lui fu d’accordo di rinunciare con quella neve.

Qualcuno poi, per “bucarla in rider” ed alzare il morale, propose di scendere per la via fatta in salita. Non era proprio il caso; oltre la Sella c’è la tranquilla e solare Val di Dentro, e che ben conosciamo.