Croda di Ligonto e Monte Cjavalz d’inverno

Trieste, 1 maggio 2009

Il tentativo

L’inizio dell’anno 1975 ci offriva il “Ponte della Befana”; occasione che permetteva all’amico Canciani Guido di chiudere regolarmente il suo esercizio per due giorni.           Solo che non ricordo se in previsione dell’occasione, avessi già una mezza idea dove fare la Gita per quei due giorni; ma dopo l’impensata riuscita dell’impresa alla Rocchetta Alta di Bosconero alla vigilia del Natale non poteva che essere il tentativo alla Croda.
Certo, dopo di quella a mio favore avevo la certezza dell’ottima e sicura condizione della neve di quell’inizio d’inverno e del bel tempo stabile, e mi ero tanto caricato da non pensare ad altro tanto ci tenevo.
Quella volta non dovetti usare “grande” diplomazia anche se non ricordo perché l’amico Luciano Marega si chiamò fuori.
Invece con Guido fu tutto più facile perché a lui non interessava alla fine il risultato; gli bastava andare in Montagna nell’occasione di quei giorni, e sulla vera s’intende, e contava su di me.
Alla mia proposta di tentare la Croda con il bivacco d’inverno in quota, lui mi rispose come sempre: – … e per intanto andemo a veder. Restava ancora irrisolto dove farlo.
A togliermi la paura del bivacco invernale in quota sono stati miei giovani amici della nostra XXX Ottobre, che nell’occasione della decisa la salita invernale alla Rocchetta Alta di Bosconero per la via Navasa, chiesero aiuto al Gruppo Rocciatori perché segnassimo la via di discesa con delle bandierine.
Sì, perché contavano di restare in parete dai tre o quattro giorni, e gli avrebbe fatto comodo nel caso di un possibile peggioramento delle condizioni meteorologiche o nell’oscurità trovare la discesa segnalata.
Così in quelle due sere, e a sentirli lassù pieni di vita con la prospettiva di dormire in tendina mi convinsi che bivaccare in quelle condizioni non è proprio un babau.
Certo, dovevo solo procurarmi la detta tendina; e per quanto ho visto e attività fatta sulla Croda andare bivaccare al Colle di Ligonto xxxx m; tanto fino al Colle seguiremo il sentiero riportato sulla datata Carta Topografica Austriaca di Guido, meglio di così.
Ci bastava solo avere la fortuna di trovarlo nella neve; e il giorno seguente tentare la salita per la solare cengia della via Celli F.
Così, decisi e convinti, non ci restò che attendere la Domenica del 5 gennaio 1975.

 Arrivammo ad Auronzo a metà mattina d’eccezionale bel tempo, e una volta posteggiata la macchina ai Prati Orsolina, senza darci furia anche per il carico sulle spalle, per il conosciuto sentiero arrivammo ai Pascoli dell’Ambata senza neve, e come usanza, a sostare davanti al Tabià, e così fare anche il punto della situazione anche perché quel versante del Colle era invece ben che innevato.

Così, cicola e circola perché stavamo bene la davanti, vedendo l’innevamento, anche ci attardammo a mettere le ghette o era stata una scusa per ritardare l’impresa; e via augurandoci di trovare quanto prima il sentiero. Solo che per non dover subito faticare nella neve preferimmo salire il ripido, ma corto ghiaione, e così fino all’inizio della mugheta.

Neanche farlo apposta, ma tra i rami sporgenti dalla neve trovammo quasi subito dei monchi anneriti molto stagionati con tagli regolari, e così anche a lato, sopra e anche più su; tanto che esclamammo xe fata!
Dalla gioia gli strinsi anche la mano come augurio. Così seguimmo baldanzosi questi moncherini per breve tratto purtroppo, poi non gli individuammo più; avevamo perso il filo d’Arianna.
Ferma tutto per un breve confronto d’opinioni sul da farsi; e costatato che sprofonderemmo nella neve, procederemo sul ripido dove sporgevano i rami che ci aiutavamo a salire.

Arrivammo sul Colle di Ligonto al tramonto, e per godercelo la in alto nel silenzio restammo la fermi una lunga pausa, tanto che poi dovemmo trovare subito dove mettere la tendina e fare un’abbondante raccolta di ramaglie di mugo, e che non mancavano.

 Trovammo giusto lo spazio tra i mughi e quasi senza neve soffiata via dal vento; e poi ancora la raccolta di ramaglie secche per il fuoco che subentrò la notte.
Noi eravamo già pronti; accendemmo il fuoco sistemandoci vicini e con le spalle a sfiorare la mugheta che ci riparava dall’aria gelida montante.
Iniziammo a vuotare i sacchi e Guido dal suo, dopo aver levato quello prettamente “alpinistico”, iniziò a levare i soliti contenitori di prodotti di drogheria contenenti vino, trapa, te, canela, chiodi di garofano e zucchero: per vincere il freddo sentenziò!Scioglievamo la neve nelle scatole militari di lega leggera, e poi lui s’incaricava a preparare la bevanda desiderata, e a turno con la lampadina andavamo a far provvista di ramaglie, e lassù c’erano in abbondanza, e così fino alla fine del nostro repertorio di canti alpini e popolari; e non ci restò che effettuare la rimandata entrata nella tendina per il nostro primo bivacco invernale in quota.
Dentro i sacchi piuma fu subito un gran caldo e non solo perché prima eravamo all’aperto; e ben presto le bevande “corrette” fecero il loro effetto e senza accorgersi prendemmo sonno dimenticandoci anche di stabilire la sveglia.
Qualcuno mi chiamò: Tullio! Lo sentì mentre dormivo. Alzai la testa di soprassalto; nell’interno della tendina ben illuminata c’era il sacco piuma pieno del corpo dell’amico dormente.
Allora tesi le orecchie per sentire se arrivasse qualcuno; niente.
Ormai ero ben sveglio ed esaminai la situazione. Sì, dovevamo svegliarci prima; e rammaricato da un lembo appena aperto della tendina guardai il sole che era già alto.

Non mi ricordo poi se svegliai io l’amico o si svegliò da solo, ma anche senza dirlo e credo anche per lui, la salita finiva lì.

Solo che nessun dei due voleva ammetterlo a voce, e così seguì la solita recita; e una volta sistemato lo stomaco, e bardati per l’impresa partimmo all’attacco.
Ben presto però avvertimmo un cerchio che ci stringeva la testa, e imputammo la colpa all’altitudine; e la pesantezza delle gambe alla fatica del giorno prima.
Lo stesso proseguimmo ancora nonostante che sprofondassimo nell’inconsistente neve per finire nelle trappole dei mughi.
Basta con la recita! Ci battemmo il petto per “mea culpa”, e ci tornò il sorriso.
La discesa fu anche veloce sulla nostra traccia, e prima del tramonto.

 … e per intanto semo andadi a veder. Con il tempo a disposizione andammo anche da Armando Vecellio a cercar conforto.

Secondo tentativo

La vista quasi giornaliera dell’ingombro della tendina in mio possesso, inserita tra la feraza e le strase de gita, era un promemoria a ritentare l’impresa alla Croda, e sempre con il perdurare del bel tempo con il solo avvenuto passaggio di una perturbazione con scarsa precipitazione nevosa che non alterò lo stato sicuro della neve, tanto che mi caricavo “adesso o mai più; e avevo anche scartato l’approccio dal Colle di Ligonto per non rifare la lotta con i mughi, a favore della pulita Val di Dentro anche se il giro è più lungo, e tentare così in questa il bivacco il più avanti possibile.
Tanto che ero convinto che questo percorso ormai conosciuto fosse il migliore. Probabilmente nelle nostre scorribande nel Gruppo avrò gia confidato il mio desiderio di salirla d’inverno, e quando gli proposi di tentarla, l’amico Sturm Rinaldo fu più che disponibile; e così anche fissammo la data: sabato 1 febbraio 1975.

Alpi Carniche – Gruppo ČUC DAL BÔR

                                                             Monte Cjavalz 2098 m

Quella mattina partimmo lo stesso anche se il Colonnello di turno ci aveva informato dell’arrivo di una leggera perturbazione; e che per questo neanche mi preoccupò.
Solo che la previsione fu azzeccata perché trovammo tutte le montagne sotto una cappa di nuvole minacciose, e mi detti anche de mona.
Forse che sì, forse che no, ma poi d’accordo, e nell’incertezza di un possibile miglioramento veloce del tempo, rinunciammo all’impresa a favore della meno lunga ed impegnativa salita del Monte Aiarnola 2456 m.
Detto e fatto; e senza perdere altro tempo, una volta saliti nella FIAT 500 ed effettuata la conversione, al bivio imboccammo la strada innevata per il Valico di Monte Zovo m 1476.
La macchina stava facendo il suo dovere e procedevamo lenti e sicuri; meglio di così.
Improvvisamente la giornata già grigia si oscurò ed iniziò a nevicare.
– Orpo!  Si fermano le auto, si fermano i tramvai, ma i Grezi della XXX non si ferman mai.
Così, e anche volendo fare i duri, con la strada già innevata e l’abbondante nevicata in corso ci convinse a desistere; e con un’altra conversione decidemmo di tornare a casa.
Nevicava con tanta intensità che una volta all’incrocio anche  per il Passo della Mauria, preferimmo prendere la strada del Piave, e dove più in basso incontrammo la pioggia. Pertanto viaggio monotono e tranquillo.
Scendendo verso Vittorio Veneto invece la giornata divenne più chiara e la pioggia meno intensa.
Passata Pordenone, eravamo sulla strada per Codroipo, il cielo, la in fondo e di fronte a noi lo vedemmo sereno, e più avanti anche lasciando intravedere la Cresta Carnica in parte illuminata dal sole.
L’uomo delle previsioni aveva pronosticato che sarebbe stata una breve e veloce perturbazione; e noi due forse siamo stati troppo pessimisti.
A casa sanno che noi stiamo via due giorni e non è ancora terminato il primo; e perché possiamo ancora tentare qualcosa.
Così mentalmente all’improvviso non riuscii a programmare quale montagna salire; e presi del tempo per ripassare quello che avevo fatto su queste e che fosse anche possibile ripeterlo anche d’inverno.
Intanto davanti a noi il cielo sereno andava a sostituire le nuvole, e le montagne sempre più vicine.

 Allora mi ricordai di essere stato nel settembre del 1973 all’inaugurazione del Bivacco G. Bianchi, 1712 m, nel Gruppo del ČUC DAL BÔR; e con gli amici Canciani Guido, Marega Luciano ed il piccolo Andrea, il nipotino di Guido.
Arrivammo lì che la Cerimonia era conclusa ed i pochi presenti, probabilmente per la giornata incerta, stavano già andando via.

Noi per “non perderla” invece siamo anche saliti sul monte più vicino; una corsa per ripidi verdi e facili salti rocciosi: il Cjavalz.
A Rinaldo andava bene qualsiasi programma, e d’accordo e al bivio, prendemmo la statale per la Carnia. Intanto era presto il tramonto, e la nostra meta ancora lontana. C’è l’avevamo presa troppo comoda; e una volta rifatti i calcoli, lo avvisai che noi non avremmo raggiunto il Bivacco perché ormai s’era fatto tardi, ma l’ospitale Casera Vualt a m 1168 che era ancora in ottime condizioni; tanto avevamo con noi i sacchi piuma.
La raggiungemmo dalla frazione di Pradis m 477 con la luce delle lampadine.
Nel suo interno, e come avevo già visto la prima volta, tutto era in ordine e pulito, ma non in considerazione a quello che ci serviva per quella notte; non era attrezzata per il pernottamento.
Così non ci restò che “butarla in rider”; e più tardi io mi distesi su una panca e lui sul tavolo.
Faceva ancora buio quando uscimmo dalla Casera al chiaro delle lampadine e senza esitazione seguimmo delle orme sulla neve ghiacciata.
Cammina e cammina … e capimmo che quelle orme non erano per noi; e tornammo alla Casera con la luce dell’alba, e dove con un giro d’ispezione sui limiti del pascolo trovammo su un tronco all’inizio del ripido bosco la cercata segnalazione.

 Intanto s’era fatto giorno, e noi seguivamo sempre lentamente il ben visibile abbassamento della neve sulla mulattiera di guerra che incrociammo.

Usciti dal bosco sul ripido pendio non c’era più la traccia sulla neve, e così proseguimmo dritti sul ripido, e dove più sopra vedemmo le prime pareti in controluce ostentare grandezza e severità.

Al Bivacco, che odorava ancora di nuovo, la sosta fu lunga anche perché dopo aver indicato a Rinaldo la nostra Meta ed i Monti intorno, e fatta la parca colazione, ci concedemmo un riposino sulle invitanti cuccette.

 Per salire il Cjavalz dal Bivacco ognuno è libero di scegliersi il suo percorso ideale.

Quel giorno anche considerando la buona tenuta della neve non puntammo direttamente alla Cima; ma preferimmo invece aggirare il ripido pendio a destra per poi rimontare la poggiata Cresta Sud anche se ostacolati dal vento.

Per dimostrarlo, una volta in Vetta, al momento dello scatto della macchina fotografica per la foto ricordo, con il piede sollevai alcune zolle di neve: 2 febbraio 1975. 

La facile anche se lunga discesa non ha lasciato ricordo.