Sui Monti della Val d’Ambata

Trieste, 1 aprile 2009

In quella stagione mi era ormai difficile contare sulla collaborazione dell’amico Roberto Priolo perché impegnato più che mai a fare il suo alpinismo; e a me non restò che trovare un altro compagno per continuare il mio.
Questo non mi fu difficile perché avevo già capito che tra quelli appena usciti dal Gruppo Giovanile, potevo contare su Sturm Rinaldo; e così una sera in Sede gli chiesi la sua disponibilità a fare cordata con me, e lui non ci pensò due volte.

Croda di Tacco 2612 m

Per conoscerci e capire se potevo formare cordata per poi iniziarlo all’Alpinismo di ricerca gli proposi una nuova salita sulla Croda di Tacco già salita con Roberto Priolo, ma che desideravo tornarci.
Sì, perché a destra della nostra via la parete offre ancora la possibilità di tracciare una più facile; per l’appunto. Solo che faceva già cordata con il coetaneo Mazzoli Enrico, e così venne anche lui.

Così quella mattina dal Bivacco Gera, dove abbiamo pernottato, scendemmo alla base della parete, e la sotto formammo la cordata con Rinaldo da primo.

In quel tratto facile la roccia e rotta e friabile, e vedevo loro due procedere delusi da sentirmi in colpa.
Poi poggiammo a destra su roccia migliore in un’ampia traccia di diedro che disegna la via di salita.
Salita che supera un susseguirsi di pareti verticali e in alto anche un tratto difficile, per poi puntare un camino che ci portò sulla cresta Sud, e per questa in Cima: 14 luglio 1974.

 Lassù intanto i giovani compagni di cordata se la contavano felici perché è la loro Prima. Io invece guardavo intorno con la speranza di vedere quello che credevo di non aver visto e provato la prima volta in Cima; e così tornai a rivivere il ricordo di quella volta.
La discesa facile è quella già raccontata e presente nel blog. Solo che quel giorno c’era meno neve nel canale e c’è stata qualche titubanza prima del salto.

 Il risultato fu che il tardo pomeriggio di due settimane dopo, e solo con Rinaldo Sturm, raggiungemmo il Tabià dell’Ambata dove bivaccheremo; e questo perché, mantenuta la promessa con la salita della Croda nel mese di novembre 1973, mi ricordai anche la promessa di terminare la salita della Cresta Nord che iniziai con l’amico Roberto Priolo. Per mantenerla questa volta non l’attaccheremo dal Cadin del Bigio, ma ho programmato che la riprenderemo dalla piccola Sella della Punta Nord raggiungendola dalla Forcella Paola per la nostra via di discesa.
Solo che per raggiungerla e per non fare il sentiero della Val di Dentro, tenteremo il passaggio per il canalone delimitato da un Pilastro Innominato e ben visibile dall’attendamento Darmstaedter, e che aveva stuzzicato la mia fantasia.
Nello spargere quel poco di fieno presente sul fondo dell’unico piccolo vano per poi stendere i sacchi piuma, Rinaldo trovò tra le tavole della parete un foglietto messo lì dall’alpinista Goedeke Richard che notificava d’aver trascorso la notte con un compagno; non mi ricordo il nome e data. La nostra deve essere stata anche comoda perché non mi ha lasciato ricordo.
Così la mattina e messo il superfluo in un angolo, ben riposati non ci lamentammo sul ripido sentiero che porta all’attendamento Darmstaedter, e dove e prima di raggiungerlo, c’è una larga cengia in leggera discesa coperta d’erba ed altri arbusti che scorre sottostante il costone coperto di mughi, è che c’invitava a seguirla.

Ferma tutto; e valutammo prima la convenienza. Osserva e guarda, e ci parve il più logico accesso al nostro canalone con lo sbocco chiuso da salti strapiombanti, ma ben accessibile a sinistra anche se coperto da fitti mughi.
Detto e fatto; e fu proprio così, e sopra a questi noi seguimmo proprio il canale a lato del Grande Pilastro, e che senza difficoltà raggiungemmo la Sella della via comune per la Croda.
Non ci saranno stati lassù salti di gioia, ma che soddisfazione veder premiata l’intuizione; poi con quella carica addosso non ci pesò la successiva ripida salita alla Forcella Paola; e dove ci godemmo la meritata sosta.

Attaccammo la parete percorsa in discesa, e così e anche se legati in cordata, senza la ricerca della via, raggiungemmo veloci la nostra Sella.
Superammo il tratto percorso solo dal Priolo, e da quel punto della cresta io ebbi modo d’osservare quello che lui non “capiva” nella nebbia. Si, perché la cresta e divisa da un intaglio e per riprenderla bisogna superarlo.

Per noi due senza la nebbia fu tutto chiaro; e scesi nell’intaglio per lo spigolo montammo sulla cresta che è anche più alta; e che continua piana.

Solo un piccolo torrione evitabile, e così fino sotto altri tre spostati dalla linea di cresta; tanto che anche per noi riusciva difficile capire subito chi dei due retrostanti è il più alto. Intanto la Croda dei Toni ci mandava le prime avvisaglie del possibile temporale, e che ci preoccupò nel caso si scatenasse proprio dove noi potevamo essere molto esposti.
In arrampicata e seguendo la cresta sia in salita, che in discesa e dopo essere passati per le Cime dei due Torrioni quasi in linea, ci trovammo sotto il più alto. 

Probabilmente dall’altro appena salito non avremmo fato caso, ma solo ora è che vedemmo le pareti di questo torrione tutte di un bel color giallo oro segno di recenti fratture.
Col naso all’insù cercammo una possibilità di salita, ma invano.
Non mi diedi per vinto e iniziai a salire la parete di fronte fino a quando fui costretto a traversare a sinistra ed entrare in uno spacco a diedro; e proprio lì, poco sopra la base, c’è un foro in parte celato da grosso detrito.
A quella vista informai l’amico, e intanto che arrivasse, io lo liberai dagli ostacoli … e che si può passarlo; forse un metro e anche più: e mi vedo la prima volta di fronte a quello del Cimon della Pala.
In sicurezza di cordata provò lui che è il più grosso; e passò anche se con fatica perché frenato dal materiale d’arrampicata levando così l’asperità, e consentendomi poi di passare agevolmente.
Dall’altra parte la corta parete era ben scalabile e continuò fino in Cima.
Una volta ricuperati i sacchi con la corda in vetta per me e stato tutto facile; e dopo la rituale stretta di mano mancava ancora il suo assenso per il nome: 28 luglio 1974 – Cima Darmstaedter, il primo a salire i Monti della Val d’Ambata.

  L’incertezza del tempo frenò la possibilità di continuare fino sulla Croda, e tanto che alla fine rinunciammo; e abbreviò anche la nostra sosta lassù.
Nel prepararci per la calata in corda doppia ci accorgemmo di non aver costruito l’ometto, e subito mi chinai a raccogliere le pietre sulla vergine piazzola. In quel momento un richiamo sull’etica alpina mi passò per la mente; e la piazzola restò come l’avevamo trovata.
Fata la calata in corda doppia si doveva entrare nel canalone tra le due Cime; e non era facile, tanto che scendemmo in cordata sul bordo fino a trovare neve meno ripida.
La dentro era anche molle da non richiedere più la sicurezza della corda.
Solo che nel programmare la salita, la discesa fu trascurata anche perché era logica nel canalone; e così e quando vedemmo sull’altra parete tracce di cenge le raggiungemmo, e seguendole a lungo entrammo nel conosciuto canalone della via comune della Croda, e dove sostammo increduli.

  La minaccia del temporale non esisteva più ed il cielo si stava rasserenando; e avevamo ancora del tempo.
Una volta usciti dal canalone della via normale, discesa per discesa, io proposi a Rinaldo di farla per il Colle di Ligonto, e scendendo per la facile anche se sconosciuta via Celli E. che percorre proprio la cengia raggiunta.
Della prima parte di discesa non ricordo difficoltà, ma solo alcuni scenari sfumati e inenarrabili di bellezza alpina, e che dimenticai di fotografare.
La cengia guida prima del Colle si disperde fra banchi di roccia e flora rigogliosa.
Noi due “che semo sgai”, anche perché fino a quel punto tutto c’era andato bene e che capimmo anche che dovevamo traversare alti, preferimmo scendere in un promettente canale e dove trovammo anche i resti di un camoscio.
Ci riuscì lo stesso la discesa ai pascoli dell’Ambata e fu anche veloce; solo che in alcuni tratti i mughi sostituirono la corda.