Lavaredo, esperienze sulla Cima Piccola

                                                              Trieste, 1 febbraio 2009

Ottobre 1973. In quel mese sui monti era caduta la prima neve, e per noi significava che la stagione delle salite estive terminava.
Senza ai e né bai e a ricordarci invece che la stagione non era ancora finita, ci hanno pensato i nostri amici della città di Vratza – Bulgaria.
Sì, perché imprevista in quei giorni era arrivata in Sede della XXX Ottobre una loro lettera che ci avvisava che arriveranno per il giorno 20 ottobre 1973, né più e meno?    Così tutti quelli che erano stati ospitati “alla pari” da loro furono subito convocati in Sede ed invitati a dare la propria disponibilità.
Non mi ricordo il risultato di quell’incontro; ma per quanto mi riguardava mi ero offerto sì di accompagnarli, ma solo per la fine settimana, anche perché non avevo più ferie.
Il posto dell’incontro era stato fissato al Rifugio Auronzo, l’unico aperto in quella stagione, e che dava ancora la possibilità di fare qualche salita.
Lo stesso impegno lo confermò anche l’amico Costa Giorgio, e così quella sera anche ci accordammo di viaggiare insieme. Ancora un giro di corrispondenza per confermarci che hanno capito e che saranno al rifugio Auronzo il giorno stabilito nel pomeriggio. Così quel sabato mattina partimmo con comodo con la sua macchina, una FIAT 1100 datata, che lui meccanico d’auto, la teneva come nuova.
All’uscita dell’autostrada, e invece di immettersi sulla statale per la Carnia, lui prese quella per Pordenone?
Alla mia richiesta perché aveva scelto quel percorso, lui m’informò che stavamo andando a Cortina perché s’era accordato con l’amico Zandonella Mario per salire la via Del Vecchio–Zadeo alla Cima Piccola; e che andavamo a prenderlo.

Una volta arrivati a Cortina dovemmo cercare il distributore di benzina dove lui lavorava, e trovatolo dovemmo anche aspettare che terminasse il suo turno.
Non lo conoscevo, e una volta salito in macchina con timidezza si presentò; poi loro due iniziarono a parlare della salita da fare; e partecipai anch’io, a richiesta e più volte, anche perché quella salita l’avevo ripetuta con Crepaz Bruno e Mauro Enrico, il 5 agosto del 1961.
Probabilmente in quelle sere in Sede si parlava tra noi della Gita in programma alle Tre Cime, ed il Crepaz mi avrà chiesto di fare cordata con lui per ripetere quella salita quasi sconosciuta.
La domanda è in che modo è entrato a far parte della cordata Mauro.
Potrebbe essere salito a Udine dove abitava, e poi mettersi d’accordo.
Possibile anche che lo trovammo la sera di sabato al Rifugio Mazzetta dove dava una mano nella conduzione.
Si sapeva anche che era andato a Cortina a cercar lavoro per essere più vicino ai Monti.
Detto incontro ricordo bene, ma potrebbe anche essere stato un’altra volta che abbiamo pernottato tempo dopo; le Tre Cime erano molto ambite.

 La nostra parete sovrasta il Rifugio ed il tempo e splendido, perché darci furia.

Così ci legammo dove la nostra via si stacca dalla Witzenmann per proseguire autonoma che era mattino inoltrato.
Subito sopra attaccammo il diedro che incide il primo salto di parete verticale.

A questo seguirono ancora passaggi difficili, fino e dove una traccia di cengia ci portò sotto l’alta parete verticale caratterizzata nell’ultimo tratto da una fessura camino che è la direttiva della salita.
Salita che proseguiva regolarmente e che loro due s’alternavano da primi; così c’era sempre uno dei due a farmi compagnia e a commentare i passaggi molto esposti ed impegnativi appena superati.
In traversata da destra arrivò una cordata di lingua tedesca che andava a raggiungere la Comici allo Spigolo Giallo.
Ci chiesero informazioni sulla possibilità. Rassicurati ci ringraziarono e proseguirono verso questo.
Bruno ci spiegò che alcuni lo fanno per evitare il primo tratto difficile di quella via.
Noi continuammo sempre diritti sulla verticale parete incontro alle maggiori difficoltà della salita: il superamento dello strapiombo a tetto che strozza la fessura camino.
Una volta la sotto prendemmo una sosta per studiare il passaggio e controllare il materiale.

“Te va ti, o vado mi”; e lo volle fare Bruno che si caricò tutta la feraza, e via.
Solo che per arrivarci sotto dovette anche chiodare perché non trovò i chiodi dei primi salitori; e non gli fu facile trovare dove metterli nella roccia friabile.
Così arrivò sotto lo strapiombo, solo che aveva le braccia stanche.
Lo volle passare lo stesso e più volte; poi chiamò “cafè”, e tornò fra noi.
Con la via già armata Enrico impiegò meno tempo per raggiungerlo, ma per superare il tetto dovette mettere altri chiodi e l’uso della staffa.
Io, che stavo di secondo, beneficiai di questo cambio perché Bruno, che era l’unico ad essere in possesso della macchina fotografica, volle immortalare quel passaggio.
Alla fine per fare quel tiro di corda impiegammo ben altre le due ore; e per nostra fortuna invece il tratto finale non presentò quelle difficoltà, e raggiungemmo la Spalla dove anche termina la via.

Per salire sulla Vetta restava ancora da superare il tratto finale della via originaria. Qualcuno guardò l’ora e ci mise furia.
Avevamo già messo tutto il materiale nei sacchi, corda esclusa, che dall’alto arrivarono richiami ed urla.
Proprio in quel momento iniziarono a scendere le varie cordate dalla Cima, e che s’ammucchiavano sul passaggio obbligato per scendere in corda doppia.
Vista quella scena Bruno tagliò corto; e ci sollecitò a scendere veloci per non essere sotto il tiro di cadute di sassi lungo tutto il percorso. Non ebbe bisogno di ripeterlo la seconda volta.
Credo di non essere mai disceso da una montagna così velocemente.
Quel giorno arrivammo in fondovalle, alla partenza del camion attrezzato, tra i primi. Posteggiammo la macchina nei pressi del Rifugio al primo pomeriggio.
Gli Zandonella, fratelli di Mario, che lo gestivano nella stagione invernale, ci diedero il benvenuto ma anche ci chiesero ansiosi se sapevamo qualcosa dei Bulgari.
Alla nostra risposta negativa non furono proprio felici.
Poi i miei due compagni s’appartarono con loro, ed io, che non m’andava di stare al chiuso, solo soleto preferì portarmi sulle cenge assolate della Croda Passaporto perché a star fermi si gelava.

 

Lassù non solo beneficiavo del calore del sole, ma anche assistetti ad un tramonto indimenticabile; prima con la Croda dei Toni in pieno sole, e successivamente con le Marmarole e i Cadini di Misurina nei giuochi di luce alterati dalle nuvole.

 Avevo tempo perché non arrivava nessuno; e così aspettai il primo crepuscolo e lentamente tornai al Rifugio.
Le prime tenebre oscuravano già il fondovalle, e tutti noi sul piazzale del Rifugio in vedetta; niente.
Era già notte quando i fari di un mezzo di trasporto apparvero all’improvviso. L’autista, uno dei nostri e visto il Rifugio, diede di clacson per avvisarci che erano proprio loro; finalmente!
Nell’oscurità del piazzale non potei distinguere e sapere chi e quanti fossero arrivati, anche perché c’era quello che nella Palestra di Vratza riuscì ad amicarmi parlando il Tedesco scolastico (quello con i baffi) che mi distrasse.
Non ricordo se loro cenarono con noi perché stavano sempre appartati, ma in qualche modo riuscimmo accordarci che per incominciare e conoscere le Tre Cime d’iniziare con la salita alla Piccola per la via originaria.
Non ci fu obiezione; e con l’accompagnatrice, che non m’ero ancora accorto, s’appartarono ben presto motivando la stanchezza per il lungo viaggio, e tutti in una stanza; e buona notte.
Così noi due e forse anche tre, perché era arrivato con loro anche Buzzi Gianni, che appena conoscevo, facemmo altrettanto anche in previsione dell’impegno in programma.
Quella mattina non c’era una nuvola in cielo, e faceva freddo.  I primi a lasciare il Rifugio furono Giorgio e Mario; e che noi seguimmo ben presto sulla strada sterrata a tratti coperta da neve gelata; sette in tutto perché si era aggregato anche Gianni.
Solo un breve tratto; poi dalla Cappella degli Alpini seguimmo invece sul ripido ghiaione una traccia che puntava alla Forcella della Piccola ben innevata, e così anche tutta la parte alta del canalone. Iniziai a tirare da battistrada, e così anche sulla neve dando il meglio di me per farglielo vedere il valore dei Grezi; e fino sotto la Forcella perché le facili rocce della normale erano innevate.
Ferma tutto; e deciso il punto d’iniziare la salita, mi lasciarono ancora il compito di aprire la pista nella neve e così fino sulla parete quasi sgombra.
Solo che su questa per loro non salivo veloce, ma stavo anche tirando il fiato, e così mi fecero capire che passavano loro a condurre.
Sì, si erano ben preparati e andavano su come treni, e noi due facevamo fatica a stargli dietro, e così fino sulla Spalla.

 La sopra solo una breve sosta, il tempo di legarsi in cordata, e via con loro davanti e così fino in Cima: 21 ottobre 1973.

  Finiti i soliti convenevoli scena quasi muta; non ci capivamo.

Solo con quello con i baffi, qualcosa in tedesco scolastico, e che poi faceva da tramite; ma era tutto difficile.
Gli guardavo, dialogavano felici e contenti. Certo, la prima volta in Italia, su i suoi Monti e le Tre Cime.

Non c’era una nuvola in cielo che minacciasse brutto tempo.
Solo che la giornata volgeva al termine e ci portammo al passaggio obbligato della calata in corda doppia; e da dove senza schiamazzi ci calammo uno per volta sulla spalla.

In Cima non c’era giunta nessuna voce o richiamo dei nostri amici, e noi allora ci portammo all’uscita della via a tendere le orecchie: niente. Qualcuno voleva chiamarli, ma io dissi di no perché conoscendoli, per loro sarebbe stata una seccatura.

Intanto improvvise nuvole stavano già intanfanando la Cima Grande ed in parte la nostra; così decidemmo di riprendere la discesa.
Eravamo ancora sul ghiaione che iniziò a tuonare e ben presto le Tre Cime furono avvolte da nuvole temporalesche; e scoppiò un temporale d’inaudita violenza con vento e grandine seguita da poi neve e più avanti pioggia.
Una volta in Rifugio tutti trepidavano per la cordata in parete, e gli Zandonella avevano già sollecitato in soccorso gli Scoiattoli di Cortina.
Arrivarono anche presto, ma la bufera non permetteva un deciso intervento anche perché potevano essere già fuori della via.
La bufera calava d’intensità, ma a peggiorare la situazione fu l’arrivo delle tenebre dove risaltavano gli ultimi lampi.
Già sollecitati, arrivarono altri Scoiattoli con una campagnola portante un potente faro che illuminò a giorno la parete ricamata di neve.
Così, con i binocoli, riuscirono anche vederli che si muovevano sulla Spalla; e ci giunsero anche i loro richiami a risposta dei nostri. Volevamo partecipare al soccorso, ma fummo sconsigliati.
Così partì veloce la squadra di soccorso con una meta ben precisa, mentre altri gli seguivano con i binocoli.
Un’esclamazione di stupore; gli vedevano già in parete che procedevano in discesa anche se lentamente. Bravi i nostri due che erano riusciti a trovare l’inizio della discesa dalla Spalla in quelle condizioni!
Allora i presenti si divisero in due gruppi; io ero in quello che andava ad incontrarli, l’altro era rientrato per preparare i festeggiamenti.
Noi due ci alzammo presto la mattina del lunedì perché Giorgio doveva aprire la sua officina. La strada era coperta da un velo di ghiaccio, e aspettammo che il sole lo sciogliesse un poco.
Così quando l’acqua disciolta iniziò a scendere lentamente verso il suo mare, noi facemmo altrettanto verso il nostro.