Croda di Ligonto: la Vetta mancata

Trieste, 1 gennaio 2009

L’attività svolta all’inizio dell’inverno 1973 nella Val dell’Ambata con la riuscita salita della Cima omonima e quella dell’anno passato sulla Cima Pezzios Nord, non passò inosservata dalla Croda, e che sempre mi ricordava la promessa fatta di salirla, ma e solo per la via A. Berti – E. Celli sulla parete Ovest; tanto che tutte le volte che la contemplavo in muto colloquio, mi rimordeva la coscienza per non essere stato ancora di parola.
Intanto, e dopo la nascita del secondo figlio, ormai non frequentavo più la Val Rosandra per l’allenamento su roccia, anche perché non volevo impegnare gli amici con il rischio che all’ultimo momento … non si sa mai.

Così invece lo continuai da solo nella Palestra naturale della Napoleonica, un’oretta, sfruttando le pause del pranzo: ho sempre desiderato essere pronto alla scalata.
Alle grandi Montagne scelsi le montagne vicine con Gite di un solo giorno, e senza la ricerca delle difficoltà contando sugli amici del GMA, gruppo modesti alpinisti, per l’appunto; e frequentavo sempre regolarmente la Sede dove c’era sempre qualcuno pronto a far cordata; intanto arrivò il mese di settembre, e che continuava un periodo di bel tempo stabile.
Il richiamo della Croda pertanto era al massimo; solo che per salirla lungo quella parete di circa 1250 m di dislivello ci volevano due giorni, e così avevo messo in programma un possibile bivacco all’attacco o nella radura della Val Bastioi; e dovevo ancora trovare un compagno che accettasse quella salita.
Provai prima con i “forti” che però erano tutti impegnati; e non mi restò che rivolgermi a qualche amico del GMA.
Probabilmente avrò vagliato fra i tanti che mi chiedevano spesso di fare una salita assieme, ed alla fine, spontaneamente e senza un ordine stabilito, telefonai all’amico Hrovatin Sergio, e che era uno tra i più giovini dei miei amici de croda.
Al telefono mi rispose la sua mamma che conoscevo da quando con il marito e Sergio ragazzino partecipava alle Gite Sezionali estive ed invernali, tanto da frequentare la loro casa.
Dopo i soliti convenevoli, lei aveva già capito il motivo della mia telefonata, e anche perché preoccupata temendo per il figlio, m’informò che in quei giorni lui aveva avuto qualche linea di febbre; e cicola e ciacola alla fine mi raccomandò di non fargli fare fatica!
Arrivò lui che confermò la febbre, ma che era anche tutto passato, e stava bene.
Allora l’informai del motivo della mia telefonata proponendoli la salita con i nessi e connessi. Senza tentennamenti accettò ma senza mettere furia.
Così io sul momento anche modificai il programma per favorirlo, e l’esposi: partenza alle ore 7; arrivo al posteggio della Casa dei Preti o Frati con sosta e ristoro, poi lentamente all’attacco e salita della via fino alle terrazze detritiche dove bivaccheremo. Il giorno dopo salita alla Cima; poi con tutta calma la discesa perché avremmo tempo a disposizione.
Ad un programma così allettante non oppose obbiezioni; poi salutandolo di portare un foglio di plastica per coprirsi nel bivacco.
Così la mattina inoltrata del 8 settembre 1973, più tardi dell’ora calcolata, posteggiato l’auto e ristorati, entrammo nella fresca e ombrosa Val Giralba.
Apprezzammo subito queste delizie perché il sole batteva forte in quel momento della giornata; ed io con sempre nella mente la raccomandazione della sua mamma, tanto da dover più volte rallentare il passo; e fu meglio così perché faceva un caldo eccezionale per la stagione.

Così ridendo e scherzando non essendo impegnati, arrivammo al Pian delle Salere, e al bivio del sentiero o traccia per la Val Bastioni; e che lo seguimmo il possibile.
Poi non ci restò altro che affrontare la mugheta cercando le possibili piccole radure e mirando verso il salto bianco eroso dell’acqua che caratterizza la base della parete, e dove di lato inizia la salita.

Ci siamo; il tempo di consultare la Berti e di sistemarci fu sufficiente per recuperare una possibile stanchezza, e attaccai la corta parete verticale ricca d’appigli arrotondati anche se non sempre sicuri fino a traversare a destra per montare sul vasto incavo a terrazza di roccia bianca e liscia, e dove dall’altra parte sbocca il canale obliquo che è la direttiva della salita.

 Chiesi all’amico se gli serviva la sicurezza della corda, che lui rifiutò, e una volta riuniti entrammo finalmente nel canale.
Canale che a tratti facili alterna salti di roccia compatta e liscia; e così fino ad uscire su brevi risalti con verdi e mughi e dove era ancora forte il calore del sole.

Il tratto è breve; e riprendemmo il canale fresco e ombroso con le stesse caratteristiche del tratto percorso.

  Solo che questo è più lungo.

 

Non solo perché come i “veri” canali, anche questo ha il suo bel masso a ponte. Spettacolo per spettacolo, anche perché era l’ora giusta.

Il bordo esterno del canale termina netto, e uscimmo su uno spiazzo cosparso di detriti medio e piccoli, e sovrastato da una parete strapiombante indorata dal sole prossimo al tramonto.
Vedemmo sì l’invitante canale riprendere oltre lo spiazzo, ma anche la parete incombente esaltata dal tramonto che intaccò la mia certezza di riuscire a raggiungere la in alto la terrazza programmata per il nostro bivacco; tanto da iniziare a valutare quella che ci ospita.
Non era la terrazza prevista, ma considerata l’ora; e poi con quella copertura di così soffice pietrisco per un bivacco fu una tentazione.
Così decidemmo di fermarci su questa: e ce la contammo a lungo con di fronte i Monti illuminati dalla mezza luna prima d’avvolgersi nei teli di plastica, e più tardi distenderci in una soffice depressione della terrazza.
In tutto quel tempo in basso nella Valle e tutt’intorno in quella notte non si vide una luce.

   All’alba eravamo già pronti per riprendere la salita, ma poi preferimmo aspettare maggior luce per entrare nel buio del canale.
Non faceva freddo e stavamo bene in camicia, e così assistemmo alla progressiva illuminazione dei Monti tutti intorno.

  L’impazienza ebbe il sopravento, e legatici iniziammo la salita.

Solo che in questo tratto la roccia rotta e friabile richiese attenzione.

Ben presto il canale si disperde sulla parete, e così anche il bordo esterno; e noi la in alto in piena parete avvertimmo il vuoto, e come.
In particolare alla ripresa della salita, ma presto la parete diventa gradinata e così fino all’estesa terrazza sovrastata in tutta la sua lunghezza da un salto di parete verticale illuminato da luce riflessa.

  La via Berti – Celli segue la terrazza a destra per poi rimontare un canale sotto la Punta Lina.
Solo che la parete non beneficiava ancora di nessuna luce e non era per niente invitante.
Così noi andammo a cercare di passare lungo la parete illuminata da luce riflessa, e dove ci ammiccava un prolungamento della parete.

  

Sì, si poteva passare facilmente; ma poi proseguimmo oltre solo per vedere e conoscere sia la Croda, sia la Cresta Nord.
Tornati al prolungamento e osservandolo decidemmo d’attaccarlo sul lato interno dove la roccia e lavorata a gradoni, e per sicurezza ci legammo.
La scelta ci diede ragione perché alcuni passaggi non erano facili, e arrivammo sul bordo del vasto e ripido ghiaione sospeso sottostante l’estesa parete finale.
Tutta questa parte alta e vasta della Croda era ancora nell’ombra, e dove ben risaltava lontana Forcella Lina; sì, dovevamo traversare tutto il ghiaione sospeso per poi salire il canale che s’origina da questa.
Un enorme masso attirò la nostra attenzione; e decidemmo di fare la prima sosta al riparo di questo: non si sa mai!  Forse perché tutto era ancora nell’ombra e per l’ambiente sconosciuto, ma sul ripido ghiaione andammo proprio con cautela e così fino al masso; e al suo riparo la sosta fu più che meritata.

Proprio ci voleva perché alla ripresa eravamo sciolti e sicuri, e puntammo alla detta Forcella; e solo nel ripido tratto finale coperto di mobilissime ghiaie che ci fermammo per delle pause.

 Una volta lassù e valicata, entrammo finalmente nella calda luce del sole. Non scendemmo un tratto nell’altro versante, ma montammo una facile cresta che ci portò sotto la parete terminale; solo che questa è strapiombante?
Consultammo la Berti; non mi ero sbagliato; io avevo letto giusto, solo che erano trascorsi presto cent’anni dalla prima volta; ed ora non si passa più.
Facemmo a ritroso la cresta e dove appena possibile scendemmo in un canalino gradinato.
In quel momento m’accorsi del particolare colore delle rocce; sì, erano coperte di polvere aurea. Presi così un frammento per osservare la colorazione; non avevo mai visto una roccia simile.

Risalimmo il canalino che solca la gradinata di cenge fin poco sotto la parete verticale per seguire a destra una cengia che sembrava promettere; e la seguimmo fino a che si sperde sulla verticale parete.
Tornammo indietro e fin sotto una corta parete scalabile, e anche perché subito sopra mi sembrava di poter passare.

Invece la piazzola è sovrastata da una parete a strapiombo?
– Orpo! Poi i soliti falsi tentativi per avere la coscienza a posto, e per quel giorno ci fermammo la a far vetta anche perché dovevamo ormai pensare alla discesa che non conoscevamo; e con in mente la promessa di non stancarlo.
Certo, questo era un alibi per gli altri, ma come mi “bruciava” la mancata Cima non lontana. Nessuna gioia anche se avevo mantenuto la promessa per la via di salita; e così in quel momento rinnovai la promessa che sarei ritornato, e solo per raggiungere la sua Cima.

Al contrario che in salita, individuammo tanto bene la discesa da non lasciar ricordi; e una volta ad Auronzo anche trovammo la corriera per la Val Girala che pareva ci stesse aspettando.

Avevamo programmato giusto, tanto che partimmo dalla Casa dei Frati o dei Preti con un buon margine di luce.

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