Sulla Cima d’Ambata d’inverno

Trieste, 1 dicembre 2008

La Festa della Befana in quell’anno 1973 cadeva proprio nel giorno di sabato. L’avvenimento che permetteva all’amico Canciani Guido del GMA Gruppo Modesti Alpinisti, di tenere regolarmente chiusa la sua drogheria per due giorni.
Così, e come nelle altre occasioni che capitavano due giorni festivi, io avevo il compito di programmare una bella Gita di due giorni perché lui non aveva tempo per consultare Guide e o cartaceo vario. Pertanto e per questo con tutta probabilità avremmo parlato ben prima dell’inizio dell’inverno; poi in seguito e considerato lo scarso innevamento si programmò per quei due giorni la sconosciuta Cima d’Ambata.
Sì; avevo intuito la possibile salita ritornando con il ricordo nel giorno che con Heydi sali per la prima volta Val d’Ambata per conoscerla; e che poi accettammo l’invito d’Armando Vecellio, incontrato nei pressi del Bivacco Carlo Gera, a raggiungere la Forcella che adesso porta il suo nome.

 Certo, c’erano ancora delle incertezze nella parte alta che quel giorno non m’interessava conoscere; poi in seguito la foto scattatami dall’amico Roberto Priolo nella sosta fatta durante la salita alla Croda di Tacco, mi diete certezza sulla sua possibile salita invernale.
Sì, perché sotto la Forcella c’è una cengia che porta in mezzo alla parete dove s’intuiscono varie possibilità per raggiungere la Cima.
La via originaria del Darmstaedter & C. invece attacca sulla cengia più bassa, e segue la linea di canali che portano in Cima che con la neve potrebbero presentare difficoltà ed incognite.   In quelle ultime sere in Sede si parlava di questa salita anche con altri amici, e così De March Edy del GMA, chiese di partecipare; la mia chiara presentazione l’aveva convinto.

 Non ho quasi mai preso nota delle Gite se non si sono concluse in Cima. Così ho chiesto aiuto dell’amico Guido che invece annottava tutto anche se in modo incomprensibile per chi non avesse partecipato.
La memoria e le foto scattate hanno fatto il resto.

Il tentativo

Eravamo ormai lontani da Trieste che Guido si ricordò di non aver preso gli scarponi; e alla fine sbottò tra le nostre risate e prese in giro che considerato il cattivo stato era l’occasione per sostituirli! Una volta ad Auronzo, e prima degli scarponi, pensammo al nostro stomaco per immagazzinare energie.
Poi entrammo in un fornito negozio sportivo, ma per quanto a scarponi con suola Vibram non era la stagione c’informarono.
Prova e riprova, alla fine comprò un modello giusto per la nostra gita; leggermente stretti; ma questo dopo, nella salita.
Quel giorno, era la prima volta, parcheggiammo ai Prati Orsolina per passare alla chetichella, agevolati dalla Carta Austriaca di Guido che riportava segnata una stradina e di seguito la traccia di sentiero.

 Giornata splendida con tanto sole; tanto che trovammo la prima neve ben oltre i pascoli dell’Ambata, e così e senza forzare lungo il sentiero nel ripido bosco, e usciti, fino ed oltre l’attendamento Darmstaedter dove entrammo nel solco della valle racchiusa a strettoia tra enormi macigni; e via.
Solo che la dentro in quella strettoia iniziarono le nostre pene; la neve cotta dal sole era senza consistenza e sprofondavamo ben oltre le ginocchia.
Ci davamo il cambio ripetutamente, ma lo stesso avanzavamo lentamente e con tanta fatica; e così fino arrivare al Bivacco Gera m. 2240 m, e al crepuscolo.

Quella sera nelle nostre cuccette ce la contammo a lungo; ma cosa strana, nessuno di noi parlò di sveglia e di salita.

   I due stavano ancora dormendo; io volevo fotografare i monti al primo sole; e uscì dal Bivacco giusto in tempo, e prima che il sole gli illuminasse appieno.

 Dopo la colazione e d’accordo, decidemmo di lasciare il Bivacco non appena il sole facesse capolino per godercelo lungo la discesa; e nell’attesa non ci facemmo certo mancare giri di caffè e te corretti dall’esperto Guido.
Improvvisamente davanti l’entrata con la porta aperta, si presentò un alpinista?  Sì, era d’Auronzo, ma non ricordo se si presentò col nome di Becher o Molin.
Cicola e ciacola, lo invitammo consumare qualcosa con noi, e che lui rifiutò motivando che voleva essere a casa per il pranzo.
Poi ci ringraziò della nostra pista compattata dal freddo della notte e che usufruì anche lui per la salita, ma anche c’informò che l’itinerario invernale non entra nella strettoia, ma che rimonta subito a destra sul dosso dove è posto il Bivacco.
Tanti saluti, ed iniziò a scendere su questo. Noi tutti contenti perché troveremo la “nuova” discesa battuta evitando così di ripercorrere le nostre pene.

 

Arrivò il sole; e noi eravamo già pronti e perdemmo soltanto il tempo per mettere gli scarponi e ghette; e via, e sulla traccia appena marcata con i visi al sole per prendere la tintarella.   

Subito sotto ci fermammo rivolti alla Cima D’Ambata a commentare l’evidente percorso per la salita, e per quello che accertammo anche fattibile.

 Poi ancora una sosta per la Croda di Ligonto, e più sotto un’altra ancora per la Val di dentro che non vedemmo essendo chiusi nella strettoia.

In vista del pianoro della Val di Fuori la traccia puntò ripida ad incrociare la nostra a valle della strettoia; e dove su quella neve tra una scivolata e l’altra qualcuno si preoccupò più per la tintarella.

 Prima d’entrare nel bosco la Croda di Tacco.

 Ai pascoli dell’Ambata la Croda Grigna.

Alla fine della giornata dai Prati Orsolina tutta la Croda di Ligonto – Monte Rosa.           Tanto torneremo.

La salita

Non mi ricordo se già nella discesa, ma senz’altro durante il viaggio che parlammo di tentare la salita nel prossimo fine settimana contando sulla “nuova” pista ben battuta fino al Bivacco, e che ci avrebbe consentito l’avvicinamento veloce; sempre che non nevicasse.
Sì, perché nel frattempo formulai mentalmente il programma che prevedeva già la partenza il venerdì pomeriggio con pernottamento all’Albergo Marmarole; sveglia sabato mattina presto, e tutta una tirata fino in Cima.
Discesa con pernottamento al Bivacco; e la Domenica solo per il ritorno; Edy fu d’accordo.
Quello che mi sono sempre chiesto e mi chiedo ancora è la certezza avuta di trovare l’Albergo Marmarole aperto; e poi in quella stagione.
Erano oltre tre anni che non andavo a trovarli.

Così dal lunedì, per recarmi al lavoro la mattina, percorrevo le rive del fronte mare per vedere le montagne, e controllare che nessuna possibile nuvola potesse modificare la condizione della neve.
Il cielo in quella settimana si mantenne sempre sereno.
Arrivammo al Marmarole impiegando un buon tempo che era il crepuscolo grazie alle strade senza ghiaccio; ed entrammo.
La dentro c’era solo la padrona appisolata sulla sedia, e che frastornata tardava a reagire e capire anche perché l’informammo che eravamo venuti per salire i monti.
A tutto poteva immaginare, ma no che noi capitassimo la in quella stagione, e per andare sui monti, e con quel freddo poi.
Noi le chiedemmo solo qualcosa di caldo per cena e i letti con solo i materassi per stendere i sacchi piuma per la notte.
Non ricordo se c’erano presenti dei clienti, ma a noi dopo la cena non restò altro che salire e infilarci nel caldo dei nostri sacchi, e prendemmo anche subito sonno tanto che alle tre eravamo già svegli.
L’illuminazione stradale rischiarava i prati d’erba gelata retrostanti che ripidi ci portano a prendere il sentiero a mezza costa più in alto dell’albergo; solo un tratto, poi prende a salire ripido, e lì trovammo una sorpresa imprevista perché l’altra volta noi eravamo sbucati più avanti dai Prati Orsolina.
Dappertutto, sul sentiero e tutto intorno sparsi nel bosco, erano distesi e/o si erano accatastati un centinaio di tronchi scortecciati; e tutti coperti da una pellicola ghiacciata. Evitammo di mettere i ramponi per non inciderli, ma il loro superamento e aggiramento non sono stati senza fatica.
Invece gli mettemmo subito sopra i pascoli perché la neve pressata dal recente passaggio era gelata, e così tenere un buon passo; e una volta oltre l’attendamento Darmstaedter e prima della strettoia, prendemmo a destra l’autostrada tracciata la volta precedente.
Arrivammo così al Bivacco con il primo sole complimentandoci per l’ottimo tempo impiegato; e potemmo anche prepararci qualcosa di caldo anche per adoperare il lodato fornello a gas del peso di oltre quattro chili portato dall’amico.

Intanto l’aurora coloriva la nostra Meta.
Prendemmo con noi lo stretto necessario, e via in discesa sprofondando nella neve ben oltre le ginocchia.
Sull’altro versante invece e dove non era ancora giunto il sole la neve teneva sul ripido pendio che noi affrontammo alternandoci.
Più avanti Edy iniziò a lamentarsi per i crampi alle gambe. Per un attimo temetti la rinuncia a proseguire.
Non lo voleva, ed io per il pericolo di una possibile rinuncia più avanti, l’invitai a starmi dietro perché avrei tirato io sul ripido pendio che è ormai in pieno sole.
Noi in quel momento stavamo affrontando lentamente un tratto ripido; poi il colpo impensato di sciabola.
Mi girai; tra me ed il compagno c’era una fenditura circolare con lui nel mezzo. Non ci dicemmo nemmeno una parola. Con velocissimi salti ci portammo al sicuro aggrappandoci alla vicina parete.
Appena in tempo; il lastrone di neve prima ondeggiò, poi scivolò verso valle rompendosi in una nuvola di neve.
Al suo posto ora affiorava una parete di rocce appuntite.  Il tempo di riprenderci; e proseguimmo addossati la parete e le dita delle mani sugli appigli per alleggerire il peso sulla neve.
Il pendio diminuì di pendenza o la “fifa” era passata perché eravamo presto al centro del canalone; e verso destra la in alto riconoscemmo la nostra cengia, e quello che avevo osservato e intuito nella foto era proprio una realtà.

Quella vista ci dette nuova energia e la certezza di farcela; e così quasi di slancio la raggiungemmo ed entrammo nel corpo del monte; solo in un punto dovemmo prestare attenzione.
Ben presto ci trovammo sotto una bella parete lavorata a camino e ricca d’appigli pulita dalla neve, e che decidemmo così di salirla senza ad andar cercare altro.

 La volle fare Edy motivando la fatica da me fatta nella lunga tirata. Ci legammo in cordata, e per la bella parete si trovò in cresta, e a seguire sul punto più alto: 13 gennaio 1973.

 Dove, e anche recitando l’arrivo, lo raggiunsi. Lassù non c’era spazio per nostra sosta; e così neanche ci slegammo.

   Perdemmo solo il tempo per commentare il magico momento, guardare e fotografare le Montagne intorno per essere sulla cengia prima dell’oscurità.

Fu proprio così; e la Croda da Campo trattenne ancora la luce del sole fino a che scendemmo al sicuro nel canalone; poi il buio.  Ormai al sicuro e con quella neve, per noi non contava più il tempo, e non ci demmo certamente furia perché c’era solo la discesa al Bivacco. Solo che non andò così perché ci pensò la mezza luna ascendente sbucata da qualche cresta cambiando lo spettacolo intorno con chiari e scuri, e illuminando la nostra lenta discesa che spesso interrompemmo per delle soste.
Non dovute certo alla stanchezza, ma a qualcosa che ci tratteneva perché restassimo sulla montagna il più possibile a rivivere la grande giornata.
Tornammo alla dura realtà quando dovemmo risalire nella neve inconsistente il ripido anche se breve risalto del dosso dove c’è il Bivacco; e una volta dentro …
… ci dividiamo i compiti: lui pensa alla pastasciutta, a me il rifornimento di neve.           Solo che quella neve è povera d’acqua e i miei carichi non bastano mai.
Finalmente, sembra, la quantità d’acqua necessaria bolle. La pasta annunciata di grano duro stenta a cuocere mentre l’acqua diminuisce di quantità a vista d’occhio.
Ferma tutto e altra provvista di neve da sciogliere e che non sarà l’ultima. Tutto va a rilento perché quella pasta richiede 20 minuti di vera cottura.
Diamo già i primi segni d’insofferenza, ma finalmente la pasta è pronta e non serve neanche colarla. La pone sui piatti e la condisce con formaggio grana ed olio… e buon appetito.
Ci voleva proprio perché era dall’arrivo al Bivacco nella mattina che non abbiamo messo niente nello stomaco.
Il tempo di rigirarla nel piatto che alla prima forchettata la pasta è ancora calda; alla seconda appena tiepida e tutta appiccicata, poi fredda. L’impresa portata a termine meritava ben altro!
In tanto sconforto solo una nota lieta, all’interno del Bivacco la temperatura è salita, solo che il vapore acqueo sul soffitto sta già diventando acqua.
Non c’importa, noi siamo ormai nel caldo delle nostre cuccette. Buona notte.

Rientrammo all’Albergo Marmarole prima del mezzogiorno, e dove oltre la signora al Bar non c’era nessuno? – Sì, gli avventori sono ancora al lavoro.
Così, e senza curiosi sistemammo tutto il materiale in macchina; ancora qualcosa di caldo; tanti saluti a tutti, e via.
Al Passo della Mauria ci concedemmo ancora una pausa con la scusa di riguardarci i Monti; poi entrammo a prendere ancora qualcosa di caldo.
Sul bancone del Bar c’era l’invitante cilindro porta cartoline. Ne presi una e subito la scrissi all’avv. Camillo Berti con la notizia della nostra salita invernale alla Cima d’Ambata: e tanti saluti.