Storie di fratellanza alpinistica

Trieste, 1 luglio 2008

 

cb01 la Fiat 500

L’unione fa la forza; e così e prima del matrimonio con Heydi, ci comprammo una FIAT 500 datata di seconda mano per andare finalmente dove volevamo.

cb02 Copia

Così all’inizio della Stagione 1969, finalmente automunito, m’accordai con Priolo Roberto per andare a ripetere la via Dimai & C. alla Tofana di Rosez 3225 m che desideravo tanto ripetere.

cb03 il più giovane

Sì; ebbi l’occasione di notarlo la prima volta lungo la salita della normale al Monte Pelmo 3168 m con la Gita Sociale del 14 agosto 1963; facevo da capo gita.                  La stessa occasione si ripete il 7 agosto 1966, e con la stessa Gita sul Monte Pelmo. Solo che lungo la salita anche ci scambiammo solo qualche impressione. Successivamente la prima volta in Val Rosandra dove ero appena uscito da una non facile via, e lo vidi.  Sì; era arrivato là in bicicletta, e si era fermato a guardarmi. Gli chiesi allora se vorrebbe fare la stessa salita assieme. Così ci legammo in cordata la prima volta.

cb04 Tofana di Ròzes

Tofana di Ròzes 3225 m

cb05 preparativi

Era la prima volta invece che ci legavamo in cordata in montagna, e andammo alternati su quella vasta parete dove non dovemmo cercare la via tanto e logica e con roccia sana.

cb06 sulla Classica

Quel giorno Roberto aveva portato la sua macchina fotografica, e mi riprese più volte quando toccava a me andare da primo.

cb07 canale d'uscita

Non occorsero tanti tiri di corda per capire che noi due potevamo osare di più.

cb08 parete finale

Nella parte finale la salita fu solo per neve, e che per nostra fortuna era ancora compatta, e così fino sul punto più elevato: 15 giugno 1969.

cb09 discesa

Non era un bel stare lassù immersi nella neve fino ai polpacci; e intanto il cielo s’era anche coperto di nuvole vaporose. Sì; e faceva anche caldo. Così sosta breve, tanto che restammo ancora legati; e poi via per la lunga cresta Nord ed il più possibile sul filo. Solo che iniziammo a sentire la sotto i ripetuti fragori delle valanghe; e noi che ci considerammo fortunati per essere sulla Cresta e non la sotto. Solo che in un certo punto dovemmo abbandonarla perché si deve traversare in discesa verso Sud il versante fino alla Forcella Fontananegra; così è riportato sulla Berti.                          Solo che il versante era tutto innevato, e a nostra scelta in un punto scelto iniziammo il lungo traverso in discesa puntandola. Percorso un primo tratto davanti a noi c’era tutto il resto del versante segnato e pressato dalle valanghe, e che lo traversammo senza faticare, e tanto da considerarci fortunati; e così poi anche sul piano colmo di neve ben assestata. Trovammo qualcuno al Rifugio Cantore anche se non funzionante; e cicola e ciacola anche si parlò delle valanghe; e alla fine delle sue osservazioni capimmo che a provocarle siamo stati noi due smottando la neve subito sotto la cresta.

cb10 itinerario

La Val d’Ambata

Con Heydi avevamo scorrazzato a lungo per le Nostre Montagne in quel favorevole periodo dell’anno, e prima che la stagione volgesse al brutto tempo facemmo ancora un pensierino per una puntata all’Alta Val Bastioi, con il suo salto e il Cadin del Bigio per le Feste dei primi giorni di novembre. Così programmai la Gita di due giorni contando sull’impensabile ospitalità avuta circa una settimana prima all’Albergo Marmarole.        Sì, quella volta, era nella seconda metà d’ottobre, ci arrivammo per puro caso quando, con Heydi, terminato un tentativo al Monte Sorapiss, pensammo a qualcosa di più elementare, e decidemmo di visitare la Val d’Ambata; e scendendo da Passo Tre Croci e per la Val d’Ansiei, fu il primo trovato allo sbocco della detta Valle; era aperto ed entrammo? Non c’era nessuno; e annunciammo la nostra presenza rimarcando più volte il buon giorno. Ci venne incontro una signora che c’informò che l’Albergo era chiuso; era aperto solo il Bar per gli abitanti della frazione. Allora l’informammo perché eravamo lì e che ci bastava una mezza pensione accontentandoci di mangiare quello che c‘era in casa. Sorpresa e divertita dalle nostre spartane richieste dopo alcuni secondi fini per ospitarci aspettandoci per la cena.

Noi, per passare il pomeriggio, andammo visitare la Foresta Demaniale di Somadida. Nel ritorno, verso il tramonto, incontrammo davanti la casermetta il forestale che rispose ai nostri saluti e che scusandosi, ci chiese anche da che parte dell’Italia venivamo. Alla nostra risposta da Trieste, lui c’invitò ad entrare nella casermetta. Una volta dentro e chiusa la porta perché fuori faceva freddo, ci raccontò che dai nostri saluti aveva subito capito la provenienza perché lui è sposato con una donna dell’Istria, della zona di Pola, e la nostra parlata ricorda quella della moglie. Da un armadietto uscirono una mezza bottiglia di trappa e alcuni bicchierini che facilitarono la conversazione e che tra l’altro non “vedeva” l’ora d’andare in pensione, già maturata, per finire quella vita solitaria. Lui voleva che restassimo ancora, ma dovemmo salutarlo quel brav’uomo. 

Entrammo nel Bar; gli avventori smisero di bere o parlare osservandoci. La signora aveva già raccontato a loro il perché della nostra presenza da quelle parti e che per loro è un avvenimento, ci dicemmo. Dietro al banco c’erano due uomini in età che premurosi e gentili c’invitarono ad entrare nella sala da pranzo. Da lì passammo in cucina per chiedere alla signora che cosa ci poteva offrire per la cena e, una parola tira l’altra, si finì a farle compagnia a lei molto gradita. Dopo cena e mentre mia moglie stava in cucina a conversare con la signora, io, influenzato da quanto letto su alcune riviste di Montagna che invitavano noi alpinisti a non ignorare la gente del luogo, iniziai a chiedere informazioni su Val d’Ambata spalleggiato anche dai due del retro banco, che nient’altro erano che i fratelli della signora. Dopo alcune incertezze alcuni dichiararono di non essere mai saliti, altri che c’erano stati, si, ma fino al Tabià e che ci vogliono circa due ore, e uno solo, ma non c’era stato, che per la Forcella d’Ambata ci sono quattro ore.

Le vaghe risposte che ricevetti mi fecero capire che la Valle era ancora tutta da scoprire. Poi l’invitai ancora a cantare qualche loro canzone; ma scusandosi risposero che loro cantano solo quelle della Naia (servizio militare), e poi quasi tutti sono andati all’estero a cercare lavoro e fortuna, altro che folclore!  Quella risposta mi servì da dura lezione evitando così di continuare, e promettendomi di non tentare mai più a fare l’intervistatore. Ben presto il Bar si vuotò e mentre la padrona portava a termine le sue incombenze, noi due restammo a parlare con i fratelli meravigliati per la nostra disponibilità.   Il poco dimesso e taciturno Osvaldo allora si lasciò andare raccontandoci della sua vita che era trascorsa pascolando i cavalli sulla verde piana di Maraia (Misurina); e quella volta c’erano tanti. Adesso con l’età nella bella stagione da una mano alla sorella, mentre d’’inverno va su ai laghi di Misurina a lavare i piatti negli alberghi.  L’altro, non ricordo il nome, più ciarliero, vissuto e sempre ben vestito e ci teneva, invece era andato a cercare fortuna in Belgio, nelle miniere, ed era ritornato con l’invalidità ai polmoni; e cosa rara per quei tempi, era proprietario di una motoleggera che adoperava pur di non camminare anche pochi metri.                                                  Era alla fine del crepuscolo del giorno che salimmo alla Forcella che rientrammo al Marmarole dove trovammo tutti, padroni ed avventori, in ansia per noi temendo il peggio. Quello con la motoleggera aveva anche tentato invano di risalire la Valle lungo il sentiero per venirci incontro.

cb11 Forcella Armando

Una Forcella di nome Armando

Così in quella mattina di fine ottobre stiamo salendo per la prima volta la Val d’Ambata; è presto e il cielo senza una nuvola, e anche se il sole la fa da padrone, la stagione ormai tarda non gli consente di scaldare l’aria più che tanto, e la luce non va ad appiattire e rendere uniformi le vaste pareti ornate da torrioni e pinnacoli che sovrastano il fitto bosco e che noi non conosciamo. Avanziamo lentamente godendoci questi scenari quando percepiamo il rombo di un motore che sta risalendo la Valle? Ci sorvola un elicottero, e la sua presenza in quella stagione ci pone degli interrogativi. Non passa tanto tempo che quello torna indietro, e il via e vai si ripete per un paio d’ore mentre noi due, superato il salto boscoso sopra il Pascolo dell’Ambata, entriamo in un corridoio delimitato da basse pareti, dove la traccia che stiamo seguendo si sperde. Ci guardiamo intorno; oltre le basse pareti ci sono tante altre di tutte le forme, ma sempre incombenti. Procediamo ancora un tratto mentre queste si distanziano aprendosi a semicerchio. Intanto è anche cessato il rombo dell’elicottero ed il silenzio è ancora più avvertito.  Decidiamo allora di fermarci a mangiare qualcosa e magari in un luogo più ospitale.  Così rimontiamo il primo rivolo ghiaioso che incontriamo e ci troviamo sul Cadin superiore della Valle. Subito un richiamo rompe il silenzio? Rispondo allora con il nostro hoo-plop. Un altro richiamo e guardiamo in quella direzione, e vediamo che c’è qualcuno seduto.

cb12 in parete

Cima Grande di Lavaredo: agosto 1961, sulla via normale.

Lo raggiungiamo; è seduto sulle ghiaie e tra le gambe tiene un fucile.                            La faccia scura e l’aspetto brigantesco accentuato da neri baffi me lo rendono ostile.    Ci presentiamo; lui Armando Vecellio, e che ci ha già studiato col binocolo appeso al collo, e mantiene il distacco.

cb13 in Cima

In Cima

L’informo allora che io già lo conosco di fama perché l’amico Giorgio Resmini, che anni prima gestiva il Rifugio Dordei nei Cadini di Misurina, ci raccontava spesso di Lui, quando accompagnava ad arrampicare i figli del Presidente Segni da quelle parti. Quanto detto ha del magico perché il suo viso si è schiarito, e c’informa che è salito con l’elicottero che trasportava uomini e materiali per la costruzione del Bivacco Gera; e che risalta fiammante e alla nostra altezza sull’altro versante della Valle.In seguito tutti sono scesi con l’elicottero, mentre lui è rimasto in quota per osservare i camosci che spesso transitano sotto la parete della Croda di Ligonto indicandola.  Mangiamo in sua compagnia; e così, cicola e ciacola, e che siamo la prima volta in quella Valle perché volevo conoscere proprio la via di discesa della Croda di Ligonto; Montagna che avevo ammirato dal Rifugio Carducci in Val Giralba, e che contavo di salirla per quel versante. Terminata la sosta Armando c’invita a fare un giro che solo lui conosce; e così traversando entriamo e procediamo per un largo canalone tenendoci sul fianco della Cima d’Ambata per poi portarci nel mezzo. Più avanti si restringe … e seguiamo Armando fino ad un’ampia Forcella che da verso il sottostante Cadin del Bigio, e di fronte la Croda dei Toni e il Monte Popera in controluce.

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Nella sosta Armando c’informa che ora dobbiamo scendere ad un’ampia cengia per terreno friabile, e raggiungere un’altra forcella dalla quale si scende senza difficoltà nella Val di Dentro e a seguire l’Ambata. Niente; Heydi è stanca, e non accetta di calarsi nell’abisso che va già riempiendosi d’ombra scura.D’accordo; allora lui farà il giro da solo mentre noi scenderemo per la via di salita. L’incontro è fissato all’entrata del corridoio percorso la mattina. Così scendiamo soli, lentamente e continui fino nel corridoio dove il suo fondo richiede meno attenzione e fatica, e così fino al passaggio tra i massi e dove una volta oltre e nell’incipiente crepuscolo c’è Armando che aspetta con il suo fucile: 25 ottobre 1969.                                                                              Tempo dopo mi telefona Camillo Berti; e che mi chiede informazioni in merito a “quella forcella” perché è in corso la riedizione della Guida delle Dolomiti Orientali.                  Gli racconto quello che ricordo. Cicola e ciacola siamo d’accordo: la Forcella si chiamerà Armando.

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 Tentativo alla Val Bastioi

Con il mio amico Kneppers Ernesto, le rispettive mogli e con sua la macchina perché “più grande”, arrivammo quella sera al Marmarole per l’ora di cena con felice sorpresa della signora.  Ancora frastornata dall’improvvisata ma contenta della nostra venuta perché in quei giorni era sola, dopo i convenevoli, corse in cucina perché doveva preparare la cena per quattro; si scusò.                                                                     Quella sera c’era solitudine nel locale mancando i suoi fratelli, e i rari avventori che entravano, finita la consumazione, frettolosamente andavano via; forse anche perché faceva  freddo. Così anche la mattina e senza una nuvola in cielo che ci garantiva la riuscita della Gita. Dal solito posteggio dei Frati o Preti, vedemmo la neve sui monti caduta in quei giorni, ma anche in basso nelle zone meno esposte al sole non essendovi più le foglie a celare la vista; e spoglia mi sembrò anche più grande e spaziosa la Val Giralba quella mattina. Lungo il percorso incontrammo un anziano ma vispo cacciatore con un lungo fucile?  “Vado a camosci” c’informo; e vedendoli in più punti con nostra meraviglia perché noi non gli vedevamo.

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Fortuna volle che al conosciuto Pian delle Salere trovammo subito la traccia in salita della Val Bastioi anche se celata dalle foglie, e così anche sopra coperta dalla prima neve. Intanto inaspettate grosse nuvole iniziarono velocemente a coprire il cielo e via, via abbassandosi sulle montagne. Non era un buon segno, ma calcolammo di riuscire a farcela. Il gruppetto progrediva lentamente nella neve fresca mentre le nuvole avevano ormai invaso anche il Cadin del Bigio e stavano scendendo dal Salto.

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- Orpo! Non c’era più scelta, e così, e dopo una sosta sotto un grosso masso, battemmo in ritirata. Non ricordo se arrivammo alla macchina prima noi o la pioggia; ma sì che una volta arrivati al Marmarole, pioveva che Dio la mandava. Così fino ed oltre il nostro ritiro serale nelle camerette. Alla mattina pioveva ancora, ma le nuvole s’erano alzate e la Valle illuminata. Le notizie trasmesse dai notiziari davano di fiumi tracimati ed allagamenti nel Basso Friuli e Veneto.                                                                      Allora noi ritardammo la partenza al primo pomeriggio e senza incontrare disagi.

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