La corsa alle Marmarole

Trieste, 1 giugno 2008

Una storia … quasi incredibile

mm01 Froppa-P. di Meduce

Non ricordo chi tra i miei due amici del GMA “Gruppo Modesti Alpinisti” ed il sottoscritto, decise che era l’ora di andar a conoscere le sconosciute Marmarole.                                Di certo è che in quelli anni i ripetuti articoli pubblicati sulle Alpi Venete su queste, potrebbero aver contribuito sulle mie decisioni anche per non mancare alla “corsa”. Così per tempo stabilimmo la settimana prima del Ferragosto che all’amico Guido faceva comodo per chiudere il suo esercizio senza perdita di guadagno. In seguito i due, come base logistica, tra il Rifugio Chiggiato, preferirono l’incustodito Tiziano per non essere obbligati agli orari e alla ressa d’altri alpinisti e soggiornanti; al sottoscritto toccava la parte alpinistica.                                                                                                 Il giorno stabilito, con Heydi in Fiat 500, e con Canciani Guido e Marega Luciano in Fiat 850, scendemmo dunque dal versante solare della Val d’Ansiei, dove avevo già visitato più volte la Val Giralba e la Val Stallata, passando poi per la Colonia e oltre il fiume alla scoperta delle Marmarole. La stradina a fondo naturale, anche se molto disastrata, continuava e temevamo per le nostre auto, ma continuammo andare avanti lo stesso per accorciare la strada da fare a piedi. Ancora un buon tratto … e questa si sperse tra ghiaie, macchie d’arbusti ed erbe dove perdemmo del tempo per trovare il sentiero per il Rifugio. Cerca qua cerca là, trovammo una traccia senza indicazioni e che noi seguimmo di slancio ed a buon passo gassati dall’entusiasmo per l’avventura scelta e appena iniziata nonostante il peso degli zaini e le pessime condizioni del fondo in più parti franato; e ridendo e scherzando finché c’è lo trovammo di fronte, un poco più in alto sopra un lastrone come un fortino d’avanguardia o un avamposto.

Qualcuno guardò l’orologio che confermava l’ottimo tempo impiegato; e passata la gioia dell’arrivo, una volta di fronte arrivò la dura realtà!                                                           La struttura esterna della costruzione a pietre era in discrete condizioni come il tetto; invece non le finestre che erano quasi tutte sbilenche e senza vetri. Entrammo con la speranza di non essere delusi, ma per quello che vedemmo lì dentro riprendere gli zaini e scendere a Valle poco mancò, o forse non c’era il tempo.                                           Prima di salire alle camerette per vedere dove saremo andati a dormire dovemmo mettere un poco d’ordine per poterci muovere per poi salire. Sì; c’erano dei letti a castello per 12 o 14 posti con le suste quasi tutte con il fondo ceduto, materassi fatiscenti, qualche resto di cuscino e un cumulo di coperte disastrate. Allora con “cura” scegliemmo quelle che avevano meno buchi e così anche per i materassi.                    La “scelta” la portammo nella stanzetta più abitabile dove i pezzi migliori furono per Heydi. Fatti i letti, si fa per dire, la cameretta aveva cambiato aspetto e questo quasi ci convinse che avremmo potuto resistere per tutto il nostro soggiorno, e scendemmo nell’unica stanza che era l’ora di pensare alla cena. Non c’erano problemi perché avevamo pensato a tutto; ma avevamo fatto i conti senza l’oste anche se il problema sarà l’acqua e non il vino. Fornello, pasta, sale, burro, olio e un vasetto di ragù. Fra le stoviglie in dotazione trovammo sì quello che ci serviva, ma tutto era da lavare.

- L’acqua; dov’è l’acqua? Un giro in zona fu senza speranza. – Niente, useremo quella che abbiamo nelle boracce e domani penseremo a far provvista. Ormai s’era fatto scuro e accendemmo le candele poste sulla tavola che era stata già pulita e imbandita. In quella situazione precaria non avevamo certa perso l’appetito, e gli spaghetti con il ragù finirono presto divorati; poi passammo all’affettato accompagnato dalla birra o aranciata volute al posto del vino. Dopo cenato si stava già meglio e ci sembrava d’essere in uno dei tanti rifugi anche se le luci delle candele illuminavano solo la nostra scena; si fumava, si parlava per il domani e cosa si poteva fare.

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All’improvviso sulla tavola c’è un grosso ragno nero che è subito schiacciato; poi un altro e con altri ancora. Heydi è schifata e a disagio e noi che non possiamo farci nulla oltre che ucciderli. Appaiano dal buio all’improvviso oltrepassando i bordi del tavolo; e alcuni sono anche assai sviluppati in particolare gli arti che spuntano dalle basi dei barattoli di birra posti sopra. Prestando attenzione ci accorgiamo che non sono i soliti ragni, ma un’altra specie già vista raramente (opilionidi, una volta a casa); hanno un piccolo corpo sferico mentre gli arti sono molto sviluppati, si muovono lentamente e non fuggono mai. Così ci arrendiamo e accettiamo la loro presenza. Con il passare del tempo non ci facciamo più caso ridendoci sopra, anche perché quelli se ne stanno immobili sul tavolo ad ascoltarci grati della nostra compagnia e del calore delle candele.

Poi quello che temevamo non s’avvererà; non ci seguono quando salimmo in cameretta. Tra le decisioni di quella sera c’era di non fissare la sveglia “perché in ferie il riposo è sacro”: e poi siamo già in quota, aveva precisato uno del gruppo, e così, quando tutti avevano terminato la colazione il sole era ben alto. L’altra che prima dell’attività era indispensabile la sistemazione del Rifugio e fare una scorta d’acqua. Così quella mattina ci dividemmo i compiti e tutto accompagnato dai continui ordini che ci arrivano dagli altoparlanti della Colonia sottostante in Valle.                                        A noi la provvista d’acqua, e così con gli zaini pieni di bottiglie di plastica c’inoltrammo nella Val Longa. Visitammo tutte le fessure e crepe del terreno e delle pareti ma dell’acqua non c’era una goccia. Non potevamo certo privarcene e continuammo nella ricerca puntando a delle rocce nerastre che sembravano promettere.

Le raggiungiamo e sotto a queste, in un incavo, coperto da uno strato di fanghiglia c’è qualcosa. Con attenzione leviamo la copertura e affiora la neve. Non è bianca perché è quasi acqua e basta toccarla perché si trasformi. La sua raccolta richiede attenzione e molta pazienza, ma la scorta di bottiglie e colma.

Sono passati gli anni, ma quel ricordo mi ritorna sempre quando mi gusto un gelato ricoperto. Rientrammo che era già pomeriggio, e notammo subito che le finestre al posto del vetro avevano la plastica trasparente dei sacchetti degli indumenti. Entrammo e vedemmo che tutto era stato pulito, messo in ordine e ben sistemato. Sulle mensole, ben allineate facevano mostra di se le scatolette e i barattoli delle bibite, poi quelle del detersivo ed altre scorte alimentari; e dappertutto ordine e pulizia.

mm03 Rifugio Tiziano

L’Heydi che più risentiva delle scomodità riuscì anche, forse, a sorridere, e sistemammo sulla mensola le bottiglie d’acqua, ma decidemmo subito di berla solo se bollita. Dopocena e in compagnia degli opilionidi che ci ascoltavano interessati, valutammo che Monte salire. Alla fine, anche per conoscere prima la zona e raccogliere acqua, al Cimon del Froppa scegliemmo la Cima Tiziano per la via Fanton & C.

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I piccoli inquilini si dimostrarono d’accordo agitando gli arti. Così in quella bella mattina, senza mettere furia, c’inoltrammo nella Val Longa dove a chiuderla c’è la nostra Cima, e dove, più avanti, e ben individuabile la via di salita che facemmo in tutta tranquillità; solo nella parte finale ci legammo in cordata. Lassù in Cima avevamo tempo da perdere; e così potemmo leggere i non tanti biglietti ancora leggibili lasciati in una scatola metallica corrosa dal tempo da alpinisti noti e meno. Prima di metterli nel contenitore con il nostro, distendemmo quelli arrotolati o spiegazzati, e lo mettemmo al sicuro in un riedificato ometto.                                                                                   Scendemmo in cordata e a ritroso una parte della salita, poi preferimmo per una parete a rampa di una costa che caratterizzava quel tratto di parete e così fino alla base.    Nella Val Longa non trovammo traccia d’acqua, e così fino in vista del Rifugio dove notammo intorno del movimento; subito tememmo per le nostre scorte alimentari il pericolo ci mise le ali ai piedi. Erano una decina di ragazzini della Colonia con l’accompagnatore/assistente, che vedendoci preoccupati per le nostre scorte volle rassicurarci raccontando che una volta arrivati, e viste le nostre scorte alimentari, invitò i ragazzini al rispetto delle proprietà. Cicola e ciacola, anche c’informò che lui usa più volte nel corso della stagione a portare i ragazzi più grandi a fare la gita al Rifugio con il pernottamento.                                                                                                                  E’ veneziano e si chiama Bordignon. Noi raccontammo la nostra e i nostri programmi meravigliando i ragazzini.                                                                                                   – Siamo fra gente civile e cercheremo il rispetto reciproco; e pernotteremo nell’altra stanzetta; concluse. Alla sera eravamo tutti riuniti nella stanza, ma loro stavano in gruppo per lasciarci più spazio. Cenarono con panini e spalancarono gli occhi quando fu pronta la nostra pasta al ragù. Ben presto l’assistente gli portò nella loro cameretta lasciandoci soli con i nostri piccoli amici che intanto stavano sistemandosi sul tavolo. Forse anche per la stanchezza, ma quella sera non c’era lo spirito che c’invogliasse ad attardarci nella saletta. Così definimmo il programma alla svelta che comprendeva la salita al Cimon del Froppa da Ovest, e ci preparammo per salire alla nostra cameretta.

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Questa decisione diede tanta delusione ai piccoli amici che si erano appena sistemati perché prima c’era troppa confusione; che non agitarono gli arti per augurarci la buona notte.                                                                                                                             Quella mattina, come le precedenti, il tempo era bello ma faceva più caldo; e quando salutammo i ragazzini e l’assistente che gentilmente c’invitò a pranzo giù in Colonia, il sole era ben alto; e via che il Cimon ci aspetta!                                                                 Il sentiero scorreva ben tracciato sui primi lastroni rocciosi, poi nascosto da bassi mughi e altra vegetazione e che abbandonammo per raggiungere il solco del ghiacciaio del Froppa di Fuori, e dove, tra congerie rocciose di tutte le dimensioni e forme, sgorga copiosa la tanto desiderata acqua.

mm06 sosta alle congerie

Peccato che fosse fredda altrimenti avremmo fatto anche il bagno perché il sole picchiava forte quel giorno.

mm07  sul ghiacciaio

Così lentamente e sotto il solleone raggiungemmo il ghiacciaio ancora innevato per un buon tratto, ma non così alla base del monte dove era ghiaccio vivo e che copriva i gradoni d’accesso alla parete. Provammo a passare e più volte e in più punti, ma la corazza di ghiaccio era durissima o fragile come il vetro. Rinunciammo che era già il pomeriggio inoltrato e nel frattempo, non c’eravamo quasi accorti, si stava addensando il temporale. Questo e l’anticipata oscurità arrivarono mentre uscivamo dalle congerie, e più sotto nella zona delle Buse di Soccento il temporale era al massimo, e dove, tra i mughi, poco c’è voluto che mancassimo al raccordo con il sentiero.                        Passammo un brutto momento perché ricordando il racconto di Severino Casara e la sofferta avventura passata lì dentro, temevamo anche noi di finire in quelle Buse.      Una volta in Rifugio e tutti bagnati, le miserie e i disagi fino allora sopportati si accentuarono; e Heydi che non ne poteva più tagliò corto annunciando che voleva che andassimo via da quella “villeggiatura”. Le diedi ragione perché la colpa era tutta mia che avevo fatto il programma senza preoccuparmi delle condizioni del Rifugio, e tanto più perché incustodito, oltre che la mancanza d’acqua. Così, nel dimesso dopocena, annunciammo agli amici l’anticipato rientro. Non ci furono obiezioni anche perché avevano già intuito dall’arrivo che per Heydi la sarebbe stata dura a vivere in quel posto inospitale. Loro rimarranno come programmato.

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A quell’annuncio i nostri piccoli amici agitarono gli arti per la contentezza.  

mm09 brutto tempo

Quella mattina il cielo era semicoperto e s’avvertiva l’umidità dell’aria.Tra le montagne si muovevano bassi banchi di nuvolaglia che annunciavano ancora pioggia.                    I due amici valutarono che non era il caso di restare, e scenderemo insieme; poi si porteranno in Val d’Oten e al Rifugio Chiggiato per vedere le Marmarole da quel versante. Così in allegra compagnia scendemmo a Valle rivivendo gli episodi che più avevano caratterizzato la nostra campagna alpinistica facendoci ritornare il buon umore. Così fermammo le auto davanti alla Colonia per accettare l’invito del Bordignon. All’entrata c’informarono che aveva preso un permesso ed era rientrato a Venezia.      La maggioranza del gruppetto voleva andar via, ma io mi opposi, e non per il pranzo, ma perché volevo ancora vivere quell’avventura, ed entrai. Al sacerdote responsabile raccontai l’incontro con l’assistente e così via.  Ancora sorridente del racconto chiamò un suo aiutante, e indicandoci il vasto refettorio c’invitò a “preder posto” tra la meraviglia dei ragazzini che si erano soffermati con i propri genitori venuti in visita. Fummo ben serviti e non mancò nemmeno il vino. Riprendemmo il viaggio salutandoci con il clacson al grande incrocio. Intanto era iniziato a piovere.

La corsa alle Marmarole era finita per tutti noi; credo.