Storia di una Promessa mantenuta

Trieste, 1 aprile 2008

Inizia che …

Sarà stato il martedì o il venerdì delle prime due settimane di settembre 1966, perché proprio quei giorni e di sera, noi Rocciatori le avevamo scelte per incontrarci in Sede della XXX Ottobre; ci dava l’occasione di raccontarci delle salite fatte l’ultima settimana o precedenti, e in particolare confermare le programmate per sabato e la Domenica.
Così proprio quella sera eravamo in molti tra rocciatori e aspiranti; e fra questi anche gli amici Janovitz Franco (caval) e Romano Walter (goriloto) che, guarda caso, stavano raccontando l’ultima impresa, e finirono che con quella avevano terminato il loro programma di salite in calendario per quella stagione.
Cicola eciacola gli ricordai anche del Pilastro del Monte Popera salito in quella stagione; e così anche dei Campanile più che intravisto, del tempo bello stabile di quel mese di settembre e … – Se andassimo a veder sabato e domenica?
Si; e non ci pensai due volte anche se non me l’aspettavo più per quella stagione, e tanto che avevo rimandato alla prossima anche per non essere troppo invadente.

pp01 quote senza nomei

Ci tenevo a quella Punta senza nome perché quando la vidi la prima volta mi promisi di dedicarla ai miei tre compagni e amici d’escursioni sul Carso, e caduti nel 1956 sul Jof Fuart (Alpi Giulie); ed era la che aspettava invitante e senza nome che arrivassero gli audaci.

I tentativi

pp02 Panorama

Col rischio di trovare in versante Val Giralba il Rifugio Carducci m 2297 m chiuso, non ci restò che risalire la Val Fiscalina dall’imposto parcheggio per il pernottamento al Rifugio Zsigmondy – Comici m 2297, dove ero ormai di casa.
In quella stagione non si poteva più andare con la macchina fino al bordo del ghiaione sotto la Cima Una; e qualcuno andava ben oltre; e dovemmo lasciare l’auto in uno spazio apposito che allungava il percorso.
La conoscenza consolidata con il gestore Franz Happacher era amichevole, tanto che un giorno mi portò con lui che andava a prendere della carne che teneva in scatole di metallo immerse nell’unico residuo di neve che resisteva quasi tutta la stagione, e ben nascosto da pietre sul ripido ghiaione sottostante la Croda dei Toni.
Quella mattina non ci demmo furia perché loro due erano già scarichi e paghi per l’attività appena portata a termine, e anche perché: semo venudi solo per veder, era la pronta risposta; e via.

pp03 la notra meta

Valicata la Forcella Giralba m 2431, scendemmo sempre lentamente, anche passando per il Rifugio Carducci m 2297, ormai chiuso; e dove più sotto seguimmo il sentiero per la Cengia Gabriella che girato il pilastro rimonta il ripido canalone di Forcella Giralba Alta m 2787. Solo un breve tratto; poi iniziò la salita sul faticoso ghiaione rivolti alla nostra Meta, dove pausa dopo pausa con la scusa di vedere dove attaccarla arrivammo alla base dello spigolo, e dove inizia uno stretto camino che solca il primo tratto di parete; meglio di così.
Non ci mettemmo proprio in assetto d’arrampicata, ma legati in cordata sì, e moralmente utile al primo che dove superare una strozzatura. Non ricordo chi dei due iniziò la salita, ma per superarla si assicurò con un chiodo. Poi con altre due o tre tirate di corda su roccia non facile e friabile, raggiungemmo la larga cengia che caratterizza quel versante di parete. Poi posti i sacchi la seguimmo verso monte per vedere dove porta, e con nostra meraviglia e contentezza la vedemmo che si esauriva nel canalone per Forcella Giralba Alta; proprio un regalo inaspettato!
Ritornammo sui nostri passi e così avanti fino al suo termine sotto lo spigolo strapiombante; niente da fare. Così la percorremmo a ritroso con il naso all’insù e lentamente per trovare e vedere il punto dove attaccarla. Solo pochi metri; e c’è un tratto di parete che non strapiomba. Ferma tutto; e andammo a prendere i sacchi per poi sistemarci lì sotto a studiarla.
Sì; non era il massimo la parete levigata giallo oro segno di un recente stacco.

Per provare si offrì Franco, e che diede tutto per traversarla a sinistra per poi rimontarla ed entrare nello stretto camino che solca lo strapiombo incombete.
Poi non andò così perché anche senza essere strapiombante si difese bene, tanto da respingere il suo attacco tra nostre risate e prese in giro di noi spietati spettatori.
Provò Walter che riuscì a passare in traversata, ma non proseguì; mise un chiodo e si calò sulla cengia sberleffando l’altro. Mi sembrava d’essere nella nostra Palestra Naturale della Napoleonica più comoda della Val Rosandra per andare soli o in compagnia nei ritagli di tempo della giornata e dove, senza l’uso della corda, provavamo i passaggi a pochi metri da terra con vero spasso degli altri amici che non aspettavano altro che la resa per poi criticare e sfottere, ma senza cattiveria; un vero spasso. Ora queste pareti sono chiamate le Falesie del Monte Grisa.
Lo spettacolo era finito; e si misero in assetto d’arrampicata e con feraza varia in vita.
L’attaccò Walter che in un attimo fu sul chiodo, e sul finire della parete giallo oro con alcuni innalzamenti entrò nella corta fessura/camino con l’imbocco proprio sullo strapiombo, e che per superarla usò dei chiodi e un cuneo di legno; ma più per la friabilità della roccia che per la difficoltà, e una volta finito di sistemarsi nel terrazzino chiamò: – Tullio, vien.
Finalmente toccava a me a seguirlo; ma lo raggiunse invece Franco che voleva accertarsi sulla prosecuzione della salita. Da quel punto i due valutarono quello che stava sopra; e decidendo poi che per quel giorno poteva anche bastare.
Al che io restai “come un mona”, anche perché non avevo ancora fatto niente.

pp04 tullio sulla cengia

Con una calata in doppia furono subito sulla cengia a spiegarmi che più sopra si deve superare un tetto e che era meglio tentare un’altra volta per aver più tempo a disposizione, e recitarono la solita formula: semo venudi solo per veder; e così ci concedemmo una lunga sosta anche perché sapevamo che la cengia ci portava senza difficoltà nel Canalone.
Finita la lunga sosta, e poi intenti a sistemare il materiale nei sacchi, uno dei due s’incaricò il recupero delle corde. Niente; dopo ripetuti tentativi queste non scorrevano e ci guardammo in faccia senza parlare.
- Go capì, me toca a mi. Non resto altro da dire a Walter (goriloto).
Così ebbi modo di vedere dal vivo la salita su corda fissa con il nodo Prusik; e fu uno spettacolo vederlo all’opera.
L’imprevisto così ben superato ci mise allegria che ci accompagnò lungo la facile discesa ed oltre.
Tanto torneremo.

pp05 la parete prima volta

Il tempo si mantenne bello stabile per tutta la settimana; garanzia per trovare il Rifugio ancora aperto.
Così anche quella sera di sabato eravamo al Rifugio Zsigmondy – Comici; trovammo pochi alpinisti, ma finalmente una cameretta tutta per noi. Solo che quello di noi tre che aveva l’orologio, nel cambio dall’ora legale a solare, entrata in vigore proprio quell’anno, anticipò invece di mettere indietro la lancetta delle ore ed alla sveglia, tutti intontiti, uscimmo dal Rifugio che era ancora notte; e lo era ancora quando raggiungemmo il Rifugio Carducci.
Non eravamo ben svegli, e ci sedemmo sullo scalino d’entrata del riedificato Rifugio, uno accanto all’altro per un pisolino e anche per scaldarci, e così altre il sorgere del sole.
Quella mattina la sotto decidemmo di non salire per il camino, ma di usufruire della cengia. Solo che la salita di quel tratto di ghiaione mobile ci richiese lo stesso impegno e fatica inaspettata per tutti e tre.
Sul quel primo tratto della parete, facilitati dalla chiodatura, i due amici impiegarono meno tempo per raggiungere il terrazzino sotto il tetto, e già si parlava di portare a termine la salita nella giornata. Finalmente toccò a me di cimentarmi sulla parete giallo oro; ma con l’aiuto della corda dall’alto tutto è stato più facile. Bella poi l’entrata nella fessura/camino sulla linea dello strapiombo però gustata dalla roccia friabile, e raggiunsi i compagni ben sistemati sotto il tetto.
Sul tratto successivo i due s’alternarono in una continua sfida, anche chiodando; poi con minori difficoltà raggiunsero un ampio terrazzino/belvedere proprio sullo spigolo. Il bel vedere era tutto intorno, ma non più sopra dove l’incombente spigolo è chiuso da una linea di strapiombi. Fu evidente che si dovevano aggirarli sulla destra dove s’appiattivano per un breve tratto; ma dovevamo ancora arrivarci la sotto.
Su quel tratto volle cimentarsi Walter, e che impiegò del tempo per arrivare sotto lo strapiombo che delimita lo spigolo, e restava ancora la traversata.
- Andemo, o non andemo oltra; e valutarono che non era il caso di proseguire vista l’ora tarda. Un buon chiodo con moschettone proprio sotto lo strapiombo, anche per la prossima volta, e per la sua prima calata in doppia.

pp06 la parete seconda volta

pp07 piantina

La prossima volta arrivò inaspettata all’inizio della settimana che si chiudeva con la Santa Pasqua 1967. Sì, perché in quel mese continuava ancora con un eccezionale bel tempo; e così in una di quelle sere che ci trovavamo in Sede, gli amici Janovitz Franco e Romano Walter, mi proposero andare a portare a termine la salita della nostra Punta, contando, in caso di necessità, anche sulla giornata Festiva di lunedì.
Io opposi una timida resistenza anche motivando che avremmo trovato ancora tanta neve. Niente; volevano andare lo stesso, e finire con quella salita che avrebbe nei mesi successivi condizionato il loro programma di salite da ripetere alle quali loro ambivano.
Io ci tenevo troppo a quella Punta che volevo dedicare ai miei amici, e non potevo correre il rischio di un possibile futuro rifiuto; … e i miei ricordi cominciano che sono con loro due sulla traccia del sentiero nell’Alta Val Giralba tutta ancora coperta di candida neve; e che cercavamo un posto dove andare a bivaccare.
Avevamo fatto questa scelta quella sera in Sede, perché avevamo valutato non conveniente fare tanta fatica per raggiungere il Rifugio Carducci con il rischio di non trovare il ricovero invernale. Così, quasi all’altezza e dirimpetto del canalone per la Forcella Giralba Alta, abbandonata la traccia, ci portammo un tratto nei pascoli Pezzios dove dei macigni promettevano riparo e qualche spiazzo libero dalla neve; e dove i miei compagni si sistemarono la tendina per singolo per loro due, ed io la mia mantellina impermeabile su uno spiazzo quasi sgombro dalla neve e sopra il sacco piuma.
Intanto era scesa la sera, e noi nei nostri spartani ripari non perdemmo il buon umore e ce la contammo a lungo; poi il silenzio dell’Alta Val Giralba venne a fare compagnia ai miei pensieri.
Non ci fu la levataccia, e quando fummo benché pronti il sole era alto in cielo, e come nelle previsioni, non c’era una nuvola nel suo azzurro.
Nel canalone innevato e ancora nell’ombra, risaltava la nostra Punta a completare lo scenario di Pace della Pasqua Alpina.
Raggiungemmo la sua base con fatica anche con l’aiuto dei bastoncini da sci, e quella volta nessuno propose d’andare a prendere più avanti la cengia; sprofondavamo troppo nella neve.
Intanto il sole già alto illuminava la parte superiore della Punta, mentre la giornata calda favoriva il formarsi di bianche nuvole.
Arrivammo lo stesso all’inizio del camino, e dove sulle sue pareti scorreva l’acqua.
Nessuno accennò alla rinuncia, e come la prima volta legammo la sola corda in vita.
Il primo era già pronto per iniziare la salita che dall’alto arrivò vicinissimo a noi uno stacco di neve, e che ci allarmò sul momento. Lo stesso qualcuno stava iniziando la salita; ma seguirono altre cadute di neve e di varie misure.
Ferma tutto; i due erano indecisi se attaccare. Io, il più interessato, non volli dir la mia. Così e dopo un formale atto di resistenza d’uno dei due, decisero di santificare la Pasqua, promettendomi però, che saremmo ritornati.

PP08 al bivacco

Restava solo di andare a recuperare la tendina.

PP09 La nostra Punta Pasqua

PP10 Cima d'Ambata e Croda di Ligonto

Fotografare le Montagne che avevamo di fronte.

PP11  04 Cima Gravasecca

PP12 Cima Pezzios Nord

Comprese quelle che ci hanno vegliato durante il bivacco.

PP013piantina

…continua