Quando vestivo calzoni alla zuava di velluto.

Trieste, 1 novembre 2007

am01 panorama

Con che mezzo di trasporto e come poi arrivammo in Val Rosandra, e nella zona del Rifugio Premuda, non ricordo.

am02 a scuola

Di certo è che sarà stato nel mese di giugno del 1948, e dopo la fine dell’anno scolastico che le suore canossiane programmarono di portarci nella Valle; e credo con il proposito di salire all’antica Chiesetta di Santa Maria in Siaris.

am03 parete rossa

Nel ricordo sono insieme agi altri ragazzi, e che stiamo scarpinando in salita con fatica ed entusiasmo, il ripido sentiero sassoso commentando con la nostra fantasia quel mondo di pareti che ci stavano di fronte, e che stavamo andando incontro in una giornata bellissima, calda e il cielo azzurro; e sempre più vicine.

am04 parete Bianca e parete Grande

Improvvisamente il gruppo rallentò fino a fermarsi; e tra noi girò la voce che non si può continuare a salire verso quelle pareti perché ci separa un burrone. Una decina e più di minuti; e riprendemmo a procedere lentamente perché il sentiero gira a destra e continua sul ripido ghiaione instabile che sparisce nell‘abisso, e dove alcuni ragazzi non vollero più procedere perché soffrivano di vertigine. Ferma tutto; e una delle due suore continuò da sola per controllare il percorso. Noi riprendemmo a fantasticare, e la in alto sulla parete l’entrata della ferrovia, che non sapevamo, per noi era il covo di pericolosi predoni. Poi arrivò a librarsi sopra l’abisso e alla nostra altezza una poiana che ci mostrò le sue capacità nel volo. Arrivò anche la suora che annunciò la ritirata lasciandomi deluso.
Rifacemmo lo stesso percorso, ma non ricordo dove una volta sul piano, passammo subito il Torrente perché ricordo invece che trovammo la prima oasi ombrosa lungo un ripido e disagevole sentiero, e dove finalmente sull’erba sostammo a lungo anche per il pranzo dal sacco.

am05 panoramica

Riprendemmo il sentiero in salita stando sempre all’’ombra degli alberi fino ai campi coltivati sottostanti un paese, e dove tra le prime abitazioni c’era la strada che lo continua, e anche qualcuno/a che ci disse anche il nome: Moccò o Sant’Antonio in Bosco. Le lamentele per i patimenti finirono, e nel gruppo tornò la gioia e l’entusiasmo; e via. Più avanti la strada tende a sinistra lungo il paese, e dove più avanti risaltò nel cielo azzurro la Chiesa bianca con il suo alto Campanile. Non credo che fosse nel programma delle suore a loro volta rimaste sorprese. Una volta davanti provarono agire sulla grossa maniglia; … il portone era aperto, ed entrammo devoti e silenziosi. Solo che il nostro raccoglimento finì subito perché distolti da una rondine, e che volava su e giù sotto l’ampia volta illuminata dal sole che entrava da una vasta apertura circolare e sicuro passaggio per lei. Qualcuno di noi anche chiese alle suore se quella presenza mancasse di rispetto al luogo sacro. – Sono anche loro creature di Dio.
Sì; e quell’episodio ci sarà di compagnia nel ritorno che non ha lasciato ricordo.

Credo che lungo la strada avremmo anche cantato il nostro inno: – Semo muli, si xe vero, senza scarpe e sempre alegri, e se nel muso semo neri no lo semo no nel cuor. I ne ciama mularia perché scarpe no ga vemo, ma in fondo sempre semo el balon a far saltar.
Anni dopo …
Non ho mai saputo da dove siano saltati fuori all’occorrenza, e da quanto tempo erano in casa mia, un paio di calzoni usati di velluto a coste sottili di un colore crema chiaro con riflessi dorati, e che la mia mamma modificò alla zuava, ma subito sotto il ginocchio, così e come portati da tutti del Gruppo dei Grezi che mi avevano accolto dopo la mia prima esperienza dì arrampicata con la corda su alcune pareti della Ferrovia in Val Rosandra. Così da quella Domenica iniziai a frequentargli prima in Val Rosandra e poi in Sede.
Nel minuscolo taschino del giro vita lei cucì anche una medaglietta, una goccia, con l’effige della Madonna della Salute da lei venerata.
L’attesa sfilata nella società non fu felice; la Domenica mattina mentre andavo alla fermata dell’autobus, sacco in spalla e facendo sfoggio dei calzoni, uno di un gruppo di giovani spiritosi davanti all’entrata di un Bar vicino casa mi chiamò e domandò con fare ironico: – Dove vai, stai andando in guerra?
Ci rimasi male, tanto che alle Domeniche cambiavo strada se vestivo da Gita; nonostante questo i calzoni hanno fatto il loro dovere in tutte le quattro stagioni e per tanti anni.

am06 ucita parete  Grande stagione 195971960

Fu la seconda domenica di marzo del 1957 che ritornai in Val Rosandra invogliato dall’amico e compagno di gite sul nostro Carso Armando Galvani; e quella volta per provare l’arrampicata.
Sì, perché m’aveva raccontato che con altri coetanei, che frequentavano sparsi nella Valle, erano stati raggruppati da Bruno Baldi, in quelli anni uno dei più capaci rocciatori, associandogli alla sua Sezione: C.A.I. XXX ottobre Trieste, per seguirli e dare a loro consigli; e che si sono presi il nome di “Grezi de Val Rosandra”.
Quella mattina mi portai per tempo al capolinea dell’autobus che essi usavano per avvicinarsi alla Valle; così gli ho visti arrivare alla chetichella; sacco in spalla e calzoni alla zuava subito sotto il ginocchio e che mi squadravano per capire chi io fossi anche perché ero abbigliato come loro. Solo per i calzoni si distinguevano; potevano anche essere i soliti gitanti domenicali perché, poi me lo spiegò l’amico, niente doveva apparire all’esterno che informasse gli altri che erano rocciatori. Arrivò anche lui e tutto fu chiarito con vigorose strette di mano; gli altri erano o lo saranno le domeniche successive: Mauro Bonifacio, Remigio Franco, Fabio Postogna, Giorgio Resmini.  Benito Zaccaria e Marino Zacchigna.
Quella mattina provai subito con lui la mia prima arrampicata con la corda e moschettoni; e non trovai difficoltà anche sulla parete verticale perché non avvertii il vuoto e senso di vertigine, e così anche nei terrazzini dove, dopo essere stato assicurato al chiodo, mollavo gli appigli per fargli sicura con la corda a spalla. Salimmo due o tre vie ed al termine lanciai anch’io con orgoglio l’ooh-plop, il loro richiamo.
Ritornai, e così quasi tutte le Domeniche e Feste per due anni, escluse quelle dei mesi estivi che loro andavano in montagna. Così fino nell’occasione del ponte del 25 aprile 1959, che con l’amico Mauro Stagni, scalammo nelle Alpi Giulie la Cima delle Cenge ed il Pan di Zucchero nel Gruppo del Riobianco.
Le vie in Valle erano già chiodate, e così non ci portavamo mai dietro il martello e i chiodi; per quelle che lo richiedevano solo la staffa e il cordino. Non esistevano altri aiuti. Così, e dopo una giornata d’arrampicata, al crepuscolo ci si riuniva sotto la parete “Rossa” dove, acceso il falò, con l’animo appagato e sereno intonavamo il vasto repertorio del Coro della S.A.T. e triestino; altrimenti si andava all’osteria del paese dove non mancava mai il vino.

am07 ristoro da Danilo stagione 195971960

Quelle vie le ripetevi spesso nell’arco della stagione, e così le conoscevi a memoria; se poi avevi anche le altre qualità, provavi, e poi andavi da primo.

am08 scherzo al Rif. Premuda

Nei primi anni la Valle era poco frequentata, tranne che all’inizio della Primavera; e sulle sue pareti c’eravamo solo noi Grezi e quelli della Soc. Alpina delle Giulie, che scherzosamente chiamavamo “Peri”.
Era iniziata la motorizzazione, e la Valle, la Domenica, era sempre più frequentata da giovani e meno giovani, e tra questi c’era sempre qualcuno che si fermava a guardarci con interesse, e poi ci chiedeva anche di provare l’arrampicata.

am09 primi anni 1960 sotto la rossa

Intanto in quelle stagioni possedevo una corda di canapa di 40 metri, e andavo già da primo; e così non rifiutai a nessuno tale possibilità; anche se in certe domeniche erano tanti.

am10 primi anni 1960 sotto la rossa

am11 primi anni 1960 a Botazzo

In questo caso si andava in tre, a forbice, perché quasi tutte le vie erano state aperte con tiri di 20 m coi terrazzini chiodati; altrimenti si facevano tiri di 40 m con uno solo o con due corde di quella lunghezza per chi se lo poteva permettere, in tre.
Quelli che dopo aver provato sono tornati divennero presto compagni fissi ed amici, e più anche soci della XXX Ottobre.
Così all’inizio della bella stagione potevamo già fare le prime uscite sulle Montagne vicine.

am12 giu 1960 dopo la salita alla Sfinge

am13 giu 1960 incontro casuale a Bevorchians

am14 Malga Flop

La Creta Grauzaria 2065 m, pascoli di Malga Flop e all’Osteria di Bevorchians, nella Cresta Carnica.

am15 24 apr 1962  Vetta Bella

La Vetta Bella 2049 m, nelle Alpi Giulie.

Poi alcune impegnative Gite Sociali: am16 Cimon della Pala

am17 saluti dalla Cima

Il Cimon della Pala 3184 m, nelle Pale di San Martino.

am18 sul ghiacciaio

am19 tutti al sole

am20 idem

Il Monte Canin 2587 m, nelle Alpi Giulie.

am21 Monte Pelmo

Il Monte Pelmo 3168 m.

am22 rinfrescata dopo gita

am23 rinfrescata dopo gita

Ritorno da una Gita fatta anche con gli amici dell’allora Sottosezione della XXX Ottobre di Cervignano – UD.
Un giorno l’amico Edy De March, che mi faceva da secondo da quasi un anno, mi propose di fare la “Tissi” alla Torre Venezia. Lo guardai meravigliato, e lui: che l’aveva ripetuta ultimamente e conoscendola la poteva fare da primo.

am24 Torre Venezia via Tissi

Così il 27 giugno 1965, in una bella giornata di sole, salimmo per quella via in tutta tranquillità in Vetta della Torre Venezia 2337 m.
Con il passare degli anni i più capaci erano ormai capocordata anche in Montagna e, valutata la loro attività come richiesto, entrati nel Gruppo Rocciatori.
Ambivano a salite d’impegno ed a questi ricorsi per le nuove salite.
Con quei altri, per salire Montagne senza la ricerca delle difficoltà; e quando desideravo conoscere Monti quasi sconosciuti o dimenticati.
Un giorno mentre si parlava fra noi proprio di quest’ultimi, Bruno Toscan propose scherzosamente per questi la sigla GMA: Gruppo Modesti Alpinisti.
In quelli anni per chi non era motorizzato, e voleva trascorrere la “fine settimana” in Montagna, le più convenienti erano le Gite Sociali perché con il camion attrezzato e l’abnegazione del proprietario/autista si potevano percorrere le strade sterrate dei fondovalle che accorciavano poi le ore di cammino per raggiungere i Rifugi per il pernottamento, ma con un unico problema per chi poi andava per conto proprio: il rispetto dell’orario di partenza per il rientro. Il caso ha voluto che anch’io tardai la partenza della Gita; e facendo stare in ansia i partecipanti nonostante io calcolassi e più volte le ore d’avvicinamento, della salita e della discesa.
Gite, che senza l’incalzante motorizzazione, avrebbero permesso più a lungo l’incontro delle generazioni ante, con quella del dopo guerra.
Gita, sostantivo femminile: escursione – passeggiata – camminata –scampagnata. Solo che non s’adiva se quel giorno compivi quasi l’impresa; ma a noi questo non passava per la testa, ci bastava ripetere la salita scelta, raggiungere la Vetta e fare i viaggi in sana e allegra compagnia.