Derive a Campolongo … e le conseguenze.

Trieste, 1 novembre 2007

dc01 a scuola

Un giorno il nostro maestro avvisò la classe che noi tutti saremmo stati visitati da una Commissione Medica; e così una mattina nell’infermeria della Scuola, dopo un’accurata visita, mi applicarono sul petto un cerotto che levatolo dopo una decina di giorni da uno della Commissione, questi poteva leggere sulla cute, dal numero di foruncoli sorti, il mio stato di salute.
Per fortuna quel giorno trovarono solo pochi, mentre continuava a persistere il linfatismo. Mi chiesero solo se io volevo andare in Colonia al mare o in montagna; e così un giorno mi comunicarono che la mia meta era Campolongo di Cadore.
Sulla Carta d’Italia del testo di geografia non lo trovai e così la mia fantasia era condizionata dal nome; non tanto per Campolongo, ma per “di Cadore” che arricchiva il nome della località e mi dava vanto tanto che era sorto un confronto con altri ragazzini che come me, avevano come meta solo Caprile.
Quella volta il ritrovo non fu nella Stazione, ma nel piazzale di lato dove c’erano allineati tanti autocarri dello stesso colore verdastro che già conoscevo perché gli vedevo passare per le vie della città dalla fine della guerra; solo che questi erano preparati per il trasporto di persone; così niente avvicinamento con il treno: che delusione.
Oltre al fagottino degli indumenti, quel giorno tenevo ben protette nella tasca una decina di Lire per le cartoline ed i francobolli, e il “non dimenticarti di scrivere” della mia mamma nel cervello a chiudere i saluti alla partenza.
Il viaggio lento e noioso per la pianura, poi le prime alture, la strada bianca con i tornati che ricordai essere quelli della prima volta, poi Mediis, la Colonia dell’altro anno, e avanti. Altri tornanti con tanta polvere che qualcuno conosceva: il Passo della Mauria, ed oltre, un vuoto ed a chiudere una barriera di monti e nevai. Poi la ripida discesa a valle con la vista di tutta la strada con i suoi bianchi tornati; che batticuore, e qualcuno tra i ragazzini che si mise a piangere dalla paura. All’arrivo, mentre che con tutta probabilità guardavo intorno, mi accorsi della parete/montagna che chiudeva la Valle dove la strada continuava verso vasti prati ed alture rivestite da boschi; ma fu un attimo.

Non sarà stato il primo, ma un giorno la maestra per accontentare le nostre richieste portò tutta la sezione all’unica rivendita di valori bollati e cartoline del paese.
Era un piccolo locale con l’entrata divisa in due parti; una era fissa e lavorata a vetrina con esposti tanti articoli che ci amicavano o forse era un davanzale della finestra. Entrammo quasi tutti per acquistare cartoline e francobolli, ma sul bancone, dentro un vaso di vetro con coperchio, ci ammiccavano dei piccoli cuscinetti distinti dai colori che attirarono la nostra attenzione: gomma da masticare. Quel giorno noi tutti a masticare e a far le bolle con grande spasso; non chiedevamo altro.
La strada secondaria a fondo naturale che portava in paese, dopo averlo attraversato, continuava in una valle, la Val Frison, che per un bel tratto era aperta e pianeggiante; e proprio in quella vasta radura che ci hanno sempre portato, ogni giorno, mattina e pomeriggio; ma non mi sono mai annoiato, anzi; su quei prati potevamo fare tutti i nostri giochi praticati sulle strade della città ed altri e nel primo sottobosco il piacere di raccogliere fragole e nocciole.

Un giorno, la mattina, proseguimmo oltre la radura e fino a quando il primo sottobosco arrivava quasi sulla strada. Qui il posto era ricco di fragole ed io scelsi il pendio più ripido e boscoso sulla sinistra idrografica e così mi trovai solo. Cerca qua, cerca la, incrociai una traccia di sentiero? La segui anche quando prese a salire sempre più erta; ma non cambiai il passo e così fino a quando non uscii dal bosco tutto ansimante in un mondo nuovo che non immaginavo.
Di fronte un’alta parete nerastra percorsa da un velo d’acqua e in parte tappezzata di muschio ed altre piante, lo spazio che mi separava e come tutto attorno cosparso di massi di grandezze e forme varie; alberi stecchiti e mutilati e quelli abbattuti putrescenti.  D’improvviso m’accorsi del silenzio e tesi le orecchie; c’era solo quello e solitudine. Provai paura ma tentai di resistere, solo pochi attimi e mi buttai giù per il sentiero a rompicollo.
Uno dei tanti passatempi era incidere ed asportare, con la lama del temperino, la tenera corteccia dai rami strappati o tagliati degli alberelli che limitavano la radura; oltre al proprio nome c’erano un’infinità di forme geometriche che l’abbellivano.
Così una mattina, e prima d’incamminarsi verso la radura, con una deviazione la maestra ci portò alla rivendita perché c’erano richieste di cartoline, francobolli e altro. Nella vetrina, fra la tanta merce esposta, c’erano anche dei temperini dai dorsi colorati. Comprai quello che costava di meno, alcuni cuscinetti di gomma da masticare e una cartolina ma no il francobollo perché le poche lire erano finite.

Nel dormitorio, tra le mie robe, la presenza della cartolina mi ricordava la raccomandazione della mia mamma e con il passare dei giorni averti rimorso.
Fortuna volle che tra tanti ragazzini c’era quello che sa tutto, e che mi assicurò che bastava scrivere sullo spazio per il francobollo “affrancatura a carico del destinatario”. Da quel giorno tutti quelli che scrivevano a casa mettevano la scritta per spendere il valore del francobollo in cuscinetti di gomma da masticare.
La stagione era propizia con il sottobosco ricco di fragole. Tutte le maestre invitarono noi ragazzini a raccoglierne il più possibile perché i cuochi, nel caso di una sufficiente raccolta, avrebbero fatto delle crostate per tutti, e per la riuscita quel giorno ci portarono ben dentro la valle ed in quota perché superammo alcuni tratti della strada in salita.
Fu una giornata di febbrile ricerca ed i cesti alla fine erano colmi: e come promesso, nel dopo cena del giorno dopo c’era una fetta per tutti.

dc02 Terza Grande

Passati i primi giorni la vasta parete della Terza Grande c’era divenuta familiare, e noi ragazzini passavamo il tempo a salirla con la fantasia perché qualcuno ci aveva confermato, perché noi increduli, che c’era la possibilità di salirla.
Un giorno, la maestra, la più giovine, avvisò i ragazzini della sua sezione che il giorno seguente erano affidati ad un’altra maestra perché si assentava per tentare la salita della Terza Grande con alcuni giovani del Paese. La notizia si diffuse e fu argomento di discussione tra noi; ce la farà o non ce la farà, perché nessuno la credeva capace di salire quella Montagna anche perché ignoravamo che ci sono altre pareti e versanti più facili.
Quel giorno nella radura non si parlò d’altro, e così anche quando ci spostavamo e l’avevamo di fronte ci fermavamo a scrutare la parete per tentare di vedere il gruppo, commentare e far previsioni.

La cena era già finita, ma quasi tutti noi ragazzini eravamo rimasti nel refettorio in ansiosa attesa. Il tramonto e l’arrivo delle prime oscurità aggravarono la situazione. Poi dal corridoio arrivò del trambusto; e noi tutti a guardare verso la porta dove entrò la giovine maestra tutta sorridente accolta da varie espressioni di saluto a sfogo della tensione accumulata nell’attesa di tanti ragazzini. La giovane maestra ci ringraziò e raccontò qualcosa concludendo che era stato tutto facile; forse per assicurare i ragazzini più tesi.
Una mattina d’uno degli ultimi giorni di colonia la maestra ci portò oltre il solito spazio verde. Ricordai subito il luogo e forte fu il desiderio di rivedere la radura sottostante la nera parete. Così mentre gli altri iniziarono a fare i soliti giochi, io passai dall’altra parte della Valle alla ricerca della traccia/sentiero: e la trovai perché nel ricordo mi vedo già davanti alla parete “e che la guardo alternandola alla scena di lotta e morte racchiusa nella radura, e per più volte, fintanto a vincere il silenzio e la solitudine”.
Non ricordo se c’era stata la pesatura, ma che qualcuno sì che m’informò che in quel mesetto avevo aumentato di peso di circa quattro chili.
La strada del viaggio di ritorno fu in salita lungo una stretta valle; a questa seguì un’altra aperta e contornata da tante montagne; e una tutta irta di Cime, deve avermi ammaliato perché ancora durante i primi mesi di scuola, in classe durante la lezione, sentivo il desiderio di riportarla sul quaderno e più volte nonostante i richiami del maestro a non distrarmi.

dc03 Gruppo del Siera

Il suo nome lo imparai un paio d’anni dopo: il Monte Siera.

Una volta a Trieste, e l’incontro con i compagni che erano stati a Caprile accese la disputa sulla Montagna più bella; la loro, il Civetta, contro la mia, la Terza Grande, e quelli che non centravano che mi davano ragione perché una montagna chiamata Civetta non poteva essere la più bella.
Per questa fanciullesca affermazione s’è ne deve essere risentita e legata all’artiglio.
Così tanti anni dopo nel tentativo di raggiungere la sua Cima per la parete Est, ci fece un tiro birbone.

dc04 Monte Pelmo e Guido

dc05 panoramica

Quella mattina al Rifugio Coldai m 2132 ci alzammo alla luce dell’aurora per tentare la sua salita; e appena pronti prendemmo il sentiero che porta alla base della parete dove inizia la via normale. Solo che noi dovemmo abbandonarlo prima perché la via di salita scelta di F. Wiessners e H. Kees, inizia in versante Est.

dc06 la nostra Meta

- Orpo! Si, perché il benvenuto di quel versante, visto solo in fotografia, non fu certo il massimo; ma nessuno volle dire la sua. Così, e incrociato un canale detritico lo seguimmo fino sotto la parete, e dove all’inizio di un prolungamento della base, come dalla relazione, dovrebbe iniziare la salita.

dc07 ghe semo

Sprofondando nella neve ci portammo la sotto, e dove sull’unico tratto di parete verticale, un chiodo ci confermò che non avevamo sbagliato.

dc08 primi tiri

Il tempo di formare due le cordate, superare il passaggio in stile, e seguimmo il prolungamento per poi entrare in un canale che ci portò sotto pareti insuperabili. Per contro e a sinistra, seguimmo brevi pareti intervallate da stretti colatoi di roccia sana e ricca d’appigli.

dc09 pasemo a destra

Imprevista la colata d’acqua di fusione che destò timore,

dc10 in parete

dc11 toca a mi

Per fortuna la parete lavorata e appigliata che stavamo salendo si mantiene alla destra dalla colata, e così fino sotto l’ultimo tratto compatta e verticale.

dc12 Guido e Fulvio

Spettacolo nello spettacolo; quella lunghezza di corda non sarà dimenticata.

dc13 particolari

La sopra la parete è più facile, e così un poco per de la e un poco per de qua, fino sotto una fascia di parete a strapiombo limitato a sinistra da uno stretto camino con alla base un cumulo di neve compatta. Sì, e ci dava anche garanzia; e per questo mi portai la sotto e lo rimontai dimezzando così lo strapiombo.

dc14 travrsi sulla neve

Solo che la sopra trovammo la nebbia e scarsa visibilità, e necessariamente dovemmo seguire dei canali innevati e così fino a che raggiungemmo un pianoro?
Sì, perché così nella nebbia e con il bianco della neve non si vedeva un punto di riferimento. Alt, e ferma tutto; sì o no, e decidemmo di continuare la salita con la speranza d’imbatterci con il Rifugio Torrani; e via.

dc15 la rinuncia

Invece più avanti incrociammo delle orme in disfacimento?  Sì, perché queste erano in discesa. Noi quattro: Guido Canciani, Luciano Marega, Fulvio Delpiero e il sottoscritto, e fatto il punto della situazione non ci restò altro che seguirle.
Lungo la discesa capimmo che ci portavano nel versante della Ferrata Tissi, ma con quel nebbione nessuno propose d’abbandonarle anche perché sulla neve scendevamo veloci e così fino al tratto verticale attrezzato con cavi e scalette metalliche pulite dalla neve, e a seguire giù nel Van delle Sasse al primo crepuscolo.
Da questo per il Rifugio Coldai, il percorso più breve è per la Forcella delle Sasse, che al solo vederla la in alto ti fa passar la voglia.
Invece la raggiungemmo pian pianino al chiaro di luna, il cielo stellato e senza tracce di nebbia.
Dall’altra parte Montagne e Valli profonde e silenziose dove ammiccava qualche luce. In tanto spettacolo alpino il percorso fu una vera passeggiata tenuta allegra da battute di spirito e qualche coretto. Verso la mezzanotte, e in vista del Rifugio, lanciammo i nostri ooh-plop per annunciare l’arrivo perché, oltre al gestore che stava per chiamare il Soccorso, ad attenderci c’era solo l’amica Laura Borsi arrivata in zona con la Gita Sociale.
Una breve sosta per rifocillarci, e giù veloci alla macchina perché alle otto dovevamo essere tutti sul lavoro.

dc16 tracciato

Nel viaggio si fecero solo alcune soste per consentire ai guidatori alternatisi di rilassarsi; e così io arrivai a casa proprio nell’ora che faccio colazione.
Con il caffelatte sul fuoco, accesi la televisione per sentire le ultime notizie; invece stavano dando in diretta proprio la prima discesa dell’uomo sulla Luna.
Così, e dopo le otto, per telefono prendevo un giorno di ferie.