Sem e Cresta senza nome

                                                                Trieste, 1 Maggio 2012                                             

     Nell’ultima settimana di giugno, ma non come nella prima perché è stato proprio l’amico Sem che m’invitò a fare cordata con lui, e questa volta per due salite contando nel ponte Festivo di San Pietro e Paolo.Era successo che lui si era accordato con un altro del Gruppo Rocciatori per fare le salite, e che a sua volta portava un amico, e per evitare di fare cordata in tre pensò subito a me.                                                                                    Così il primo pomeriggio del 29 giugno in macchina di Sem raggiungemmo il punto della partenza dove trovammo l’amico Lenardon Radivoi Rado e Sanzin Igor, che non conoscevamo, con la sua macchina.                                                                                     Per farla breve, e dopo i vari andemo con la mia, partimmo con due macchine per stare più comodi per il Passo di Gardena perché la prima Montagna in programma era il Sass da Ciampac 2672 m nel Gruppo del Puez.                                                                              Solo che nel tardo pomeriggio e prima d’arrivarci la macchina di Sem iniziò a perdere colpi, e tanto che ci fermammo alla prima officina lungo la strada.Niente; la macchina doveva stare là sperando che trovino nei due giorni il pezzo da cambiare.                             Così ci trasferimmo con il materiale nell’altra macchina tanto capiente da avanzare ancora spazio.                                                                                                                                    Passo di Gardena al crepuscolo; posteggiamo la macchina vicino ad un albergo che metteva a disposizione degli alpinisti che pernottano una zona sobria, e dove ci sistemammo per due notti.Non vuoi mangiare le tue scorte; c’è la sala grande con il menù bocca desidera e la televisione come per tutti; e dove trascorremmo qualche oretta.

 La mattina era poco chiara con le nuvole che minacciavano pioggia; ma noi andammo lo stesso con la speranza che il tempo migliorasse come davano le previsioni le radio locali; e in una momentanea schiarita oltre che illuderci, ci permise di vedere la nostra parete riconoscibile da uno strapiombo subito sopra l’inizio; e una volta la sotto senza una lamentela ci legammo, e via.Giusto il tempo per esserci la sotto che iniziò a piovere sul serio; e noi la ben riparati nell’attesa che smetta.                                                                  Io ero il pessimista del gruppo, ma come le radio locali avevano previsto, ben presto la pioggia diminuì d’intensità e tanto che qualcuno voleva già riprendere la salita.                     Io mi opposi chiedendo di dare giusto il tempo alla parete d’asciugarsi un poco.                 Intanto nell’attesa aumentò la luce, e con l’innalzamento delle nuvole anche vedemmo finalmente un vasto tratto della parete soprastante dove si svolge la salita che non è facile.                                                                                                                                      Così quando riprendemmo a salire tutto è stato a nostro favore; e più avanti compreso anche un pallido sole che io beneficiavo nelle soste sui terrazzini come ultimo di due cordate.Solo che una volta in cresta e così anche in Cima, tutti noi quattro lo apprezzammo e magari più caldo.

 30 giugno 1996: Sass da Ciampac, parete Sud via Adang e compagni: Lenardon     Radivoi Rado e Sanzin Igor; Lusa Sergio Sem e Ogrisi Tullio. 

Necessariamente più che una sosta lassù fu una pausa, anche se la discesa dal Ciampac è facile e pernottando al Passo; e dove una volta la sera nella sala grande preparammo il programma per il domani: la salita della II Torre del Sella.

    Quella mattina in circa un’oretta, e con davanti il Gruppo Sassolungo in un cielo azzurro e senza la minima traccia di nuvolo, posteggiammo senza difficoltà al Passo Sella, e che a sentire gli altri e sempre tutto occupato.                                                                            Giusto il tempo per un giro d’orizzonte per vedere cosa c’è intorno e puntammo le Torri che finalmente ammirato naturali; e così anche per il Sassolungo che poi mi terrà compagnia per tutta la salita.                                                                                                  Una traccia di sentiero ci portò quasi sotto la II Torre, e nell’ombra fredda perché dovevamo salire la via Zelger e compagni in parete NW, e non perdemmo certo tempo nei preparativi.                                                                                                                                Per l’occasione delle due salite che non richiedono approcci lunghi per terreno sconnesso avevo calzato pedule leggere con le suole scolpite.                                                          Solo che nel primo tiro di corda temetti di scivolare, e più volte, perché gli appigli per i piedi riflettevano l’azzurro del cielo; e questo perché io avevo letto da qualche parte che la roccia di quella Torre è grassa.                                                                                           Ben presto quella minaccia non la ricordai più, ed entrai in sintonia con l’arrampicata anche perché ampi tratti di parete erano al sole.                                                                  Ricordo ancora l’impegno di Sem per superare uno strapiombo con sottostante un chiodo con cordino; e l’arrivo sull’esile Cima, e accolti dagli amici festanti: 31 giugno 1996.  IITorre del Sella, parete Nord Ovest via Zelger e compagni.

  Necessariamente anche lassù la sosta fu breve perché dopo la non facile discesa, restava l’enigma della macchina.

 Per raggiungere la località dell’officina decisero di scendere per un’altra Valle, e a metà pomeriggio posteggiammo davanti l’officina.Solo Sem entrò per accertarsi se la macchina era riparata, e se del caso anche per il pagamento.                                                           Passarono alcuni minuti di speranza, e usci dall’officina con il titolare mentre un meccanico portò fuori la macchina: tutto era ok!                                                                     Così, e mentre trasferivamo il nostro materiale, cicola e ciacola, c’informò dei lavori fatti e della spesa equa pagata esibendo anche la regolare fattura dove ben si evidenziava: Auto Officina Crepaz.Il resto del viaggio non ha lasciato ricordi. 

     Premesso che nel mio quaderno delle salite fatte, passi che per alcune, riporto solo quelle che sono terminate in Cima, rivedendo per l’occasione del blog le pagine dei mesi luglio e agosto anno 1996, ho notato che queste sono scarse; e perché?

 Così ricordai che nella settimana del sette luglio fui ospite dell’amica Mirella Dobner al centro G.A.M. di Milano in Val ferret – Val d’Aosta; e anche che nel lungo viaggio di ritorno in treno sentì forte il desiderio dei Monti Tor e delle Alpi Giulie; e così un giorno di quel mese …

                    Contrafforte Settentrionale – La cresta senza nome: quota Sud

      Sì perché dopo il tentativo alla quota Nord dell’agosto 1994 per la cresta, e quanto osservai nella successiva discesa, già calcolavo che non era più conveniente cercare il passaggio dallo sbocco del canale in parte erboso, ma dalle balze in sfasciume trovare la possibilità di montare a destra sulle cenge che caratterizzano la vasta parete Est, e per queste poi innalzarmi verso la quota più alta della detta cresta.                                              - Giusto, farò proprio così.

    In quella bella mattina di luglio, e una volta contornato il Frate, seguì la traccia a mezza costa ed il canale conosciuto che lo seguì solo un breve tratto per poi passare sul bordo solido ed in parte erboso dove c’erano alcuni dei miei primi ometti che esclamarono sorpresi: – Ailo, te son tornà qua de novo!

 Raggiunsi così balze di roccia in sfasciume salendole solo un tratto come propostomi, e da dove la volta precedente vidi il canale in parte coperto d’erba.

 Così traversai a destra in leggera salita più che un poco per de qua, e arrivai sul bordo delle balze?  Si, sorpresa; perché dall’altro lato scendono invece a pendio in parte erboso su un’ampia cengia coperta da detriti di varie misure che  mi sembrava promettesse; e per scendere sotto la parete c’era anche un rivolo di ghiaione che mi facilitò la discesa.

 La sotto subito controllai il sviluppo della cengia sulla vasta parete anche perché non era l’unica; così la osservai attentamente prendere quota con le altre che poi sparivano e apparivano aggirando i costoni che caratterizzano la parete; e così anche quella, l’unica, che termina su un dosso dell’ultimo costone coperto dai mughi; che sperai che sia proprio quela la in alto sull’ultimo coston.

 Iniziai percorrerla; e già speravo di trovare la in alto anche la possibilità di continuare fino in Cima alla quota, anche perché mi sembrava che fosse la giornata giusta.

 Così procedetti tranquillo perché facile e sicura, e tanto che prestai attenzione solo nei punti scabrosi per prendere la cengia giusta.

 

 Più avanti si fa ampia e prende quota mentre le altre si disperdono in ghiaione, e così  ben definita al costone coperto dai mughi; e che limita i due versanti.

 

 

 Spettacolo per spettacolo; ma sull’opposto versante la cengia continua a ripido pendio erboso nell’ombra più scura; piccola stretta al cuore.

 Intanto gli occhi si erano adattati alla mezza luce e a rivederla poi non era più il babau del primo momento; solo un poco di timore per non scivolare sull’erba.

 Tra l’erba e sotto i piedi sentivo la roccia frastagliata; e trovai sempre appoggi che mi davano sicurezza, e così fino sotto un corto canalino rivestito d’erba che lo salì con attenzione per arrivare sulla spalla rocciosa in linea con quella coperta di mughi e la parete finale della cima.                                                                                                       Stretta al cuore.                                                                                                                                                                                                            Sì, perché per attaccarla, c’è ancora da superare un avancorpo in parte coperto dai mughi dalla parete iniziale che lascia a  desiderare .                                                                Ferma tutto; e decisi allora di trovare un posto comodo per la sosta ristoratrice e così anche decidere dove attaccarla.                                                                                               Non avevo perso certo l’appetito, e una volta a posto non mi restò che de andar a veder. Scesi così per i gradoni che coprono alla vista gli sfasciumi precipiti alla base, e per questi con cautela giunsi la sotto. Studiato il passaggio, provai anche ad innalzarmi; ma quei gradini sono instabili, e se nel caso … non mi fermo certo la sotto; e tornai con cautela sui compatti gradoni promettendomi di tornare quanto prima con qualche amico. 

 

 Certo; e in discesa per la cengia trovata e appena percorsa anche ne godetti la sua bellezza da non farmi rimpiangere la meta mancata.                                                             Tanto tornerò!

 

 

 

L’amico Sem

                                                                                      Trieste, 1 aprile 2012

                                                    Con l’amico Sem 

     Solo che in quella stagione il bel tempo continuò ancora, e così, cicola e ciacola, una sera in Sede della XXX Ottobre con gli amici del Gruppo Rocciatori, Marco Arnez ci propose di ripetere la via dei Triestini: di Spiro Dalla Porta Xidias e Bianca Di Beaco con attacco R.Mazzilis sulla Crete Cacciatori 2475 m nel Gruppo dell’Avanza–Alpi Carniche. La proposta fu subito accettata dai due pensionati presenti: Sergio Lusa Sem ed il sottoscritto.                                                                                                                                  Quel giorno andammo con la spaziosa macchia di Sem, e poi a piedi, e ridendo e scherzando; passati sotto i Campanili delle Genziane, arrivammo alla base della nostra parete già vista e fotografata. 

 

  La sotto, anche se era nell’ombra, commentammo il passaggio dello strapiombo con il vano soprastante che è il tratto più impegnativo della variante. Intanto eravamo già pronti per la salita, e così Marco chiese a Sem di lasciare a lui il passaggio dello strapiombo.  Non solo quello, ma tacitamente poi tutta la salita! 

Per superarlo non bastarono meno di due tentativi, ma noi due e con la corda dall’alto ricuperammo il tempo richiesto. 

  Bella e logica poi la salita che segue il canale che continua, e fino ad uscire sulla parete appena poggiata e con appigli sicuri. 

 Un breve tratto; poi poggiando a destra nel canale-camino verticale che è l’unica possibilità per continuare. 

 Solo che questo diventa largo e dovemmo pertanto seguire il bordo arrotondato e levigato.                                                                                                                                    Il canale-camino si restringe e bisogna entrarci, ma sul bordo la roccia è liscia e senza appigli che facilitino il traverso. Più avanti Marco s’accorse che fuoriesce dalla parete un anello di cavetto, e con un innalzamento lo raggiunse. Un nut infilato in un buco fessura della parete; ma sufficiente per mantenere l’equilibrio per il traverso nel canale-camino. 

  

 Lo seguimmo ma senza raggiungere la cresta perché preferimmo sostare la sotto riparati al sole. 

  Non ricordo poi il motivo; e non salimmo la Cima Principale, ma per cresta la Cima di Mezzo 2466 m probabilmente perché conoscevamo la discesa. 

  Solo il tempo per la foto ricordo e il panorama: 20 ottobre 1995: Arnez Marco, Lusa Sergio Sem e Ogrisi Tullio.  

      Nell’anno 1996 non presi d’assalto la cresta innominata, anche perché all’inizio della stagione l’amico Sem m’invitò più volte a fare cordata con lui, e tanto da distogliermi da quanto promessomi; così …. 

Torre Laura? 

   8 e 9 giugno: Convegno di primavera del Gruppo Rocciatori della XXX Ottobre al Rifugio Casera Baion m.1828, nel Gruppo delle Marmarole, e raggiungibile con le auto. 

 Una volta in Rifugio, senza conoscere quel settore delle Marmarole, e con l’incertezza del tempo, Berti alla mano scegliemmo di salire la vicina Torre Laura, parete Sud per la via dei fratelli Segni e U. Bagnaresi. 

 Quella sera intanto avevamo formato due cordate, e la mattina con il tempo instabile ci portammo la sotto dove vedemmo più possibilità per iniziare la salita, e come da relazione iniziammo a salire presso uno spigolo. 

 Così per questo, e a seguire ancora per larghe fessure con roccia friabile, e poi un poco per de qua e un poco per de la alla base della parete incisa da verticali e larghe fessure, e dove ci fu chiaro che eravamo completamente fuori via. 

  

- Niente; tiremo su driti e traversemo sul spigolo. Solo che le fessure ci portarono proprio sotto gli strapiombi a difesa della Vetta, e dove era quasi impossibile fare il traverso a destra; e ora dovevamo tirarci fuori. 

 Metro più metro meno, c’è alla nostra altezza il largo intaglio che stacca la detta Torre dalla parete del Monte; così e senza perdere tempo prezioso iniziammo il traverso sulla stretta parete Ovest, mentre oltre l’intaglio sulla parete di fronte c’era uno stambecco che ci guardava interessato. 

 Alt, e ferma tutto perché sotto lo strapiombo c’è infisso un buon chiodo che c’informava che noi non eravamo i primi a passare la sotto e o a forzare il passaggio per la Cima. 

 A questo ci pensò Sem che si prese l’impegno della verifica. 

 Una volta oltre, restavano solo le facili roccette finali. 

 9 giugno 1996: Lusa Sergio Sem e Ogrisi Tullio; Corsi Nino e Carlevaris Giovanni. 

   Fatta la salita restava ancora da trovare la discesa; così decidemmo per intanto di portarci all’intaglio scendendo per l’opposto versante, e poi valutare per dove scendere; e così assicurati in arrampicata e con una corda doppia lo raggiungemmo.           Decidemmo subito di scendere per il canalone al sole, formato a rampa e senza salti; meglio di così.                                                                                                                     Solo che trovammo la superficie della parete liscia e compatta; e così noi la scendemmo quasi tutta in corda doppia.

 Meglio di così; solo che per la difficoltà trovata per mettere i chiodi per le calate, impiegammo più tempo che per la salita.

 

La Cresta del Miaron

                                                                                                   Trieste, 1 marzo 2012

                                                              Cresta senza nome 

      Così all’inizio della Stagione 1994 il mio programma di ricerca si concentrò soprattutto per completare la conoscenza di quella Cresta, e tanto da non veder l’ora; e anche potendo rimandarla di circa un anno per il mio prossimo pensionamento, e così potermi dedicare con meno tensioni.  Niente; non stavo nella pelle, e per non darmi furia lo stesso aspettai le mie ultime ferie d’agosto; e così in una splendida mattina arrivai al Passo della Mauria con un programma ben preciso: tornare sulla cengia sotto la parete del Frate, e dal percorso fatto e conosciuto trovare il passaggio per scendere nel detto canale divisorio e per questo salire alla Punta Sud della Cresta del Miaron 2258 m.  E’ probabile che la mia prima sosta sia stata sulla cengia sottostante il Frate;  poi, e una volta in discesa lungo la traccia anche la pulì dai rami infestanti dei mughi per favorire il passaggio dei camosci con la speranza che la traccia così rimanesse sempre transitabile.  Tra un ramo e l’altro io però anche osservavo tutto il versante al sole, e che l’avevo appena intravisto nell’ombra scura la volta precedente, e anche dove la traccia scende nel canale sottostante dove quella mattina risaltava il suo fondo chiaro.                                     – Orpo, de dove salta fora questo?   Così lo risalì con gli occhi fino a dove si forma; 

 e ben in alto, e che potrebbe anche avvicinarmi alla Cresta.Così non finì il lavoro di potatura, e una volta sul suo fondo piatto lo seguì trascurando i miei primi ometti eretti sul suo bordo la volta precedente.Più avanti il fondo peggiorò, ed invaso anche da grossi detriti , e così raggiunsi il solido bordo erboso esterno che continua in alto con propaggini di roccia friabile. Senza raggiungerli tornai nel canale e fino sotto una non facile corta parete, e dove sopra era evidente la continuazione del canale; ma solo che le relative pareti strapiombanti dei bordi non incoraggiavano a continuare.                                           – Niente; torno indrio e vado a riprender el mio percorso che go segnà con i ometi l’altra volta.                                                                                                                                        Intanto ero uscito dal canale per guardare intorno anche perché chiuso la sotto non avevo ancora visto niente; e dove subito a lato e più sopra meritava de andar a veder.         Ferma tutto, e cambio del programma; e così iniziai a rimontare le prime corte balze in sfasciume; 

 così un poco per de quà e un poco per de là, tuntintun ed impensabile c’è lo sbocco d’un bel canale dal fondo in parte erboso che tira su dritto; e la sorpresa è stata tanta che mi dimenticai di fotografare il momento.Non mi diedi nessun pizzicotto per capire se sognavo, e non avrò battuto nessun primato; ma sì che le gambe andarono su da sole, e mi fermai alla piccola forcella coperta di soffice erba e fiorellini.                                       Tutto questo per me era imprevedibile, e tanto da scombussolarmi ancora il programma; pertanto niente più l’approccio per le cenge, ma ora solo la traversata per la cresta; l’ideale! 

 Si, perché la forcella è situata proprio dove c’è la più marcata depressione dell’intera frastagliata cresta delimitata agli estremi da due rilievi ben distinti e senza quota: la Sud subito incombente e la Nord, la più alta.Ambì subito alla Nord, e per farla alla grande, anche percorrendo i risalti; e senza perdere tempo. 

 Così iniziai la traversata dei risalti di cresta per poi puntare la detta quota: e via con i sali scendi per questi dove non c’era un appiglio sicuro. 

 Lo stesso, un poco per de qua e un poco per de là, salì anche sull’ultimo, e da questo ebbi la certezza che per quelle pareti davanti e osservate già prima, era impossibile continuare da solo fino in Cima alla quota. 

 - Niente; torno indrio e tenterò la più bassa; e tornai alla Forcella. 

 Una volta la sotto iniziai a salire le facili rocce invitanti, ma ben presto c’è un corto intaglio da superare. 

 Non avevo più la voglia di tentare, ero ormai scarico; e tornai alla piccola sella a meditare: 25 agosto 1994. 

 Solo che era ancora presto per scendere a Valle; e per non perdere la giornata tanto valeva salire la Punta Nord per il familiare precorso della cengia.                                    Così dallo sbocco del canale della Forc. del Frate traversando a mezza costa i ripidi ghiaioni raggiunsi il ripido canale ed il passaggio dei Camosci.Avevo poco meno di mezza giornata di sole; più che sufficiente per percorrerla con tranquillità e anche salire la Punta Nord 2200 m della Cresta del Miaron. 

 La discesa al Passo della Mauria invece per la lunga e larghissima cengia baranciosa a completare il giro. 

    Una sera in Sede della XXX Ottobre, l’amico Sergio Lusa (Sem) m’invitò a partecipare ad una Gita con il nostro amico Giorgio Devescovi, e che scegliessi io anche il programma perché sono a conoscenza di percorsi abbastanza facili.Io ero appena pensionato, e  così nelle pause della giornata iniziai mentalmente a cercare il percorso facile per la gita; e anche d’approfittare dell’occasione per trarne profitto.Sì, perché l’amico Sem aveva una casetta proprio a Forni di Sopra, e dove con la moglie Fides trascorrevano l’estate; e potrebbe anche dedicarmi in un futuro prossimo qualche giornata per andare insieme sulla Cresta innominata.Giusto; e perché non approfittare di questa Gita intanto per mostrargli la Cresta dei miei desideri?                                                  

Così programmai la Punta Nord della Cresta del Miaron per la cengia, e la discesa per l’altra baranciosa.Per loro tutti ok. 

                                                  Punta Nord: 27 settembre 1995 

Solo che trovammo la giornata incolore e perturbata; e questo non servì certo al mio scopo, anche perché a Sem piaceva soprattutto l’arrampicata, e la qualità della roccia del Miaron non è il massimo; ma non disperai lo stesso che prima o dopo …   Neanche il tempo di vuotare il sacco che si presentò subito l’occasione per fare cordata con Sem.  Sì, perché per la fine settimana del 30 settembre e 1 ottobre era stato organizzato il Convegno d’autunno del nostro Gruppo Rocciatori al Rifugio A. Dibona nel Gruppo delle Tofane.Così in quella sera in Sede anche valutammo la stagione ormai tarda, ed alcune cordate preferirono mete meno impegnative scegliendo le Torri Grande e Piccola di Falzarego nel Gruppo del Fanis.                                                                                        Così io entrai a far parte della cordata di Sem e Walter Romano che avevano scelto di salire la Piccola per la via Comici, Varale e del Torso. 

  La mattina iniziammo la salita anche con il tempo incerto, e con gli amici che si alternavano da primi consentendomi di documentare la salita in quella giornata 

perturbata che lo stesso non riuscì intaccare la nostra amichevole allegria rinforzata

    di essere in tre, e così anche durante la breve nevicata che ci sorprese prima di essere in Cima: 1 ottobre 1955. 

 Solo che sotto la minaccia del brutto tempo non sostammo la in alto, e iniziammo la discesa facilitata con una corda doppia dai chiodi infissi, e sull’ospitale terrazzino raggiunto decidemmo di fare la sosta. 

 Ben presto ricevemmo la visita di un gracchio che divise il cibo con noi. Solo che quanto offertoli non gli fu sufficiente perché visionò l’interno dei nostri sacchi per scrupolo. 

 La sotto le pareti aspettammo le altre cordate degli amici scesi dalla Torre Grande per raccontarci le nostre prime impressioni, e così anche lungo il sentiero.Non era ancora finito perché la prima macchina si fermò sullo spazio apposito dell’ampia curva, e così anche a seguire le altre; e allora tutti fuori a dare il commiato alle nostre Torri finalmente libere dalle nuvole e con i pallidi colori del prossimo tramonto. 

                                                                    Meritava.

 

 

 

 

 

Cresta del Miaron

                                                                                     Trieste, 1 febbraio 2012 

     La traversata della Cresta del Miaron, con la discesa per il canale ed il ritorno per la Cengia portata a termine per me era stato il massimo; però un giorno e anche in seguito, sentì la solita vocina che mi ammoniva perché avevo percorso la Cengia sempre come via di discesa, e per rispettare l’Etica, mai come via di salita; e pertanto de tornar per rimediar; e quanto prima, promesso.

                                   Contrafforte Settentrionale – Monti Tor

                           Cresta del Miaron: Punta Nord 2200 m per la Cengia 

   Non che quella vocina mi portasse via il sonno, ma per zittirla l’unico rimedio era di tornare, e quanto prima; e così quella mattina al Passo della Mauria c’erano anche Rosanna e Armando Cossutta più che interessati a partecipare, dopo aver visto, e più volte, la proiezione delle mie diapositive a casa loro.

Il solito cappuccino grande, e salutato il titolare che non capiva il motivo della mia frequenza su quelle Montagne, ebbe inizio la Gita riparatrice; e che prevedeva la conosciuta salita della Punta Nord per la Cengia, e la discesa in Val Cridola per la lunga e larghissima cengia baranciosa.

L’amico per l’occasione aveva anche portato una signora macchina fotografica, solo che quel giorno la Montagna ci accolse ben che intanfanada; e non mi restò che meditare sul perché.

Lo stesso qualche raggio di sole riuscì a passare, e noi non mancammo di riprendere quei momenti. 

L’approccio alla cengia ed il passaggio con l’avancorpo che copre quel tratto di cengia a quelli che salgono il Vallò; e da questo l’inizio della cengia che immette nello slargo detritico, e che i miei amici non se l’aspettavano così precipite in quell’ambiente poco ospitale; ma forse non era la giornata giusta per la nuvolaglia, tanto che nello slargo facemmo solo una pausa. Poi la ripresa della cengia in un ambiente più luminoso perché la nuvolaglia s’era alzata, e così sorridenti fino alla strettoia, e che la fecero a gatto con lo sfondo del passaggio dei camosci libero dalla nuvolaglia, e che non avevo mai fotografato, per l’appunto.

                La cengia che continua lineare e facile nell’ambiente reso triste per la poca luce e visibilità, e così fino alla prima e marcata interruzione.

Io scesi per primo conoscendola e la sotto accompagnai la discesa dell’amica, mentre Armando preferì scendere nel breve diedro tra le due pareti.

      La mancanza di fotografie fino alla seconda e più marcata interruzione è stata per la fitta nebbia; ma quelle scattate illustrano bene il tratto di questa traversata che per nostra fortuna io la conoscevo bene.

   Così anche per il resto del percorso che è ancora lungo, e fino al Punto d’incontro perché per salire in Cima della Punta Nord preferì la via di roccia con qualche bollo rosso: 25 luglio 1993.

In discesa e prima di montare sulla lunga e larghissima cengia baranciosa ci fermammo in attesa di una possibile schiarita perché la volevo fotografare; e i programmi correttivi hanno fatto il resto.

   Così, e una volta zittita la vocina, iniziò invece in me il forte desiderio di individuare lo sconosciuto percorso seguito dagli alpinisti Eichinger e Uhland per raggiungere la Punta Sud nella loro traversata della Cresta del Miaron con inizio da sotto la Forcella del Frate. 

Sì, questo anche perché nel corso della seconda traversata fatta per completare l’esplorazione della cengia, e mentre io scendevo la prima volta con attenzione la parete friabile per entrare nel canale, lo stesso con la coda dell’occhio riuscì a notare lo spacco divisorio, ma ancor più gli strapiombi che staccano di netto la detta Cresta dall’altra che continua fino alla Forcella del Frate tanto che … – Niente: devo tornar e iniziar a veder da soto la Forcella del Frate.

     Solo che per risolvere il mio personale problema non mi necessitava l’aiuto di qualche amico, e proprio nel mese d’agosto; così venne Heydi, e solo per trovare nel canale per Forcella del Frate la cengia citata nella Berti; promesso! La giornata di caldo torrido e senza l’ombra di qualche nuvola non era l’ideale, ma salendo pian pianino giungemmo sul pascolo coperto da massi, e così avanti e fino nel canale dove sul fondo ghiaioso instabile Heydi iniziò a far fatica; e così avanti tra una pausa e l’altra, fino a vedere una cengia erbosa sottostante il tetto dove diede a fondo le sue ultime energie; e una volta la sotto per lei era valsa ben la pena. Io la traversai subito; poi gira lo spigolo incombente dove la cengia continua orizzontale e pulita sulla parete prima di coprirsi d’erba e mughi dove punta in discesa il fondo di un canalone; alt, e ferma tutto. Forse che sì, forse che no, anche perché ero troppo basso rispetto la Cresta; e così tornai sotto il tetto con l’intenzione di continuare la salita con il dubbio che il passaggio sia più sopra, e sul più bello della sosta; e più avanti anche rischiando il divorzio arrivammo lo stesso in Forcella.Già che eravamo lì e per scrupolo, andai anche a vedere in versante Val Cridola qualche possibilità. Niente: - Alora la cengia xe proprio quela la de soto perché xe l’unica!Nella discesa, cicola e ciacola, la tentazione fu forte, e ci fermammo sulla cengia giusto un momento perché dovevo ancora andar a sincerarmi; nell’ombra e una volta sul fondo del citato canalone lo risalì un breve tratto perché sulla parete esterna ci sono delle cenge con vegetazione varia che promettono. – Vado, o non vado; e via di corsa segnando il percorso con ometti: e così fino al bordo della parete con vegetazione, e dove la oltre e sottostante doveva esserci un canale, e la in alto l’invitante Cresta al sole e a portata di mano, e tanto da essere convinto d’aver trovato il percorso dei primi salitori. Certo, un invito, ma per tornarci perché l’ombra scura sulla parete mi allarmava che ormai era tardi. – Sì, sarà per un’altra volta. Restava ormai solo la discesa, e una volta usciti dalle congerie, e nell’ombra della Cresta del Miaron, dopo tutto quel sole, questa fu anche piacevole .

 

   Una volta a casa io rivivevo quanto fatto e visto, e anche le altre volte, tanto che stavo convincendomi che fermo restando che la detta cengia è quella percorsa dagli alpinisti Heichinger e Uhland per scendere nel fondo del canale, restava ancora di trovare il loro possibile percorso su quella vasta parete intervallata di cenge in sfasciume; e soprattutto il punto della loro discesa nel canale, perché come raccontato all’inizio, lungo la sua discesa, anche se non mi ero ancora posto il problema, lo stesso mi fermavo la dentro ad osservare quella difficile parete cercando per dove mai potrebbero essere scesi. Solo a circa metà canale, forse, si potrebbe passare; il resto della parete solo con difficoltà impossibili in quelli anni; e se fosse proprio così … quel tratto di cresta soprastante potrebbe essere ancora da percorrere.

- Niente; devo tornar e andar a veder.

 

Cridola-Cresta del Miaron

                                                                                  Trieste, 1 gennaio 2012

                                                Cridola-Monti Tor 

    

Il desiderio e la curiosità di tornare quanto prima su quella cengia per portare a termine l’esplorazione che sembrava promettere ancora tanto, fu il pensiero dominante per il resto della stagione. Solo, e come sempre mi succede in questi casi non riuscì a darmi la carica giusta per andare ad ogni costo anche se avevo accorciato il programmato per avere più tempo a disposizione per completarla in un giorno: percorrere solo la Cresta del Miaron, dalla Punta Nord alla Sud, e solo in discesa andar a prendere il canale che sbocca sulla cengia, e per quanto fatto aver così tutto il tempo necessario per completare  l’esplorazione. 

Così, rimanda e rimanda, a distanza di un anno erano arrivate finalmente le mie Ferie nel mese d’agosto; e intanto, e nell’attesa mi ero anche impegnato di tornare a casa anche con una valida documentazione fotografica di quei Monti poco conosciuti per completare quella della prima volta; e iniziando proprio dal paese di Forni di Sopra.  La giornata eccezionale di bel tempo ha fatto il resto. 

                               Contrafforte settentrionale – Monti Tor

  Cresta del Miaron: dalla Punta Nord 2200 m alla Punta Sud 2258 m 

     Così quella mattina, subito sopra il Forte imboccai il sentiero per il Percorso alpinistico attrezzato Giovanni Olivato, e che più avanti si dilunga sotto il basamento della Cresta, e dove uscì alla ricerca di un introvabile segno rosso sulla detta parete?

Niente; e allora traversai la sotto per il pendio in parte invaso dai mughi alla ricerca della lunga e larghissima cengia baranciosa. Sulle prime non la imboccai, ma in compenso trovai i baranci, e anche fitti e così fino allo sbocco del canalone che delimita la detta cengia a rampa dal corpo del monte, e dove iniziai la salita cercando i corridoi tra questi; e così per quello a destra e altrettanto a sinistra imboccai quello giusto perché subito sopra raggiunsi un papà con la figlia ancora ragazzina.

Non riuscì a capire cosa dove stessero andando e cercando, ma sì che lui non era Cadorino perché nato in Friuli; e così cicola e ciacola, anche si scusò perché lui non distingueva quei Monti con i nomi che io conoscevo per averli letti nella Berti, perché gli abitanti dei paesi sottostanti le hanno numerate rispettando il passaggio del sole sulle loro Cime.

Lo ignoravo, e lo ringraziai perché la sua informazione andava a completare la mia conoscenza su quelle Montagne; ancora i saluti e via lungo la pista tra i mughi e fino ai primi gradini e balze rocciose, e dove la ripida parete di fianco è solcata da un canalino che capì essere l’accesso alla rampa soprastante.

   Avevo appena iniziato la traversata per raggiungerlo che notai che una parte della base di un pilastrino non era immersa nel terreno. Istintivamente con una mano andai la sotto … e tirai fuori due pani di sale minerale? Non sentivo più le voci dei due; e non provai rimorso a mettere uno nel mio sacco; e che ancora fa bella mostra di se nella mia piccola collezione di cristalli, minerali, fossili e innocenti residuati della Grande Guerra trovati nel mio vagabondare sui Monti.

Con attenzione salì il canalino dalla roccia friabile e uscì sulla continuazione della lunga e larghissima cengia baranciosa.

Solo che la sopra, la sua superficie man mano si restringe, è ben presto spoglia dai baranci, ma in compenso è coperta da detriti instabili e così fino che termina sotto dei facili salti intervallati da cenge, e che mi portarono fino sotto uno spigoletto di roccia bianca; ottimo posto per la sosta.

                                                                                 Il punto d’incontro sulla fotografia sopra.

Solo che la volta precedente io non lo avevo raggiunto, e così finita la sosta e una volta in piedi per iniziare il traverso la sotto per poi salire il passaggio di ghiaia con erba, dall’altra parte sulla parete vidi uno sbiadito bollo rosso? – Orpo, … Tullio andemo a veder.

Solo pochi passi sotto la liscia parete, e trovai il punto debole per entrare in un sistema di facili canalini che mi portarono sulla cresta rocciosa conosciuta e alla Punta Nord con pausa breve anche perché, mi giustificai, l’altra volta avevo già fotografato tutto.Lo stesso vale anche per la Punta Sud dopo il passaggio che non ha lasciato ricordi. Solo nella seguente discesa non resistetti per il Cridola e la Pitacco.

Non fotografai invece la sottostante parete programmata per scendere nel canale al posto di quella per i mughi che non é stata proprio facile. Iniziai pertanto a scendere per il ripido e friabile pendio con la massima cautela, e dove però non mancavano gli appigli sicuri per le mani; un po’ meno per i piedi, e dovetti aiutarmi scavando piccole piazzole per metterli; e così e sempre più sicuro arrivai sul bordo del canale che di netto precipita nel buio, e tanto che per il contrasto di luce non riuscì a vedere il fondo, e lo stesso vale per la parete verticale sottostante.Un brutto momento; e non mi restò che calare alla cieca la gamba e tastare fino a trovare l’appiglio sicuro, e così anche per l’altra. Con un’altra calata entrai nel buio e   potei finalmente vedere che mi mancava ancora circa un metro per arrivare sul primo masso ben incastrato; e non trovai difficoltà per scendere ancora gli altri e uscire sullo slargo ghiaioso conosciuto dove, dopo aver controllata l’ora, mi presi il lusso di mangiare e bere acqua in tutta tranquillità.

Sì, ero tranquillo; l’avevo già percorsa per un buon tratto, e anche segnata con ometti che costruivo nelle piccole pause per farmi compagnia e per controllare ancora incredulo il percorso della cengia anche perché prima o dopo c’è sempre l’imprevisto; solo che io nel caso che … conoscevo già la discesa da quel versante.

Arrivò anche il momento per la cengia; e che conoscendola iniziai anche a percorrerla sicuro e forse distratto, tanto da non scattare qualche fotografia, e così fino e oltre la prima interruzione.

Mi ricordai allora del servizio fotografico propostomi, e iniziai a fotografare il percorso ad ogni giro di spigolo, e al momento anche in alto per riprendere il curioso monolito fra le due Punte. Solo che la parete rientra lentamente arrotondata verso il fondo del canalone divisorio, e dove il percorso lineare della cengia si confonde sulla parete che man mano diventa ripida, a gradini e rivestita da mughi. Una stretta al cuore; ma scesi facilmente sul fondo piatto del canalone, e altrettanto per salire l’altra sponda e dove trovai l’inizio di una cengia che prometteva. Solo che anche questa sì interrompe di brutto dove la parete ha un rientramento. Doppia stretta al cuore perché sul momento la giudicai insuperabile. Solo che era la giornata giusta perché osservandola bene intuì il passaggio dove sembrava impossibile. Sì, perché le strette cenge che la traversano si disperdono sulla parete verticale, mentre e solo quelle subito sotto gli strapiombi a tetto sono integre; solo che bisognava arrivarci. Così scesi con attenzione quella caratteristica parete e passai sulla cengia che più mi garantiva il traverso verso e sotto l’inizio degli strapiombi. Fu proprio così, e poi da cengia in cengia mi trovai la sotto dove c’erano anche ottimi appigli per la pausa e fare il punto.

Niente; dovevo solo traversare la sotto e rimontare le cenge che continuano; e così, e ancora trepidante, continuai il traverso fino alla giusta dove sostai sicuro a rivivere l’impresa compiuta. Sì, anche perché la cengia continua sempre più larga e non dovrei trovare più sorprese; me lo augurai.

Avevo visto giusto perché questa si slarga a terrazza orizzontale, e così e fino sotto un testone roccioso, e che mi squadrò incredulo passandoli davanti nel risalire il pendio per portarmi sotto la parete dove la cengia gira in versante Nord; qui più stretta, lineare e precipite. Solo un tratto; poi nuovamente gira la parete e dove dall’altra parte e alla stessa altezza c’è la Cima del Monte Miaron. – Xe fata!

Dopo poco la cengia gira ancora una stretta parete, e dall’altra parte continua … dove non si passa. – Orpo, proprio adeso che pareva fata.

Persi solo il tempo per controllare le strette cenge sulla parete soprastante. Tornato sui miei passi, per ripide ghiaie erbose mi portai alla base dello spigolo dove e subito oltre ebbi la fortuna di prendere la giusta per proseguire, ma con più attenzione anche per dove mettere i piedi; e così e procedendo sempre più larga fino al Punto d’incontro: 23 agosto 1990.

Arrivò così anche il momento di pensare alla discesa; e all’inizio anche prestare attenzione perché ci sono più cenge che scendono invitanti in versante Val Cridola, tanto che una era con il bollo rosso.Ferma tutto e lavoro di meningi; serviva invece per la via di salita. Capito l’inganno tornai sui miei passi e iniziai invece scendere le corte pareti intervallate da cenge fino all’inizio della lunga e larghissima cengia baranciosa. Solo che su questa dovetti frenare l’euforia della discesa per prestare attenzione sul suolo ingannevole, e soprattutto a non mancare l’inizio del canalino friabile che si apre proprio tra i mughi, e che dovetti anche cercarlo.

Una volta trovato lo scesi quasi di corsa, e sulla traccia raggiunta tra i mughi termina mio ricordo.  

 

Cridola-Monti Tor

 

                                                                                                      Trieste, 1 dicembre 2011

                                                           Cridola-Monti Tor 

         Alpi Carniche: Lastron di Culzei-Rio Bianco – Torre Bassa Dell’Arco 2050 m c

                                  Prima ascensione 14 settembre 1985 

     Non era nei miei programmi, ma la scelta d’andare in Montagna da solo contribuì in primis la pausa di riflessione che l’amico e mio primo di cordata Rinaldo Sturm si prese dopo il matrimonio.Certo, un amico che mi dava sicurezza in Montagna come lui non lo trovi dietro l’angolo.Non disperai più di tanto anche perché fra i tanti frequentatori della Palestra di Roccia in Napoleonica, e alcuni anche che incontravo da più stagioni, e che al loro inizio avevo anche dato consigli e indicazioni, alla mia richiesta alcuni erano anche disponibili a fare cordata con me in Montagna su vie conosciute di III e IV; tanto che con quella premessa io contavo i giorni per arrivare alle mie Ferie d’agosto.Solo che una volta arrivate, al telefono, questi mi risposero … che avevano altro da fare.                          Restai male, e anche perché sapevo che tra gli amici del Gruppo Rocciatori che erano in Ferie o stavano per andarci, loro avevano già formato le cordate e i loro programmi di salite, e anche di rimanere in Montagna per più giorni.                                                  Niente; e non mi restò che di far lavorare le mie meningi e coscienza. Sì, puoi andare da solo; sei preparato anche alle difficoltà, ma per non rischiare nel  sacco niente corda e feraza varia. Promesso!                                                                                               Restava ancora dove andare e cosa fare, ma possibilmente tutto in un giorno. 

 

 Non lo volevo, ma a conti fatti e dopo aver consultato la Berti … non andai a cercare negli altri Gruppi anche perché gli alpinisti Eichinger e Uhland dopo la salita della Cima Pitacco, scesero in versante Tor e dal canale per la Forcella seguirono una cengia sottostante il Frate che gli portò sulla Cresta del Miaron che poi percorsero da Sud a Nord; e per concludere l’impresa anche scesero all’intaglio divisorio e salirono il Monte Miaron per poi scendere da questo alla Mauria; e con difficoltà di – II.                                               Orpo, mi farò lo stesso percorso, ma al contrario

                                           Contrafforte settentrionale – Monti Tor 

                                            Monte Miaron 2132 m e Cresta Miaron

                                      dalla Punta Nord 2200 m alla Punta Sud 2258 m 

 

   Per quella fine settimana il Colonnello di turno ci assicurò bel tempo, e così io decisi di scattare quel sabato per evitare gli alpinisti e turisti della Domenica. Solo che lo stesso valeva anche per la mia famiglia; sì, perché e neanche farlo apposta arrivò l’invito di mio fratello di trascorrere da loro il sabato.Niente drammi perché viene sempre prima la famiglia; sarà per la Domenica.Mio fratello teneva, e tiene ancora la sua roulotte in un Campeggio al mare nella zona del Comune di Muggia, località subito vicina a Trieste, e sul Confine con l’attuale Slovenia. Così noi due andammo con la sua barca anche a pescare; solo che al rientro ero un poco imbambolato per il sole preso sulla testa. Tanto che una volta a casa preparando il sacco per la Gita della Domenica, misi dentro anche un cappello bianco perché non si sa mai. Poi anche gli informai che se del caso e per non darmi furia, é possibile che la notte la passi al Bivacco Vaccari.Mio fratello teneva, e tiene ancora la sua roulotte in un Campeggio al mare nella zona del Comune di Muggia, località subito vicina a Trieste, e sul Confine con l’attuale Slovenia. Così noi due andammo con la sua barca anche a pescare; solo che al rientro ero un poco imbambolato per il sole preso sulla testa. Tanto che una volta a casa preparando il sacco per la Gita della Domenica, misi dentro anche un cappello bianco perché non si sa mai. Poi anche gli informai che se del caso e per non darmi furia, é possibile che la notte la passi al Bivacco Vaccari. 

 Quella mattina arrivai al Passo della Mauria un poco emozionato anche perché dopo la giornata della Cima Pitacco del 1982, non mi ricordo di essermi più fermato; e tanto da non ricordarmi il titolare del Bar, e che anche lui dimostrò altrettanto.                                   Il cappuccino grande, e via. 

Per la salita al Monte Miaron non c’erano problemi; fino alla casermetta solo da seguire la strada a fondo naturale con pendenza al 4%; poi un sentiero in parte segnalato, e verso destra a seguire in un canalone. Una volta fuori una traversata sulla parete del monte e infine sullo spigolo Est, sempre segnalato, in Cima. 

Solo che una volta finito il sentiero, io invece tirai su dritto, e poi a sinistra per tratti di ghiaione verso il piccolo Campanile che caratterizza quel versante del Monte, e per un facile canale all’intaglio. Non trovai quello che speravo di vedere, e così attaccai la parete incombente che mi portò sulla cengia segnalata e all’attacco dello spigolo, e cosi fino alla grande Croce della Cima del Monte Miaron 2132 m

 Panorama eccezionale in una bella giornata d’agosto giusta per la sosta e per scattare fotografie. 

      

Rivolto dall’altra parte invece osservai bene la parete della Punta Nord che copre la Punta Sud, e che è in parte coperta da mughi ed erba che facilitano la sua salita.                   Tullio andemo.                                                                                                                    Così tranquillizzato inizia a scendere verso l’ignoto perché sulla Berti la relazione dei primi salitori e solo indicativa. Seguì la cresta dapprima quasi piatta, poi a gradoni sempre più alti intervallati da strette cenge coperte di sfasciumi di varie grandezze; e i più alti aggirandoli a destra o a sinistra dove era più facile scendere. Solo che il Monte è immerso a Sud, e pertanto le corte pareti si presentavano verticali con gli appigli sfuggenti, non era il massimo; e così fino all’ultimo che è il più alto. Lo stesso e come sopra provai scendere dai due lati; e scelsi la parete rivolta alla Val Cridola. Solo un tratto, poi traversai sullo spigolo dove trovai gli appigli giusti per scendere sulla larga cengia che contorna la base di quella parete.

 Non avrò esclamato xe fata, perché ero appena all’inizio, ma ricordo invece che sperai di non trovare altri tratti di parete con quelle difficoltà.                                                           Solo che la parete di fronte è distante, e così ripresi a scendere per quella sottostante di rocce scaglionate fino all’intaglio; e lo stesso vale anche in salita sull’altra, e fino ad incontrare una serie di cenge sovrastate da una parete verticale. Solo che io l’avevo già osservata, e avevo visto che tra questa e lo spigolo che la delimita c’è un passaggio di ghiaie con erba; e fu proprio così, e a queste seguì la cresta rocciosa fino sulla Cima della Punta Nord 2200 m

 Subito verificai cosa c’era dall’altra parte, e per quello che vidi non mi allarmai anche perché il dislivello tra le due quote e poco più di una cinquantina di metri. 

  A stare fermo però il sole che batteva sulla mia testa mi dava fastidio; e così mi fermai giusto il tempo di prendere fiato e scattare un paio di fotografie anche perché il panorama l’avevo già ripreso dall’altra; e via.Dall’altro versante la cresta scende gradatamente all’intaglio, e dove proprio su questo si erge una colonna con sopra … a voi la definizione. 

Solo che la breve traversata della sua base in versante Val Cridola non è stata facile. Facile è stata invece la salita della cresta che si dilunga fino in Cima della Punta Sud 2258 m della Cresta del Miaron: 22 agosto 1989.

  Uguale che sulla Punta Nord, anche su questa a star fermo non sopportavo il sole, e così  ricorsi al cappellino bianco che non era il mio ma dei miei figli.

 Niente; il disagio non migliorò, anzi, anche perché il sole batteva forte in quel momento. Capì allora che al mare avevo preso un colpo di sole e non dovevo stare fermo. 

Fu proprio così; e la tranquilla regolare discesa dell’arrotondata cresta mi dava conforto, e che per un tratto è quasi piana prima che la in alto si modifichi.

 

 Sì perché un vasto tratto del piano tutto frantumato subito scende ripido in versante Vallò ed è staccato dalla parete di fronte da un canale; mentre di lato si forma la cresta. Guai in vista, anche perché sul momento la situazione non mi era chiara.                                       – Niente, continuo per la cresta.La percorsi solo un brevissimo tratto perché è presto difficile. Scesi allora sul pendio interno dove sottocresta seguì un breve tratto a gradini illudendomi poi di continuare fino nel canale. Finiti i gradini c’è il pendio ripido e franoso. Ferma tutto e lavoro di meningi; così invece di scendere nel canale, ritornai sui miei passi e mi portai in versante Vallò e sul ghiaione inclinato dove avevo visto una striscia verticale di mughi proprio nel mezzo che se del caso potrei sfruttare nella mia discesa.

  Fu proprio così, e più volte sono passato da una parte all’altra per evitare tratti di grosse pietre instabili. Solo che più sotto la corda fissa dei mughi finì, e non mi restò che puntare più sotto un canale-camino e che presto e ostruito di massi stabili: – E adeso? Un brutto momento, anche perché chiuso la dentro non vedevo altre possibilità per continuare. Provai i più punti, finché sulla parete a valle notai una larga fessura verticale; e che subito la raggiunsi.Questa è tra le due pareti che si coprono formando un minimo corridoio che non permette di vedere oltre. Non ci pensai due volte, e strisciando usci in parete verticale di roccia solida e con buoni appigli, e subito sotto montai al sicuro su una cengia.Non gioì il momento vissuto; ero troppo preoccupato a trovare quanto prima la discesa dalla cresta anche se la cengia prometteva; ma solo un breve tratto però perché s’infila sotto la parete: colpo al cuore. Notai però che sulla parete e in linea della cengia continua una traccia che a tratti è quasi gradino, e che prometteva perché la parete la vedevo presto rientrare.Fu proprio così, e dove rientra c’è anche la cengia, e dove smossi dei sassi che misero in fuga dei camosci che non vidi, ma sentì il trambusto della loro fuga.Solo un breve tratto, poi la parete rientra arcuandosi … e di fronte e oltre uno slargo di sfasciumi, c’è un passaggio tra la parete del monte e un avancorpo, e che lo raggiunsi di corsa per vedere dove porta.Dall’altra parte vidi scendere un facile canale roccioso che si sperde tra mughi e dossi erbosi: - Xe fata!                                                                                                     Sullo slancio stavo già per scendere; ma mi girai giusto un attimo per rivedere quell’ultima parte fatta di corsa e vista solo di sfuggita.Solo che tutto era nell’ombra scura e non si evidenziava un granché e ….. - Vado o non vado? Sì, recupererò el tempo in discesa; e così tornai sui miei passi fino nello slargo per vederla meglio.Sì, lo slargo detritico è alimentato da un canale con massi incastrati; quello che dovevo raggiungere e che avevo appena visto dall’alto all’inizio della discesa, e che potrebbe anche essere quello sceso da P. De Donà, e come riportato sulla Berti.

 

                                            Foto scattata la seconda volta.

 La sosta la sotto nell’ombra fresca e nella quiete alpina aveva intanto calmato la mia smania per la discesa e il fastidio in testa; e già guardavo la cengia per dove ero venuto. Alla fine la tentazione vinse, anche perché avevo avvisato la famiglia della possibile sosta al Bivacco per la notte; per l’appunto.Superato lo slargo di sfasciumi, la cengia riprende quota sottostante l’arrotondata e verticale parete, e che più avanti si forma a diedro che con la faccia esterna ostacola il passaggio.                                                                           – Orpo, e adeso? Sì, perché dopo l’impegno nella traversata con il ritrovo della cengia, pensai solo alla discesa per non perdere tempo, e così non notai nulla.Invece quella parete non chiude la cengia, ma lascia la sotto giusto lo spazio per passare strisciando o carponi; e che io subito approfittai senza passare all’esterno stando solo attento la sotto di non dare capocciate alla volta.Una volta fuori e più avanti non individuai sulla parete compatta per dove ero sceso, ma non persi altro tempo anche perché si dilunga lineare ed erbosa con solo alcuni gradini fino a puntare, qui nuovamente rocciosa, uno strapiombo giallastro, e dove s’interrompe. Stretta al cuore, e mi fermai sull’orlo.Niente; dovevo scendere la corta parete e traversare la sotto per rimontarla oltre lo spacco.   Vado o non vado; e la oltre la cengia continua facile, e così anche girato uno spigolo, e da dove la vidi continuare ancora a lungo. Valutai allora se continuare in quelle ultime ore del giorno, e magari andando incontro a chi sa quali sconosciuti imprevisti. Ancora lo scontro interno tra il sì e il no; e con la coscienza a posto rinunciai a proseguire, e lentamente tornai per dove ero venuto.Scesi la prima parte del canalone sconosciuto con cautela, e una volta fuori non puntai giù dritto, ma al prato verde coperto di massi per essere in quota.

 

 Così da questo potei anche vedere alpinisti e gitanti in difficoltà nel primo tratto ripido sotto il Passo del Vallò, e che riempivano il silenzio con urla e richiami da farmi sorridere d’allegria.Silenzio, e toccò a me, e una volta sulla ripida salita iniziai ad avere sete anche perché la scorta d’acqua era finita lungo la discesa della Cresta.Una volta la in alto seguì la segnaletica anche perché il nuovo passaggio non lo avevo mai fatto, e dove nel canale mi fermai perché qualcuno stava scendendo portandosi dietro un poco di sassi.             Era un giovanotto; anche lui assai stanco perché aveva attaccato l’Olivato tardi, e ha tirato forte.- Al Bivacco?- Non c’è più nessuno, io sono l’ultimo.                                                      Così cicola e ciacola, m’informò che subito lì vicino c’è una polla d’acqua e visto che scende, lui versò dalla sua boraccia l’acqua nella mia; e tanti saluti.Non la bevetti subito per orgoglio, ma una volta sparito alla mia vista la scolai fino all’ultima goccia; e così rinfrancato e senza darmi furia arrivai al Bivacco, e che è stata la prima volta.

 Solo il tempo per aprirlo, posare il sacco e prendere qualche bottiglia; e via alla ricerca nel macereto della detta polla, e dove c’è una macchia d’erba; e che sgorgava quel giusto per ricuperarla prima che si sperdesse nel terreno.

 

Occupato com’ero, non mi accorsi che da qualche parte era arrivato un banco di nebbia e che mi ha ostacolò poi di fotografare il Cridola con i colori del tramonto; e non mi restò altro che entrare nel Bivacco.Una volta la dentro approfittai per stendermi su una branda per rilassarmi; ma anche a rivivere e ripassare quanto fatto nella grande giornata … e mi svegliai prima del sorgere del sole.

 

 Ero stanco, ma per non perdere la giornata tentai di salire il Monte Vallonut 2337 m dalla Forca del Cridola. Solo che le gambe non gradivano la parete friabile, e tanto da rinunciare la salita.

 Una volta alla Forca, dei due percorsi per scendere alla Mauria, scelsi il Percorso alpinistico attrezzato Giovanni Olivato che non conoscevo, e anche per vedere la parete dove sale la via C. Capuis e G. Angelici alla Cima Est del Cridola 2581 m che ambivo salire. 

 

Cridola-Monti Tor

 Trieste, 1 novembre 2011
 
 
     Una volta a casa io rivivevo i due percorsi tracciati sia per la alita e così anche per la discesa, e appena ripetuti con l’amico Daniele che ormai io conoscendoli, siamo saliti e scesi senza tentennamenti. Solo che quello ripetuto nella discesa andrebbe anche bene per la salita. 
 
Non sarà stato certo quel giorno, ma più avanti che inizia a pensare di tornare su
quella Cima, e per il Cadin e l’avancorpo indicatomi dai camosci, e così …
 
                                             Cima Eichinger 2312 m
 
  Probabilmente all’inizio dell’estate ero deciso a far sul serio, e quella mattina con il cielo azzurro posteggiai la macchina al Passo della Mauria. Il solito copione con il cappuccino lungo e via.
Il percorso del sentiero ormai mi era familiare, e già dalle prime escursioni mi ero proposto di tenerlo agibile. Solo che mai avrei pensato quanta attenzione avrebbe richiesto il sentiero come in quella mattina d’inizio stagione, ed in primis per rendere superabile il canalino franoso che peggiorava d’anno in anno; e dove un giorno era stata fissata ad un chiodo anche uno spezzone di corda lasciata libera che lasciava a desiderare. Quante volte ero stato tentato di sostituirla; poi pensavo che volessero così per scoraggiare i meno preparati.
Così e subito sopra il canalino dove anche dovetti calcare la nuova traccia sul mobile detrito nella traversata del canalone per poi salire le cenge fai da te nei mughi e servite da cavi che dio me la mandi bona. Ancora e solo il tempo per scantonare la bassa parete e dimenticai tutto. 
 
Sì, mi piaceva tenerlo in ordine, e così anche lungo la salita c’era sempre da spostare qualche pietra rotolata nel mezzo, o spezzare la parte invadente del ramo che mi arrivava dritto negli occhi o mi faceva lo sgambetto.


Il lavoro più oneroso però mi aspettava sempre alle congerie, ma mai come quella mattina per rimettere le pietre lungo la traccia che la neve aveva portato via, e per innalzare i nuovi ometti che mi avrebbe fatto comodo vederli nella discesa; e così fino all’enorme masso della meritata sosta

.
Poi la traversata verso la Forcella del Frate, e dove sul pendio sassoso cercavo delle pietre caratteristiche che m’indicavano, sì o no, dì essere già passato; e così fino al pascolo coperto da massi.
Osservai il ripido ghiaione sottostante la Torre Tullio D’Andrea.

Certo, non è più ripido di quello appena traversato, solo che é più stretto.

Deve essere proprio così; solo che lassù il detrito è minuto e facevo fatica, e così mi portai alla base della Torre che prometteva. La sotto trovai il detrito accumulato più grosso, e sprofondavo oltre la caviglia. Progredendo mi consolavo che in discesa su quella traccia avrei fatto meno fatica.

La detta parete si avvicina a quella della Cima Pitacco formando un corridoio, ed oltre c’è ancora uno slargo chiuso a semicerchio da varie strutture rocciose al sole e dove nel mezzo risalta l’avancorpo, mentre e solo la parete della Cima Eichinger era nell’ombra.
Per fortuna il fondo del corridoio è abbastanza compatto; e una volta la dentro mi sentì come il primo uomo sceso sulla Luna; e l’impatto deve essere stato anche violento perché mi dimenticai di fotografare quei momenti.
Quelle pubblicate sono successive.  
Solo che anche in quei momenti io ero concentrato più sulla salita, e da subito fui catturato dall’avancorpo isolato e illuminato dal sole che si salda sulla cresta, e che avevo osservato lungo la discesa dalla Cima Pitacco; e dove su quel minuscolo palcoscenico anche assistetti il comportamento della femmina di camoscio con i suoi due piccoli; e indicandomi alla fine il passaggio.
Racconto presente nel blog.
 

- Sì, devo solo rivarghe la soto e salirlo. Solo che non puntai dritto in quella direzione perché volevo ben fotografarlo, e così m’inoltrai verso la parete della Cima Eichinger senza valutare il percorso, e che non è stato elementare, e da dove scattai l’unica fotografia con l’avancorpo.
Senza esserci sotto valutai friabile la parete al sole, e scelsi l’interna nell’ombra dalla roccia liscia e compatta; e prima che si verticalizzi, la sotto c’è un gradino a grondaia che la traversa; e che lo seguì fino sotto la finestra obliqua. 
Sì, ero arrivato dove volevo, ma non per il percorso dei camosci. – Niente, lo farò in discesa; e per intanto andemo veder qua soto. Il qua sotto è una piccola sella erbosa, e con nel mezzo un ometto: un colpo al cuore. – Che mona! Sì perché restai male sul momento; poi mi ricordai subito che era il mio; e che quel giorno tutto era avvolto nella nuvolaglia da non veder niente, per l’appunto.
Racconto presente nel blog.
Così, e una volta dato a Cesare quel che é di Cesare, passando per la finestra e variando per l’itinerario percorso solo per la discesa sono ritornato all’ometto da me ricostruito; 18 luglio 2006.   
Lo stesso vale anche per la discesa, e fino alla piccola sella con l’ometto, e dove e senza aver visto e controllato prima cos’è dall’altra parte, sicuro che la sotto c’è il passaggio dei camosci, continuai la discesa per il canale all’inizio poco ripido e coperto d’erba; meglio di così. Si fa ripido e sul fondo il detrito sostituisce l’erba, dove é anche delimitato da basse pareti per infilarsi in una galleria dal fondo liscio e nell’ultimo tratto anche più ripido … ed uscito mi trovai alla base dell’avancorpo, ma dall’altra parte ed ancora in alto. Sogno o sono desto?  Non avrò pronunciato proprio queste parole, ma danno l’idea della sorpresa e meraviglia provate. 
E’ bene quel che finisce bene, e poi con la sorpresa finale.
Certo, ma non hai fatto il percorso dei camosci!– Orpo e adeso? Sarà per un’altra volta, promeso!
 
La stagione stava per finire, e le giornate di sole si erano accorciate; e io che rivivevo e ripassavo quelle appena trascorse.
Intanto io avevo anche già modificato la Meta con la Cima Pitacco e l’approccio per la galleria; e solo in discesa per l’avancorpo.
 
     Il ricordo delle ore vissute non svanirà mai (Andrea Labinaz)
   
Certo Andrea; e perché rimandare al prossimo anno la promessa?
Il tempo dovrebbe ancora mantenersi bello stabile, e anche se le giornate di sole si sono accorciate, c’è il Rif. Giaf che è ancora aperto per la fine settimana. Sì, farò proprio così e senza fare tutto in un giorno.
Solo che io dovevo iniziare la salita dal Passo della Mauria. 
 
 
                                               Cima Pitacco 2324 m
 
   Arrivai prima della sera, ed al posteggio, fra altre macchine, c’ era anche quella della Forestale, e così ebbi anche l’occasione di scambiare un do ciacole con l’amico Mario Cedolin di Forni di Sopra. Al momento dei saluti si ricordò e m’informò che in Rifugio non ci sono Stefano Lozza e sua moglie, perché in quella stagione era subentrato un altro gestore. 
Una volta in Rifugio restarono sorpresi per la mia richiesta di cenare con dei dolci e del te, pernottare nella cuccetta prossima alla porta e d’andarmene al chiarore dell’alba.

Fu proprio così, e dal posteggio arrivai al Passo della Mauria con il primo sole; e via, e senza cappuccino grande per farmi la bocca perché il bar era ancora chiuso.

Vita dura l’Alpinismo!
La nebbia che copriva la Valle iniziò ad alzarsi, però solo un lembo si staccò, e come pilotato da un regista andò insediarsi nel Cadin nascondendomi l’interno. Bella quella regia se fosse stata la prima volta, mi venne da pensare. Solo che io già lo conosco; e tutto questo mentre stavo seguendo una fresca traccia di camoscio proprio nel mezzo del ghiaione dove celata fra i detriti c’è una striscia di roccia compatta che facilita l’accesso.

Una volta nel Cadin e senza andare a cercare altre avventure continuai a seguire la qui marcata traccia dei camosci, e che contorna la base dell’avancorpo, e dove più sopra si sperde su una corta scalinata di roccia molto friabile sottostante corte pareti. 
 
Sul momento non individuai per dove ero uscito dalla galleria, mentre ben marcata la   vedevo continuare sotto quelle pareti.
E perché non andar a veder dove la porta?

Non avrò percorso dieci metri, ma neanche venti, e sopra la traccia c’è uno stretto intaglio tra la parete e un piccolo obelisco; e a quella vista tutto quello che mi ero proposto non contò più. Solo che l’intaglio è stretto, e frenò il mio impeto e anche per rimuovere qualche pietra d’ostacolo.


Una volta oltre più che il panorama, a me interessò la facile parete a lato per montare in cresta che poi avrei seguito fino in Cima. Non fu proprio così perché questa dall’altra parte ha una parete verticale.

 Così ricordai le altre volte su questa e il cambio di percorso di fronte a queste difficoltà. Niente, torno indrio.

Il buon senso però m’invitò a fare la meritata sosta la sopra.    
Intanto la nebbia era salita, e fra questa risaltava la Torre Tullio D’Andrea e i suoi contrafforti dove neri pinnacoli sembravano assistere la mia salita. Solo che lassù l’apprezzata sosta mi stava già tentando di considerarla la Meta per quel giorno.
Ritornai veloce alla base da dove non meritava traversare; e così raggiunsi subito sotto una cengia che seguì fino sulla parte del monte conosciuta. Ricordo solo la pausa per ricordare il passaggio del Piccolo Campanile esaltato nei colori della nuvolaglia, e la ricerca di un posto comodo per la sosta in Vetta: 29 settembre 2006.

In discesa rifeci lo stesso percorso, e prima di salire all’intaglio avrò certamente valutato che fare il percorso dei camosci nella nuvolaglia non ha senso, tanto io tornerò: certo!
 

Una volta oltre seguì sempre il percorso dei camosci, anche nel mezzo del canalone, e dove più sotto, ormai sentiero si tiene sotto la base della Cima Pitacco in parte erbosa.

 Solo ancora un tratto perché continua sottostante le altre pareti per poi salire alla Forcella del Frate; e non mi restò che scendere dritto al pascolo coperto da massi.
Intanto lassù, sui monti Tor, la nuvolaglia era svanita. 

Alpinismo sui Monti Tor

                                                                                                  Trieste, 1 ottobre 2011
                                                                Sui Monti Tor

                                              Cima Pitacco 2324 m e quota 2312 m                                 

 

      La salita alla Cima Pitacco non riuscì a soddisfare il mio desiderio di conoscere quei Monti; anzi, e perché proprio la ricerca solitaria era sostanziale per me in quelli anni, e senza andare tanto lontano.  Così il mio interesse si spostò sulla quota 2312 m che vedevo ben staccata e alta sulla cresta; ma non di salirla in quella stagione, e senza avervi fantasticato un poco sopra, anche perché sulla Berti i nomi dei primi salitori, Eichinger e Uhland, sono abbinati ad altre imprese nel Gruppo del Cridola; e perché poi non dedicargliela questa ancora senza nome?                                                              

Così e all’improvviso nel corso della stagione 2003, decisi di tornare su quei Monti per tentare l’impresa; e che contando anche sullo stato di forma raggiunto, io avevo anche abbinato per quel giorno sia la salita della Cima Pitacco che la quota 2312 m soprastante la via di discesa. 

                                                          Cima Pitacco                    P.ta Cozzi 

                                                    
Solo che in quei giorni faceva un caldo da record, e così partì il pomeriggio tardi per andare a pernottare al Rif. Giaf ed essere la mattina presto già in zona.
La solita accoglienza festosa dei gestori Stefano Lozza e della moglie Alessandra interessati dal mio arrivo, e che incuriosì anche i pochi presenti. Solo il tempo per cenare con due fette di crostata e del te perché il cibo dolce mi facilita il sonno, e un due ciacole con dei presenti che era già l’ora d’andare a dormire, e nella mia preferita cuccetta vicino alla porta per uscire alla chetichella e senza disturbare.
Alla luce della pila sul banchetto all’uscita, anche se non la volevo, c’era la colazione e caffelatte nel termos; e via nell’oscurità per il sentiero del Boschet, e alla prima aurora iniziai la discesa nel silenzioso Vallonut, e che io lo ruppi facendo rotolare alcune pietre del sentiero.
Non l’avessi mai fatto; perché immediatamente dal suo fondo coperto dai mughi si levarono le proteste degli animali così svegliati da sembrare un serraglio, e alcune anche minacciose per farmi fuggire. Io continuai lo stesso e di buon passo, e nel Vallonut tornò il silenzio. Solo dall’altro versante illuminato dal primo sole alcuni camosci continuarono a minacciarmi, ma più per la difesa dei piccoli.  

 

Non ci sono altri ricordi oltre che il cielo di blu cobalto che esaltava le Montagne illuminate dal primo sole; e così fino al mio ometto che costruì per segnalare la via di discesa sottostante l’invaso erboso. Decisi anche di sostare per controllare l’ora e per individuare sulla parete di fronte la mia discesa che volevo rifare in salita quella mattina; ignorando del tutto per scaramanzia quota 2312 m.sorpresa; la temperatura da record di quei giorni deve aver esaurito la pila perché le finestrelle del quadrante del mio orologio al quarzo erano bianche? Mi regolerò con il sole, mi consolai.
Ricordarmi l’ultimo tratto della discesa fatta non era necessario; ci sono più itinerari per salire; e decisi per quello sul costone interno dalla roccia migliore, e la in alto anche senza raggiungere la base della cresta, ma traversare la sotto per evitare il passaggio in linea al Piccolo Campanile. Pensato e fatto; il passaggio è facile ma la roccia è friabile.aPs04 Ciastel
Una volta oltre e sulla cengia osservai la posizione del sole per calcolare l’ora, e che la valutai essere dalle otto alle otto e mezzo; e come la prima volta non mi detti furia per raggiungere il mio ometto in Vetta: 4 agosto 2003.

 Durante la sosta lassù io anche tiravo le orecchie per di sentire il suono di qualche campana per abbinarlo ad una Messa. Niente, ma forse perché non era la Domenica.
Più tardi lassù arrivò l’aria calda; il segnale che era giunto il momento per tentare la salita alla quota 2312 m.  Nella discesa seguì lo stesso itinerario, e fatto il passaggio al Piccolo Campanile, la sotto rimontai la cengia liscia e compatta sottostante la cresta fino alla sosta esterna sul costone per essere in linea con la meta di fronte e fare il punto. Nessun problema; ed iniziai a scenderlo sul filo anche perché la sotto dovrebbe essere racchiuso tra quelle pareti il minuscolo Cadin che vedevo dalle altre Cime perché innevato fino a stagione inoltrata; ma non in questa.
Più sotto sentì del trambusto, e capì d’aver messo in fuga dei camosci e volgendo istintivamente lo sguardo nel Cadin, e dove su un avancorpo subito sotto era ferma una femmina di camoscio con due piccoli. Lei m’aveva già visto e mi fissava immobile; poi improvviso uno scatto e percorse un breve tratto sul dosso per sparire dalla parte opposta: solo un attimo, e la vidi arrivare e andare a fermarsi la sotto incollata alla parete. La guadavo immobile per non spaventarla; e lei teneva sempre gli occhi puntati su di me anche quando muoveva la testa o le orecchie con veloci scatti. Mi chiedevo il perché di quel comportamento? La risposta arrivò subito; un piccolo copiò quanto aveva visto fare da lei, ma smosse delle pietre che vidi cadere oltre il suo corpo. Arrivò anche lui e si sistemò come lei la sotto. Partì il secondo, ma più scomposto forse dalla paura d’esser rimasto solo, e che nel suo procedere scaricò un buon numero di pietre che caddero anche queste ben oltre.
Io ero sempre rimasto immobile per non spaventarli, e lei l’aveva capito che non volevo fargli del male; e la sotto anche gli accudì per alcuni secondi senza perdermi di vista. Tutti e tre drizzarono il corpo, le teste e le orecchie fissandomi; poi lei mosse un attimo la sua testa e via. Scantonarono il dosso e sparirono alla mia vista.                               

                                                           Quota 2312 m 

 

Aspettai ancora qualche minuto, e ripresi a scendere ma non più sul filo della cresta che diventa difficile, e più sotto dovetti anche lasciarla perché con intagli insuperabili.
Un breve tratto, ma poi non tornai più in cresta perché dal punto raggiunto vidi più conveniente scendere un tratto, e per l’invaso erboso arrivare sotto e all’inizio della parete a gradini che avevo considerato ideale per iniziare una futura possibile salita.
Fu proprio così, ma non meritava perché ben presto è verticale, e non mi restava che traversare verso gli scoscesi ripidi verdi esterni.Ero lì fermo, e indeciso su quale traccia di cengia montare per la traversata; e decisa la giusta la raggiunsi e contemporaneamente inaspettata vidi la finestra obliqua citata sulla Berti che questa attraversa.

Non andai a vederla promettendomi di farlo in discesa, ma le scattai la foto.
Il tratto scosceso di ripidi verdi si riduce tra la parete e salti rocciosi e così fin sotto un corto spigolo divisorio. Sulla parte esterna c’è uno stretto ghiaione sospeso fra due creste, mentre l’interna continua un sistema di stretti canali. Senza gettare la moneta scelsi la parte esterna che mi sembrò azzeccata mentre salivo sul minuto e candido detrito. Solo che questo in alto e chiuso da una corte parete che dall’atra parte precipita sulla Forcella. Cozzi; e che non fu poi facile superarla per arrivare sul pulpito finale ed isolato della cresta divisoria. Dall’altra parte, la sotto, ancora un’esile cresta mi separa dalla meta; e non fu facile la discesa della corta parete per prenderla; e seguirla un poco esposta, poi facilmente in Cima 4 agosto 2003.

 Contrariamente che alla Cima Pitacco, su questa trovai una buona base dell’ometto, e che sarà stato anche alto. Solo che mancava la parte superiore e tra le prime pietre smosse c’era … una scatola metallica arrugginita, sformata e vuota perché senza il coperchio. La presi e la drizzai un poco; e adesso? No, non mi andava di lasciarla là. Niente, la porterò al gestore del Rifugio, e che decidano loro (i fornesi); e solo dopo sistemato l’ometto, la sotto presi la sosta. 

 Durante questa anche valutai saggio scendere invece per la stretta parete incisa da stretti canali osservata in salita; e che mi chiese solo un poco d’attenzione nei punti friabili; la farò in salita la prossima volta, mi venne di pensare. 
C’è ancora solo il ricordo sempre più vago della discesa sui ripidi verdi.
Una volta in Rifugio raccontai all’amico Stefano l’impresa compiuta, e così anche gli consegnai il fondo della scatola creandoli dell’imbarazzo; invece per me essere con la coscienza a posto. 

 Non persi tempo per inviare alla Redazione delle Alpi Venete la relazione della salita, e la mia proposta per il nome.
La risposta fu immediata nella nostra Rivista AUTUNNO – INVERNO 2003.                   Solo che prima … un giorno di quel mese d’agosto mentre passeggiavo per la città, neanche che fossi andato a cercarlo, incontrai l’amico Daniele perché anche lui in ferie.
 Si era contento, mi disse, ma anche che lui sarebbe venuto ben volentieri conoscendola con le ripetute sortite fatte insieme su quei Monti. Trovai solo la scusa che era stata una decisione improvvisa altrimenti … – Niente, la metemo in programa per el prosimo anno; e amici come prima; anche se non sarà stato proprio così.   

Cima Eichinger 2312 m
 

 La promessa fatta fu mantenuta, perché scattammo a metà luglio, e subito dopo un lungo periodo con tempo incerto e freddo, e tanto che in salita sul Boschet, e lungo il sentiero in pieno sole, procedevamo avvolti da farfalle dalle ali bianche che si alzavano in volo al nostro passaggio; solo che tante di queste avevano ancora parti delle ali vitree e alcune completamente.
Più avanti e dopo valicata la Forca del Cridola, lungo la traversata in quota sopra la Cuna dovemmo valicare non uno, ma distanziati tra loro, due profondi canali; e che ci ricordarono che l’altro autunno la Val Cridola è stata maltrattata da intense piogge.
Quel giorno abbiamo anche variato l’approccio per lo stretto canale che stacca la base dello spigolo e che sbocca, metro più, metro meno, proprio dove il canale di Forcella Cozzi é un tutt’uno con la rampa d’accesso al ripiano: non facile e faticoso.
Non c’imbattemmo in altre novità, e senza imprevisti raggiungemmo la sosta sul ripiano detritico che è anche un luogo confortevole.

Solo che le nuvole avevano iniziato ad intanfanare le Montagne e, non si sa mai, la sosta fu breve; e via.Quella volta non veloci perché per Daniele era la prima volta, ed in particolare nella traversata non difficile, ma che gli richiese attenzione con movimenti sgraziati anche perché è più alto di me.

 Una volta finita la butammo in rider, e con quello spirito riprendemmo la bella, logica e aerea salita sul costone invece che nello stretto e friabile canale.

Neccessaria fu la sosta la in alto per spiegarli la struttura della Montagna che lui non conosceva, e anche per me perché la nostra Cima è coperta da varie strutture rocciose?

  Incombe invece la parete della prima struttura rocciosa isolata sopra i ripidi verdi da me conosciuta; ma non si vede ancora la finestra obliqua. 
Solo che non la raggiungemmo perché Daniele preferì traversare più sotto sui ripidi verdi e così in salita fino al piccolo spigolo divisorio, e dove delle due possibilità per continuare, e anche se lo avevo informato sulle difficoltà, anche lui preferì l’esterna con il ghiaione sospeso coperto da minuto e candido detrito: mistero.

Scesi dal pulpito e riuniti sull’esile cresta, per Daniele tutto è stato facile.
Queste considerazioni ormai non contavano più, perché per la traccia da me lasciata arrivammo in Cima: 19 luglio 2004.

 

Con il tempo incerto la sosta fu breve, e una volta sull’esile cresta, anche Daniele preferì la discesa sottostante.

 

 Il movimento e il pallido sole ci avevano dato calore e scioltezza nei movimenti e più sotto, traversata la parete, andammo a curiosare dalla finestra obliqua.

  Restava ancora la discesa per il costone conosciuto e la traversata sulla parete insuperabile; e una volta raggiunto il ripiano detritico capì che quanto fatto merita una Gita.

 Al nostro “punto d’incontro” non restai indifferente nel vedere il Monte Cridola avvolto dalla nuvolaglia dove si evidenziano le sue Cime tra giuochi di luce; uno spettacolo meritato a concludere quella grande giornata, e come è stata quella della prima e unica volta che sono stato sulla sua Cima.
 E’ stata nell’indimenticabile autunno del 1973; e che favorito da un lungo periodo di bel tempo e senza consistenti precipitazioni nevose, ero riuscito il 21 ottobre a salire con un Gruppo d’Alpinisti Bulgari la Cima Piccola di Lavaredo ed il 21 novembre la Croda di Ligonto con Guido Canciani e Luciano Marega.
(racconti presenti nel blog).
Solo che la situazione climatica sulle Montagne non deve essersi modificata, tanto che noi l’avevamo messa in programma per la nostra Gita nell’ultima Domenica di novembre.

 Probabilmente l’amico Guido nello stendere il Diario della Gita non diede importanza all’orario di partenza, soste e con chi, anche perché eravamo sempre noi tre.
Ricorda però l’uscita nella località dì oltre Confine, e subito fuori Udine, dove andavamo a fare il pieno perché molto conveniente; e l’arrivo al posteggio per il Rifugio con il bel tempo dopo il viaggio sotto un cielo plumbeo.

Forse per il tempo incerto, ma in giro non c’era nessuno e così decidemmo di raggiungerlo con la nostra Fiat 850; solo che per arrivarci c’era la strada bianca, e nei tratti ripidi due di noi dovevano scendere e spingerla. L’oretta circa guadagnata a conti fatti ci garantiva l’arrivo in Vetta ben prima del tramonto, e senza darci furia; e c’incamminammo proprio convinti.

Solo che non andò proprio come avevamo calcolato, e già nel ripido canalone per la Tacca del Cridola qualcuno rallentò la marcia.

 

Così anche nella salita delle corte pareti con i ripiani di neve gelata, e che si succedono anche se segnate.

  Poi la cautela prestata per salire il tratto ad Est che la neve aveva reso insidioso.

 

  Tanto che a conti fatti con questi rallentamenti andammo ben oltre il tempo calcolato, e arrivammo in Cima giusto prima del tramonto o poco prima: 25 novembre 1973.

 Lassù faceva freddo, e fermarsi poi per fare uno spuntino non era proprio il caso.
Solo e giusto il tempo per una foto, e Luciano si offrì al compito perché senza l’autoscatto; e via.

Alla luce del crepuscolo scendemmo l’ultima breve parete prima del canalone per la Forcella Scodavacca.  
 
 
cr03 Dolomiti d  
cr09 Cancianicr10 ne ciaperà scuro

I Monti Tor

  

                                                                                            Trieste, 1 settembre 2011

                                                                 I Monti Tor

          Cima Pitacco P.ta Centrale q.ta 2312  Forc. e P.ta Cozzi  P.ta Savorgnana 

                                                    Cima Pitacco 2324 m    

     All’inizio del mese di settembre era forte il desiderio di portare finalmente a termine la salita della Cima Pitacco; e più che convinto dopo quanto visto la volta precedente.A darmi questa volta la carica giusta contribuì il Colonnello di turno che prevedeva la fine del bel tempo per l’arrivo d’alcune perturbazioni: adesso o mai più mi venne di pensare.Così decisi d’andare anche da solo e farla nella giornata; ma no la Domenica perché c’è troppa gente per i Monti; meglio il lunedì anche se correvo il rischio d’andare incontro all’arrivo della prima perturbazione.Non era una bella mattina con le Cime coperte da nuvolaglia inconsistente; ma avevo calcolato giusto perché anche se il Rifugio Giaf era aperto, e come anche la porta dell’ingresso, nell’interno e fuori non c’era nessuno?                           – Tanto meio, così non perdo tempo; e via. 

 Scendendo dal Boschet osservai con gioia che le nuvole stavano alzandosi, e sopra la Forca del Cridola che c’era anche un poco di cielo azzurro, e una volta nel Vallonut, lo spettacolo dei Monti Tor illuminati e liberi dalla nuvolaglia che mi spronò a tenere un buon passo. 

 Solo che al vento in quota piaceva a giocare con le nuvole, e tanto che alla Forca del Cridola decise di non farmi vedere dall’altra parte, e anche con la complicità di un monolite che non avevo mai notato o fatto caso?   Sulla sua superficie non trovai scritto nessun monito, e una volta oltre scesi fiducioso a prendere la traccia percorsa l’altra volta; e procedetti in linea con il “punto di riferimento”.                                                                  Quel giorno nella macchina fotografica avevo un rollino nuovo, e così abbondai negli scatti per avere una buona documentazione da mostrare agli amici.Solo che per quanto scritto in precedenza, io dovetti il più delle volte aspettare che l’immagine scelta fosse libera dalla nuvolaglia per scattare, e alcune volte senza capire il soggetto perché la parte alta della Montagna mi era ancora sconosciuta. 

 

 Così iniziai con il canalone di Forcella Cozzi e l’accesso al ripiano detritico. 

   A seguire lo stretto canalino, la in alto percorso la volta precedente, e che s’insinua tra la parete e lo spigolo del piccolo campanile esterno; e per completare la leggibilità ho inserito anche l’immagine del fondo del canale scattata la volta precedente, e una panoramica del tratto appena percorso libero dalla nuvolaglia.Dal ripiano seguì la mia traccia in discesa e iniziai la traversata. Solo che la voragine sottostante illuminata dal sole non è il babau immaginato più che visto l’altra volta; anzi, e il Pitacco potrebbe aver attaccato la sua salita proprio la sotto.Intanto avevo finito il traverso e anche risalito il canale fino sotto i Campanili: e oltre la strettoia c’è l’ignoto. 

 Oltre invece c’è sempre il canalino tra la parete interna insuperabile e l’esterna poggiata che m’invitava a salirla. 

 

 Solo che mi ero imposto di seguirlo, e così affrontai anche il tratto d’uscita dalla roccia friabilissima.Non doveva essere così, e una volta uscito scesi subito sotto sul costone esterno di roccia grigia e compatta: – Che mona. Sì, avevo sbagliato a non accettare l’invitto della parete poggiata. – Niente, devo solo star tento a imbocarla in discesa; e lo segnalai con un ben visibile ometto.In quella stagione non avevo tante foto di questo versante, ma sufficienti per vedere che per salire in Cima ci sono varie possibilità.        Solo che quella mattina la volubile nuvolaglia nascondeva in sul momento la parete, e così preferì raggiungere la cresta percorsa dagli itinerari sicuri riportati nella Berti; e anche perché c’è un invaso dal fondo erboso che promette bene per raggiungerla.Fu proprio così, e per quell’invaso e senza fatica giunsi in cresta, e sulla piccola sella folta d’erba dove s’origina.  Ora da questa dovevo solo seguire la cresta; meglio di così anche se non è la via del Pitacco, ma dei secondi salitori: Eichinger e Uhland.                                       Non doveva essere così; ben presto la cresta è difficile, e la montagna intanfanada da non vedere per dove proseguire. – Niente; scenderò al mio ometo e speterò che la se diradi.    Tornai alla piccola sella erbosa dove persi solo il tempo per raccogliere alcune pietre per segnare il mio passaggio; e via verso il precedente che strabuzzò gli occhi vedendomi tornare così presto. 

 La nuvolaglia intanto era svanita, e potei finalmente vedere la parete di fronte; e tra le sue balze scorrere rivoli detritici che mi avrebbero facilitato di salire in alto.Allora cercai di individuare la Cima Pitacco perché la in alto si dilungava una cresta uniforme. Niente; così decisi invece di seguire la traccia marcata nell’erba alta che vedevo scorrere lungo la sua base per portarmi sotto le altre pareti. 

 La percorsi anche troppo veloce tanto da non notare di una possibile via d’uscita perché questa percorsa termina nel vuoto; e proprio sopra il vasto vallone che racchiude la parete franosa della Cima Pitacco, anche se ancora la in alto non mi era chiaro dove e quale fosse la Cima.Volevo subito tornare sui miei passi a cercare la traccia per salire quel versante; sì, ma prima le foto! 

 Nell’attesa però avevo anche valutato che conveniva invece salire per la parete stretta e gradinata incombente. 

   Scattate le foto, e con il consenso del Pitacco, finalmente iniziai la piacevole arrampicata per la parete gradinata. 

 Solo che il bel giuoco durò poco perché poggia gradatamente, e la roccia man mano si sfalda.Così preferì traversare a destra per attaccare la cresta dall’inizio; e anche per vedere finalmente quel versante sconosciuto. Una vota su questo mi accertai che potevo scendere senza difficoltà.Spettacolo per spettacolo, ma ancora non avevo individuato la Vetta. 

 Decisi allora di traversare subito sotto la parete incombente della cresta per trovare un tratto scalabile e rimontarla.Lo trovai, e stavo già per montare in cresta rallegrandomi e … vidi oltre far capolino un’altra Cima? Sì, quella è la Pitacco! Non so da dove arrivò quella voce; ma con tutta probabilità l’avrò pensata mormorandola.   Niente; scesi sulla fascia di roccia compatta che la seguì per stare in linea col passaggio tra parete ed il Piccolo Campanile perché oltre non poteva che esserci la via per la Vetta. 

 Non è stato facile il passaggio, ma non poteva essere altrimenti perché la cengia detritica che stavo calpestando la vedevo salire gradatamente sottostare la cresta e puntare la in alto nell’angolo d’incontro di due corte pareti. 

  Non mi diedi furia per percorrerla, era troppo gioioso il momento, e notato un intaglio anche lo valicai in versante Nord. 

 Al cospetto della Punta Cozzi e la Torre Zanutti. 

          Quanto fatto. 

 Sono la sotto, e delle due, solo la parete interna è lavorata a portale dai crolli di blocchi regolari di parete può essere salita.- Niente; xe solo un pasagio atletico più che dificile, speremo che questi i tegni. 

 Fu proprio così; e sopra ancora un paio di gradoni che caratterizzano la cresta con i soli resti dell’ometto: 9 settembre 2002.Lassù per la prima volta mi aspettavo di vedere …, e dovetti allungare la sosta, e solo per le foto allegate. 

    In discesa seguì il mio itinerario fino alla sosta sul costone sottostante la cresta; poi lungo questo per roccia friabile senza un percorso obbligato, ma tendendo a sinistra e all’invaso dal fondo erboso e al sottostante ometto. Raggiuntolo, bella e sicura fu la discesa per quei gradoni di roccia compatta con erba; poi anche sul bordo della parete poggiata interna che vedevo con fessure e rotta. Trovato il tallone d’Achille, scesi con attenzione nel canalino conosciuto: – Xe fata!                                                                                                            Sì, ed è evidente che la facile via che percorsi nella discesa potrebbe essere anche quella del Pitacco; e che è la sopra seduto sulla Cima che se la ride; o saranno state le nuvole che giocavano ancora con il vento? 

 

Cridola-Monti Tor

 

                                                                                                   Trieste, 1 agosto 2011

                                                     Giro esplorativo sui Monti Tor

      Una quindicina di giorni dopo la Gita al Bivacco Vaccari, le attese diapositive erano già in negozio.Sì, ero impaziente di vederle, e tanto che una volta a casa e davanti la finestra in controluce le guardai una alla volta; e così gia mettevo da parte le meno leggibili.Delusione; perché quelle scartate erano proprio le specifiche scattate in Cima Croda della Cuna, e le due in discesa al Bivacco Vaccari scattate durante il temporale perché troppo scure da non veder niente; e tanto da frenare ancora il mio desiderio di salire la Cima Pitacco, e rafforzando il mio desiderio di visitare le altre Montagne viste durante i miei tentativi, e che m’invitavano a salirle. 

 Si perché anche le campane picie le sona a mezogiorno, solo che ghe vol sentirle.     Così nella stessa stagione, una sera e dopo la salita d’una di queste, invece di rientrare a Trieste, preferì di passare la notte al Bivacco; e fu l’occasione per fotografare il Bivacco e le Montagne intorno al tramonto ed all’aurora.Un giorno nel caricatore di queste diapositive “Bivacco Vaccari” inserì quelle che avevo scartato sperando … e le proiettai a piena luce. Non erano il massimo per gli altri; per me documentavano esattamente quei momenti vissuti; e non hanno cambiato più alloggio.   Un giorno di questi ultimi anni ho provato a trasferire le dette diapositive con lo scanner in digitale per pubblicarle poi sul blog. Da non crederci quanto hanno migliorato la leggibilità, e anche troppo in contrasto alla realtà, e tanto da doverle offuscare un poco con un altro programma. Peccato non aver provveduto prima, così non avrei corso il rischio di perdere un amico.

   Sì, perché un giorno dell’estate del 2002 mi telefonò Daniele Sandri per chiedermi informazioni sul Percorso alpinistico attrezzato Giovanni Olivato?                                 Fra i tanti amici che frequenta, quelli che alternano con lui alpinismo o Mountan Bike, gli hanno proposto di fare il Percorso completo dal Passo della Mauria, e ritorno per il Vallò dei Cadorini.   Lungo e faticoso, era stata la mia risposta, ma merita.                                    Solo che a sentire quei nomi era stato come che avesse buttato benzina sul fuoco, e tanto che alcuni giorni dopo eravamo al Passo della Mauria, e ben accolti dal titolare dell’alberghetto che ormai ben mi conosceva; i soliti cappuccini grandi, e via.                       Quella mattina l’amico sentiva ancora le gambe appesantite, e aveva accettato solo dopo che gli avevo promesso che faremo solo  un giro per conoscere l’attacco esatto della via normale per la Punta Savorgnana 2360 m dalla Mescola; poi noi dalla Forca del Cridola scenderemo per la Cuna ad incrociare il canalone di Forcella Cozzi dove subito sopra e di lato è possibile raggiungere un ripiano di sfasciumi dell’avancorpo isolato sottostante la parete della quota 2312 m, e vedere se da questo è possibile entrare nel canale, che visto sulle diapositive, inizia a lato della Punta Principale. Infine, raggiunta la Forc. Cozzi, scenderemo per l’altro versante che desideravo tanto conoscere, e così da completare il giro per uno ben scopo preciso. 

 La fresca mattina garantita da un cielo sereno azzurro scuro era l’ideale per camminare con i sacchi semivuoti, e così e senza darci furia raggiungemmo il Passo del Vallò.Per la Forca del Cridola non si scende nel Vallonut di Forni per poi risalire la traccia lungo La Mescola. E’ stato tracciato il nuovo precorso in un canalone sottostante i contrafforti della Punta Savorgnana, e che esce alto sulla Mescola contornandola in quota fino alla Forca del Cridola. 

   Noi due non la raggiungemmo ancora, ma per terreno in parte erboso ci portammo sotto la parete Sud della Punta, e dove l’amico trovò ben presto un posto per riposare mentre io iniziai la ricerca della via facile. 

 

 Provai in più punti ma non la trovai; trovai invece in una piccola insenatura detritica una linguetta metallica con anello? Provai anche a salire per una larga fessura a diedro verticale. Solo che prima di forzare un passaggio capì che in discesa ci voleva la corda, e non mi restò che scendere.  Un giorno, e come uso farlo quando sono nella zona, passai a salutare l’amico Armando Coradazzi di Forni di Sopra. Così, cicola e ciacola, mi raccontò che in quella stagione era salito sulla Punta Cozzi. Allora io gli chiesi anche informazioni sulla Savorgnana, e gli raccontai l’episodio della linguetta metallica. Sì, sono saliti l’anno passato; ed era una giornata calda … e all’attacco della via si era fatto un barattolo birra; e la discesa della parete iniziale in cordata. 

  Dalla Forca del Cridola invece di scendere per la Cuna, proposi a Daniele di traversare in quota per non dover poi salire il ghiaione della Forcella Cozzi dalla base.Così traversammo verso e sotto le prime pareti a lato, e dove anche trovammo una traccia di camosci che noi seguimmo ben volentieri sul piccolo e medio detrito, e dove più avanti è sostituito da quello più grosso e massi dove la traccia c’è e non c’è. Allora noi tracciammo la nostra lineare con “punto di riferimento” la base della cresta Sud della Punta Cozzi che risalta sul candido ghiaione; e via. Più avanti dovemmo anche traversare un solco scavato dall’acqua che richiese un poco d’attenzione. Sotto le pareti trovammo ancora tratti della traccia, e così fino sotto “il punto di riferimento” e dove ci concedemmo la sosta. Solo che io ero impaziente, e iniziai a salire il canalone intanto per andar a veder, assicurai l’amico; e lassù è proprio così.Il salto roccioso che delimita il canale dall’altro lato poggia e per un tratto è un tutt’uno con le ghiaie del canalone e permette il facile accesso al ripiano: da non crederci. Così informai l’amico della novità e che io continuavo per raggiungerlo; e così continuai a salire fino a dove la roccia è un tutt’uno con le ghiaie del canalone. Solo che il traverso fu laborioso perché i detriti coprono roccia compatta; e lo stesso anche all’inizio della rampa d’acceso al ripiano non ancora coperta d’erba. Non corsi su questa per raggiungerlo, ma attesi di vedere l’amico per informarlo dell’imprevisto, e consigliarlo di traversare subito sotto. 

 Il ripiano è coperto da detriti e massi, e dove risaltano piccole colonne lavorate dall’erosione e così anche i bordi delle rare cenge. Ancora alcuni passi e precipita in una nera voragine chiusa dalle pareti interna e di fronte; solo che l’interna a prima vista mi sembrò insuperabile.Intanto sbuffando arrivò Daniele, e che si accomodò sul detrito minuto chiedendo una sosta ristoratrice. Bene; e lo avvisai che approfittavo per andar a veder. Così scesi verso quella parete calcando il mio procedere sul detrito mobile, e ben presto la vidi interrotta nella sua larghezza da un tetto. Disperai allora che fosse possibile traversarla, ma continuai a scendere e così vidi che sottostante il tetto c’è la relativa cengia che subito raggiunsi. Questa si dilunga lineare, stretta o poco larga sulla parete insuperabile; e nel traverso anche stare attento per non dar zuccate contro gli abbassamenti del tetto. Scesi da quel gradino quasi incredulo nel canale qui orizzontale, senza depositi di detriti e inciso da stretti e lunghi canali dove scorreva l’acqua che bevetti a sorsate. Solo che durante la pausa ristoratrice io anche avevo osservavo il corto canale chiuso tra pareti verticali, ed ebbi il timore che non si potesse passare; e non mi restò che andare a sincerarmi. Sì, ma non era proprio così, perché lo spigolo della parete concava percorsa da un velo d’acqua dove si origina il canale e staccato dall’altra inclinata, e dallo spacco scende un marcato canalino. Non poteva che essere così; ho trovato la via di salita, mi dissi convinto; e tornai sul ripiano il più veloce possibile. 

 Trovai l’amico un poco preoccupato, ma più per il silenzio.Finì di raccontargli quanto visto nella mia sortita scendendo lentamente la rampa erbosa per riprendere la salita a Forcella Cozzi; e che la raggiungemmo ben presto dopo la lunga sosta. 

   La pausa per fotografare i due canaloni e il Miaron, ed iniziammo a scendere prestando attenzione perché la Berti avverte che c’è un salto roccioso. Per evitare qualsiasi sorpresa ci tenemmo a sinistra scendendo e presso la parete, e dove più sotto per brevi canalini siamo scesi sulle ghiaie sotto il citato salto di parete, e di lato il basamento della Torre Tullio D’Andrea, e verso valle, il Torrione Elio.A quel punto e tanto che si doveva solo scendere, espressi all’amico il mio desiderio di verificare se sul detto basamento c’è il passaggio per il canalone che scorre sotto la Cima Pitacco che avevo intravisto; e lo trovammo subito, e chi per canali di sfasciumi e l’altro per facili salti roccia frantumata è stato traversato.Restava ancora la parte conosciuta che non ha lasciato ricordi.  

                Cima Pitacco     quota 2312    Forc. Cozzi   P.ta Cozzi    P.ta Savorgnana